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Annese il giramondo: “Dal Ghana al Burkina alleno anche l’allegria”

Vincenzo Annese 

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Il direttore tecnico dei Burkinabé ha allenato in 14 paesi. Ora la Coppa d’Africa: “Un continente con una forza interiore enorme. A volte stavo tre giorni senza acqua e luce”
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Oltre al perimetro di un campo di calcio c’è il mondo. Vincenzo Annese da Molfetta, 41 anni, ex giocatore di C, ha già allenato in 14 Paesi. Dall’Estonia all’Armenia, dal Belize al Nepal, dalla Cina all’Afghanistan. Personaggio dell’anno per Asi Sport&Cultura nella categoria italiani nel mondo, è direttore tecnico del Burkina Faso: gli Stalloni debuttano in Coppa d’Africa mercoledì con la Guinea Equatoriale. Girone tosto, ci sono anche la forte Algeria e il Sudan.

Annese, come è la sua Africa? «In Burkina Faso sono arrivato da poco. Mi avevano messo in guardia, ma io ho trovato solo tanta gentilezza da tutti. L’Africa però l’ho conosciuta in Ghana. Ho allenato il Bechem Utd, abbiamo vinto la coppa e giocato l’Europa League africana t…

Oltre al perimetro di un campo di calcio c’è il mondo. Vincenzo Annese da Molfetta, 41 anni, ex giocatore di C, ha già allenato in 14 Paesi. Dall’Estonia all’Armenia, dal Belize al Nepal, dalla Cina all’Afghanistan. Personaggio dell’anno per Asi Sport&Cultura nella categoria italiani nel mondo, è direttore tecnico del Burkina Faso: gli Stalloni debuttano in Coppa d’Africa mercoledì con la Guinea Equatoriale. Girone tosto, ci sono anche la forte Algeria e il Sudan.

Annese, come è la sua Africa? «In Burkina Faso sono arrivato da poco. Mi avevano messo in guardia, ma io ho trovato solo tanta gentilezza da tutti. L’Africa però l’ho conosciuta in Ghana. Ho allenato il Bechem Utd, abbiamo vinto la coppa e giocato l’Europa League africana tenendo testa a una squadra algerina che aveva un budget 400 volte il nostro».

Oltre al calcio cosa ha trovato? «Una forza interiore enorme. A volte stavo tre giorni senza acqua e luce. Mi sono fatto il bagno con un solo secchio d’acqua stando attento a non sprecare quella sporca».

Una immagine che vorrebbe condividere? «Ne avrei tante. Allegria e spensieratezza, tutti ridono anche se non hanno un soldo. La dignità di persone che lavorano ore in una miniera d’oro per guadagnare pochi dollari. La gioia dei bambini quando giravamo con la squadra e ci fermavano per dare loro dell’acqua. In Italia diamo per scontato avere soldi e comodità domestiche. Ma è tutto relativo».

Lei è il Bora Milutinovic italiano. Quattordici Paesi sono tanti. «E ognuno ha situazioni diverse. In Armenia sono individualisti nel Dna, dagli scacchi agli sport da combattimento. Lì ho allenato Under 17 e 19, la missione era sposare il talento e il collettivo».

Il Nepal? «Persone meravigliose di 70 anni che mi facevano l’inchino, ero quasi in imbarazzo. E ogni giorno c’era un motivo per fare festa, era difficile anche trovare la federazione aperta. Io volevo fare tanti allenamenti, loro invece sempre in relax. Meno rilassante era la regola che impone al ct di fare trekking al campo base dell’Everest, a 4800 metri di quota. Io ci sono andato da solo, senza guida, sono proprio un incosciente. Ma quando vedi quella montagna ti senti invincibile».

Afghanistan e Palestina. «A Kabul sono stato poco tempo. La situazione la conosciamo tutti, ci sono i Talebani. L’ambasciatrice italiana, che stava in Kuwait, mi chiamava preoccupata. Ma non mi sono sentito in pericolo. In Palestina è diverso: sempre sull’attenti. Pensi che una volta stavo camminando e un soldato israeliano mi ha chiesto le generalità. Gli dico che sono italiano e faccio il gesto di infilare la mano nella tasca per prendere il passaporto. Pensava avessi un’arma e ha sparato una raffica di mitra. Per fortuna in aria...».

Ha qualche rimpianto? «In Belize. Avevamo la qualificazione alla Gold Cup a portata di mano ma scoppiò il Covid e, complice qualche leggerezza burocratica, ci siamo presi un 3-0 a tavolino dalla Guyana francese».

Una nazionale africana è pronta a vincere i Mondiali? «Il Marocco ha dimostrato che si può fare. Intanto ha vinto il Mondiale Under 20...».

Quindi giocando in casa vincerà facilmente questa Coppa D’Africa? «E chi lo dice? Sono favoriti, ma in Africa tutto può succedere, qualunque cosa uno faccia. È la magia di questo continente».

Lei è anche scrittore. Uno dei suoi libri dal titolo ‘1-4-4-3’ chiama in causa il portiere. «Sì, mi piace la costruzione dal basso. La proporremo con il Burkina Faso, aumenta la spettacolarità del gioco e l’autostima della squadra».

Ma avete i giocatori per farlo? «Sì. Abbiamo una belkla squadra. Ci sono Tapsoba del Leverkusen o Bertrand Traoré del Sunderland. E occhio a Minoungou. Gioca a Seattle, ha segnato una doppietta nell’ultima amichevole».

Chi l’ha ispirata? «Mi piacciono i piccoli che sfidano i grandi. Dico Zeman. E’ vero che ho girato tanto, ma sono anche passato da Foggia...».

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