Eugenio Fascetti: "Da allenatore mi è mancato l'ultimo gradino, non ho mai lottato per lo scudetto. Cassano il mio diavolo, talento infinito e tormentato. Oggi mi piacciono Allegri e Gasperini"
di Giuseppe Antonio PerrelliUn sottile dispiacere increspa gli 85 anni di Eugenio Fascetti: “Mi è mancato il finale giusto. Da giocatore e da allenatore sono arrivato quasi al massimo, ma non sono riuscito a salire l'ultimo gradino. Si vede che qualche difettuccio lo avevo. E non posso dire: ‘Non sono andato in una grande squadra’. La verità è che non mi hanno mai cercato”.
Però lei, tifoso interista, da calciatore ha vinto lo scudetto nella Juventus del 1960/1961, anche se ha giocato due sole partite.
“All’epoca non esistevano le sostituzioni, gli undici in campo arrivavano fino al novantesimo. Ed erano campioni: Boniperti, Charles, Sivori. Nel calcio di oggi avrei giocato molto di più, perché sapevo adattarmi”.
In che ruolo giocava?
“Ero un fantasista lunatico. Tecnicamente bravo, un gran bel vedere. Ma c’erano giorni e giorni. Non è che decidessi io, ‘oggi gioco bene, domani gioco male’, dipendeva da come scendevo dal letto”.
Un sottile dispiacere increspa gli 85 anni di Eugenio Fascetti: “Mi è mancato il finale giusto. Da giocatore e da allenatore sono arrivato quasi al massimo, ma non sono riuscito a salire l'ultimo gradino. Si vede che qualche difettuccio lo avevo. E non posso dire: ‘Non sono andato in una grande squadra’. La verità è che non mi hanno mai cercato”.
Però lei, tifoso interista, da calciatore ha vinto lo scudetto nella Juventus del 1960/1961, anche se ha giocato due sole partite.
“All’epoca non esistevano le sostituzioni, gli undici in campo arrivavano fino al novantesimo. Ed erano campioni: Boniperti, Charles, Sivori. Nel calcio di oggi avrei giocato molto di più, perché sapevo adattarmi”.
In che ruolo giocava?
“Ero un fantasista lunatico. Tecnicamente bravo, un gran bel vedere. Ma c’erano giorni e giorni. Non è che decidessi io, ‘oggi gioco bene, domani gioco male’, dipendeva da come scendevo dal letto”.
E da allenatore?
“Ho iniziato dalla Prima Categoria, tra dilettanti e semiprofessionisti mi sono guadagnato tutto vincendo i campionati. I sette anni alla Fulgorcavi Latina sono stati bellissimi, mi hanno forgiato. Certi campi polverosi non te li spiegano nei libri”.
A Varese sfiorò la promozione in Serie A, nel 1981/1982, inventando il casino organizzato.
“Una squadra imprevedibile, senza punti di riferimento per gli avversari, perché se giochi sempre alla stessa maniera ti scoprono e ti battono. Eravamo avanti, grazie a due geni della preparazione, Enrico Arcelli e Roberto Sassi. Ogni calciatore aveva la sua tabella con gli allenamenti personalizzati”.
Lì conobbe un giovane Beppe Marotta.
“È partito dalla segreteria del Varese, poi il presidente, l’avvocato Colantoni, lo ha preso sotto la sua ala: è diventato dirigente del settore giovanile e ha iniziato la sua carriera. Parlava poco e osservava tanto. È diventato un bel politico, ha saputo muoversi in ambienti difficili”.
E siamo a Roma e a quei 441 indimenticabili giorni.
“Diciamo che in città non passo indifferente”.
20 aprile 1986, penultima giornata di campionato. Il suo Lecce, già retrocesso, batte 3-2 all’Olimpico la Roma capolista e di fatto regala lo scudetto alla Juventus.
“La follia e la bellezza del calcio. Quel giorno siamo stati perfetti, anche se nel girone di ritorno la Roma aveva giocato un calcio da applausi. Merito di Eriksson, ho letto della sua malattia e mi dispiace davvero tanto: grande allenatore e persona squisita”.
A fine partita mantenne la calma davanti a taccuini e microfoni.
“Probabilmente, a parti invertite…ma poi chissà, purtroppo non ho mai lottato per uno scudetto”.
