Da Maignan a Jackie Robinson, con il razzismo il pericolo più grave è minimizzare
di Gabriele RomagnoliCuriosamente è accaduto nelle stesse ore. A Udine il consiglio comunale rigettava la proposta di cittadinanza onoraria per il portiere del Milan Mike Maignan, destinatario di epiteti razzisti allo stadio. A Wichita, Kansas (8414 chilometri di distanza in linea d’aria) due ignoti bruciavano parti della statua del giocatore di baseball Jackie Robinson, che avevano fatto sparire da un parco giorni prima segandola all’altezza delle caviglie. I resti carbonizzati del monumento venivano ritrovati mentre il giudice sportivo italiano accoglieva il ricorso contro la sanzione di una partita a porte chiuse modificandola in due con una curva vuota (non è chiaro a quanto equivalga la somma).
Come si collegano le due vicende non tanto distinte quanto lontane? Con la teoria del crescendo, cara soprattutto a quelli che minimizzano gli episodi. Gli stessi per i quali “dalla marijuana si passa necessariamente all’eroina” e “da una finestra rotta a un palazzo in rovina” tendono a declassare fischi, buu …
Curiosamente è accaduto nelle stesse ore. A Udine il consiglio comunale rigettava la proposta di cittadinanza onoraria per il portiere del Milan Mike Maignan, destinatario di epiteti razzisti allo stadio. A Wichita, Kansas (8414 chilometri di distanza in linea d’aria) due ignoti bruciavano parti della statua del giocatore di baseball Jackie Robinson, che avevano fatto sparire da un parco giorni prima segandola all’altezza delle caviglie. I resti carbonizzati del monumento venivano ritrovati mentre il giudice sportivo italiano accoglieva il ricorso contro la sanzione di una partita a porte chiuse modificandola in due con una curva vuota (non è chiaro a quanto equivalga la somma).
Come si collegano le due vicende non tanto distinte quanto lontane? Con la teoria del crescendo, cara soprattutto a quelli che minimizzano gli episodi. Gli stessi per i quali “dalla marijuana si passa necessariamente all’eroina” e “da una finestra rotta a un palazzo in rovina” tendono a declassare fischi, buu e qualche considerazione impropria sul colore della pelle a “ragazzate”, “effetto del clima da stadio”, “sottocultura che non esce dal proprio ambito”.
Poi succede che due vanno di notte ad abbattere un’effigie in bronzo. Se gridare un’indecenza può essere un gesto di emulazione del branco, uno stupido istinto, uscire di casa, prendere un furgone, un arnese capace di tagliare il metallo, adagiare la statua sul pianale, nasconderla, darle fuoco e portare quel che resta a dieci chilometri di distanza, richiede tempo e preparazione. Se dedichi lo stesso impegno allo studio, non dico che scopri la cura contro il cancro, ma un test attitudinale di qualche genere lo passi.
Il Kansas fa venire in mente soprattutto il mago di Oz. Durante una trasferta a Wichita per intervistare il dottor Tiller (detto “Tiller the killer” perché praticava aborti fino all’ultimo mese), chiesi a uno dei manifestanti che minacciava di ucciderlo (non so se fu lui, ma qualcuno poi lo fece davvero) che cosa avesse di memorabile la sua città. Mi rispose con orgoglio: “Qui è stata fondata Pizza Hut!”, la catena di ristoranti americani nota per il cornicione farcito. Lo storico evento risale al 1958. Undici anni prima Jackie Robinson aveva sfondato la barriera razziale debuttando sul diamante del massimo campionato con i Brooklyn Dodgers.
La storia è memoria, cronologia, attenzione ai dettagli. Le peggiori conseguenze derivano da sottovalutazioni ritenute di trascurabile peso. Per lo squilibrio basta un soffio, un flatus vocis che non venga tappato per tempo e diventi l’urlo di dolore di qualcuno, poi molti altri.