Christy Grimshaw: “Volevo fare la metereologa, sognando Beckham sono diventata capitana del Milan”
di Andrea SereniMILANO – Si può fantasticare guardando un film, e immaginare di essere come la protagonista. Christy Grimshaw ha visto e rivisto “Sognando Beckham”, la storia di una ragazza che voleva diventare come il più famoso calciatore inglese dell’epoca, e l’ha fatta sua. “Mi sono ritrovata in lei, anche io sono cresciuta con il mito di Beckham, avevo il suo poster in camera. E sono riuscita a fare del calcio il mio lavoro”. Christy ha 29 anni, gioca nel Milan femminile, di cui è capitana. Ha un sorriso contagioso e un carisma naturale. In queste settimane sta rientrando dopo un anno ai box per la rottura del crociato (“È stato bruttissimo, ma ora sto bene”), presto tornerà in campo. Sul prato del Vismara – dove le rossonere si allenano – le compagne di squadra le passano accanto e si fermano, tutte, a scherzare con lei. È scozzese, una terra che alla serie A ultimamente ha regalato anche McTominay, l’Mvp del campionato vinto dal Napoli.
Ha conosciuto il suo connazionale?
“Sì, abbiamo parlato un…
MILANO – Si può fantasticare guardando un film, e immaginare di essere come la protagonista. Christy Grimshaw ha visto e rivisto “Sognando Beckham”, la storia di una ragazza che voleva diventare come il più famoso calciatore inglese dell’epoca, e l’ha fatta sua. “Mi sono ritrovata in lei, anche io sono cresciuta con il mito di Beckham, avevo il suo poster in camera. E sono riuscita a fare del calcio il mio lavoro”. Christy ha 29 anni, gioca nel Milan femminile, di cui è capitana. Ha un sorriso contagioso e un carisma naturale. In queste settimane sta rientrando dopo un anno ai box per la rottura del crociato (“È stato bruttissimo, ma ora sto bene”), presto tornerà in campo. Sul prato del Vismara – dove le rossonere si allenano – le compagne di squadra le passano accanto e si fermano, tutte, a scherzare con lei. È scozzese, una terra che alla serie A ultimamente ha regalato anche McTominay, l’Mvp del campionato vinto dal Napoli.
Ha conosciuto il suo connazionale?
“Sì, abbiamo parlato un paio di volte quando eravamo con la Nazionale. Scott all’epoca non giocava ancora in Italia, mi piacerebbe ora raccontarci la nostra vita qui, confrontarci. Gli chiederei la maglia con una dedica. Magari gli scrivo quando vado a Napoli, una città che mi piace tantissimo. In allenamento mi chiamano “la napoletana”, perché le compagne dicono che ho la “cazzimma””.
Quante lingue parla?
“Tre. Un po’ di francese, poi l’italiano e ovviamente l’inglese”.
Il suo sogno da bambina?
“Volevo fare la meteorologa, parlare del tempo. In Scozia è bruttissimo, guardavo il cielo e speravo uscisse il sole. Mi sono appassionata così al meteo. Mi sarebbe piaciuto anche fare l’insegnante”.
Dopo la scuola è andata al College a Miami.
“Alla Barry University, dove potevo anche giocare a livello NCAA. Ci sono stata cinque anni, studiavo e mi allenavo tutti i giorni”.
Il primo ricordo con un pallone?
“Avevo tre anni, conservo ancora una foto. Ero in giardino con mio padre, mi ha passato la palla e io l’ho presa con le mani e l’ho messa giù. Da quel momento non l’ho più lasciata. Ho fatto anche atletica, ma quando a 13 anni ho dovuto scegliere non ho avuto dubbi. Con papà andavo a vedere le partite del Manchester United, sono diventata anche io tifosa così”.
Quale è lo United a cui è più legata?
“Quello del 2013, ha vinto il titolo nell’ultimo anno con Ferguson in panchina. Sir Alex è scozzese come me, vorrei conoscerlo”.
Provare a diventare una calciatrice professionista: una scelta di vita difficile?
“Solo da piccola, quando le mie compagne di classe mi chiedevano di uscire con loro il sabato o la domenica e io dovevo rifiutare. Avevo una partita, in quel momento non capivano. Ma la mia famiglia mi ha sempre sostenuta”.
Il suo modello?
“Reijnders, oltre a Beckham. Certo, ora è andato al Manchester City (fa una smorfia e ride, ndr), ma è un centrocampista box to box di qualità”.
E di questo Milan?
“Modric è il giocatore più bello in assoluto, ma come caratteristiche è diverso da me. Dico Rabiot, è tanta roba”.
A che punto è il calcio femminile in Italia?
“Sulle strutture è ancora troppo indietro. Servirebbero investimenti, fiducia. Poi i tifosi: perché ce ne sono così pochi alle partite? L’obiettivo deve essere trasmettere loro la stessa passione che c’è in Inghilterra, dove una partita femminile riempie Wembley”.
Al Milan sta bene?
“Molto, il club è al nostro fianco in tutto: c’è grande attenzione alla nutrizione, e staff tecnico, atletico e medico di altissimo livello. Vorrei giocare al Vismara, ma per ora non è possibile”.
La sua Milano, invece?
“Mi piace l’energia delle persone, è una città viva. E poi si mangia benissimo. Adoro il risotto alla milanese”.
In Scozia c’è un forte partito indipendentista, dopo la Brexit, che vorrebbe rientrare nell’Unione Europea. Lei che idea ha?
“Non vivo lì da un po’, faccio fatica a espormi. Ma vorrei che la Scozia diventasse un Paese dove si pensa ai giovani, che li faccia crescere nel miglior modo possibile”.
La maternità nel calcio femminile è ancora un tema delicato?
“Conosco tante calciatrici che hanno paura di fermarsi per la gravidanza: il contratto che diventa a rischio, la forma fisica… Al Milan noi abbiamo una policy maternità (introdotta nel 2024, tutela le giocatrici durante la gravidanza e i primi mesi dopo il parto, ndr) che ci fa sentire libere di volere un figlio anche durante la carriera agonistica”.
Lei ci pensa?
“Certo, voglio diventare mamma. Ma in futuro. Adesso ho in testa solo al calcio”.