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Endrick, l’orgoglio della povertà nella lettera al fratellino: “Vado al Real, non avremo più fame”

Endrick in allenamento con la nazionale brasiliana 
Dal talentuoso 17enne brasiliano, autore del gol della vittoria del Brasile a Wembley, un atto d’amore e di gratitudine verso i propri genitori e i loro tanti sacrifici. E anche il racconto di una infanzia felice grazie al pallone
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Un giovane campione scrive una lettera al fratellino di quattro anni e gli spiega la vita: la loro, quella della loro famiglia poverissima, ma anche l’altra, più grande, la vita di chi cerca cerca un segno, un sogno e un senso. La vita che placa la fame dello stomaco e dell’anima. Sembra un romanzo di formazione la lettera pubblicata da “The Players Tribune” che il brasiliano Endrick, il fenomenale 17enne che con la Seleçao ha appena segnato a Wembley e che andrà al Real Madrid, ha scritto per il fratello Noah che ancora non sa leggere. Endrick gli racconta di quando erano poveri, senza niente nel frigo, «senza gli yogurt che ami così tanto», di quando il loro papà Douglas piangeva per questo, e di quando riuscì a farsi assumere come spazzino allo stadio del Palmeiras e poi nello spogliatoio della prima squadra, dove ripeteva «un giorno mio figlio giocherà qui, insieme a voi».

Un giovane campione scrive una lettera al fratellino di quattro anni e gli spiega la vita: la loro, quella della loro famiglia poverissima, ma anche l’altra, più grande, la vita di chi cerca cerca un segno, un sogno e un senso. La vita che placa la fame dello stomaco e dell’anima. Sembra un romanzo di formazione la lettera pubblicata da “The Players Tribune” che il brasiliano Endrick, il fenomenale 17enne che con la Seleçao ha appena segnato a Wembley e che andrà al Real Madrid, ha scritto per il fratello Noah che ancora non sa leggere. Endrick gli racconta di quando erano poveri, senza niente nel frigo, «senza gli yogurt che ami così tanto», di quando il loro papà Douglas piangeva per questo, e di quando riuscì a farsi assumere come spazzino allo stadio del Palmeiras e poi nello spogliatoio della prima squadra, dove ripeteva «un giorno mio figlio giocherà qui, insieme a voi».

La “Vila Guaìra” di Endrick assomiglia tanto a “Villa Fiorito” di Maradona. Niente acqua corrente, né luce elettrica o tv. Niente nel piatto. «Vai a nanna, così la fame passa» gli diceva mamma, anche lei in lacrime aspettando di avere due reais per comprare un tozzo di pane raffermo «dal sapore paradisiaco». La mamma che dormiva in terra, il papà malato e senza denti che aveva un sogno, «addentare una mela», fin quando i giocatori del Palmeiras fecero una colletta e gli regalarono la dentiera.

«Però, Noah, è stata anche un’infanzia meravigliosa, grazie a Dio e grazie al calcio». Non c’è niente di patetico nella lettera al fratellino, ma una dolcezza neorealista piena di ricordi e poesia. «Noah, sei nato una sera quando ho fatto un gol, e per regalo ti ho portato la palla d’oro del torneo, perché non avevo soldi per comprarti un giocattolo». Endrick racconta che giocava a pallone in una specie di collina sopra la favela, e chi sbagliava doveva andare a recuperare il pallone in fondo alla discesa. «Tu sbagli? Tu corri!»: sembra solo un aneddoto, invece è la vita.

Il giovane campione scrive che il calcio è stato l’obiettivo e lo strumento «per avere almeno due pasti al giorno, a volte tre», e che i giorni di adesso non sono arrivati per caso. Ma niente di tragico, semmai un sentimento di allegro destino, qualcosa che contiene parecchia fede nell’impossibile. Una storia che sembra d’altri tempi, e forse lo è, perché i veri poveri del mondo restano qualcosa di sempre antico e contemporaneo soprattutto quando non li vediamo: questo, forse, vuole dire il campione al fratellino. È la memoria di chi non aveva niente eppure aveva moltissimo, ma è anche la consapevolezza che il moltissimo nasce da quel niente così orgoglioso e, in fondo, quasi felice.

Il papà che dormiva sotto la biglietteria dello stadio, la mamma sul pavimento, quando possedeva solo un materassino, una sedia e la Bibbia, e con quelle tre cose accompagnò Endrick in un’altra città per diventare calciatore, cuocendo salsicce quando c’erano soldi, altrimenti pane vecchio oppure niente. La mamma che piange in bagno per non farsi sentire, il papà sul divano. «Ma nel momento in cui dimentichiamo da dove veniamo, rischiamo di perdere la strada». Così finisce questa lettera bellissima, una lettera d’amore.

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