Però anche lei si è giocato tutto in novanta minuti. 5 luglio 1987: 441 giorni dopo Roma-Lecce, Lazio-Campobasso, spareggio per non retrocedere in Serie C.
“In quell’anno non ci siamo fatti mancare niente. Per il totonero in un mese ci ritrovammo in Serie C con la sentenza di primo grado e, dopo l’appello, in B ma con nove punti di penalizzazione, un’enormità con i due punti a vittoria. Dissi ai giocatori: ‘Chi vuole resti, chi non vuole può andare via’. Rimanemmo tutti. Un gruppo fantastico. Iniziammo con una sconfitta in casa, rimontammo fino quasi a lottare per la promozione in A, poi il calo e gli spareggi di Napoli per non andare in C, con Taranto e Campobasso”.
Il gol della salvezza lo segnò Poli: corse verso la panchina per esultare e la evitò accuratamente.
“Le persone vere possono anche litigare, poi si guardano negli occhi e chiariscono. Mi dispiace solo che Fabio, con quei mezzi tecnici, non abbia ottenuto molto di più dalla sua carriera”.
Eppure lei ha valorizzato tanti talenti. Come il futuro campione del mondo Gianluca Zambrotta, che nel 1997 fece esordire in Serie A a 20 anni, a Bari.
“Veniva dal Como e zitto zitto diventò insostituibile. Zitto zitto non è una metafora: in un anno avrà detto cinque parole, al massimo dieci. Ma averne, professionisti così, l’allenatore potrebbe anche stare a casa. Diciamo che a Bari ho conosciuto il diavolo e l’acqua santa”.
Il diavolo è Cassano.
“Che poi con me Antonio si è sempre comportato bene, i problemi disciplinari sono venuti dopo. Al Bari aveva 17-18 anni, veniva in ritiro e si metteva tranquillo davanti alla tv. In allenamento tirava fuori colpi che ho visto poche volte nella mia vita calcistica e in partita li ripeteva senza alcuna apparente emozione. Come il gol all’Inter, a dicembre 1999, una settimana dopo che l’avevo fatto esordire in Serie A: ho ancora le immagini davanti agli occhi. Un talento sconfinato”.
Negli anni non gli ha risparmiato critiche. 2016: “Mi ha deluso, meglio che si ritiri”. 2018: “È un maleducato, mia moglie gli ha fatto un pensiero per la nascita dei figli e non ha neanche ringraziato”.
“Ma è un buon ragazzo, una brava persona che porterà con sé per sempre le sofferenze vissute da bambino. Quelli così magari in campo hanno una marcia in più ma spesso non riconoscono i limiti”.
Ora nelle squadre i calciatori sono aiutati anche dagli psicologi.
“L’équipe Fascetti era composta da me, dal mio vice, dall’allenatore dei portieri e dal preparatore atletico. Stop. Mi piaceva parlare faccia a faccia con i giocatori, senza interposte persone. Non so come mi sarei trovato nel calcio di oggi”.
Quel calcio in cui uno degli allenatori più forti è Antonio Conte, altra sua scoperta.
“L’ho fatto giocare in A a 16 anni, nel Lecce, proprio nel 1986. Eravamo già quasi retrocessi, mi dissi: ‘Prepariamo qualcosa per il futuro”. Aveva un motore fantastico, grinta e voglia di riuscire. Non è nato campione, è diventato campione. E ha avuto la fortuna di incontrare dopo di me Carlo Mazzone e Giovanni Trapattoni, allenatori forti che gli hanno dato tanto. Ora in panchina è un martello, come era da giocatore”.
È il suo tecnico preferito?
“Mi piace anche Gasperini. Il suo calcio è bello, aggressivo, stimolante. Già nei primi anni a Crotone aveva messo la sua impronta. E poi c’è Allegri. Ha vinto a Milano e a Torino, ha fatto bene a Cagliari e a Sassuolo. Può non piacerti ma fa rendere al meglio i suoi giocatori, è un vincente. E adesso – un po’ per volontà, un po’ per bisogno – sta anche lanciando calciatori giovani come Yildiz. La Juventus Next Gen è stata una grande idea”.
Fascetti, trentadue anni di panchine e di traslochi. Non una vita facile.
“Ma sono stati anni belli, li ricordo tutti volentieri. Tornassi indietro, rifarei ogni scelta. Era il mestiere che mi piaceva, mi sono divertito. Ho provato emozioni”.