RIAD – Per il Napoli è una bella occasione. Per il Bologna, la partita della vita. L’asimmetria delle motivazioni fra le due finaliste di Supercoppa è nota a entrambi gli allenatori. Antonio Conte teme che la consapevolezza di avere un appuntamento con la storia possa giocare a favore dei rossoblù, e mette in guardia i suoi: «Se avremo meno fame del Bologna, per noi sarà una colpa. Dovremo essere più motivati di loro». Poi lancia il più contiano degli ammonimenti: «Arrivare in finale è bello, ma ci si ricorda solo di chi ha vinto». Italiano parla a cuore aperto. Evoca i dolori del passato e li usa come leva per sollevare il suo popolo — i cinquecento che saranno allo stadio, più un’intera città, non solo undici giocatori più riserve — verso una gioia enorme, che manca da quasi novant’anni. È dai tempi della leggenda Árpád Weisz, biennio 1935-1937, che il club non vince trofei in due stagioni consecutive. Allora furono due scudetti. «Sarò felice se il Bologna di De Silvestri, Italiano …
RIAD – Per il Napoli è una bella occasione. Per il Bologna, la partita della vita. L’asimmetria delle motivazioni fra le due finaliste di Supercoppa è nota a entrambi gli allenatori. Antonio Conte teme che la consapevolezza di avere un appuntamento con la storia possa giocare a favore dei rossoblù, e mette in guardia i suoi: «Se avremo meno fame del Bologna, per noi sarà una colpa. Dovremo essere più motivati di loro». Poi lancia il più contiano degli ammonimenti: «Arrivare in finale è bello, ma ci si ricorda solo di chi ha vinto». Italiano parla a cuore aperto. Evoca i dolori del passato e li usa come leva per sollevare il suo popolo — i cinquecento che saranno allo stadio, più un’intera città, non solo undici giocatori più riserve — verso una gioia enorme, che manca da quasi novant’anni. È dai tempi della leggenda Árpád Weisz, biennio 1935-1937, che il club non vince trofei in due stagioni consecutive. Allora furono due scudetti. «Sarò felice se il Bologna di De Silvestri, Italiano e Orsolini sarà ricordato come quelli di Weisz, di Bulgarelli, di Signori. Perdere le finali fa soffrire troppo. Ha ragione chi dice che “sono fatte per essere vinte, non giocate”. Che poi significa cercare di non sbagliare niente, anche i rigori, che abbiamo preparato bene».
I metodi di Italiano
Il tecnico rossoblù sa di cosa parla. A Firenze ha perso finali di Conference League e Coppa Italia. Le ha studiate, sezionate e ricomposte. Ha attraversato la sofferenza, l’ha capita, l’ha infine trasformata in trionfo, sempre in Coppa Italia: 14 maggio 2025, Bologna-Milan 1-0. Una data scolpita. Un luogo della mente in cui vuole tornare. E a disegnare la mappa è una serie infinita di dettagli. Dopo la semifinale vinta con l’Inter, ha cambiato centro di allenamento. Troppo alta e troppo poco scivolosa, l’erba del quartier generale dell’Al-Nassr. Meglio traslocare al silenzioso e perfetto Prince Faisal Stadium. Per non dare indizi sulla tattica, ha passato i 15 minuti di allenamento di vigilia aperti alle telecamere a parlare con i suoi giocatori, di modo che il mondo di fuori non vedesse nemmeno un passaggio, un birillo, una pettorina. Non stupisce. È il suo metodo. «Anche noi calciatori scopriamo la formazione insieme ai tifosi. Arriviamo allo stadio senza sapere chi giocherà», ha raccontato Jonathan Rowe, che contro i nerazzurri ha tirato e segnato il suo primo rigore nel calcio degli adulti.
Le formazioni
C’è da scommettere che questa volta Italiano con l’undici di partenza andrà sul sicuro, replicando con poche eccezioni quello che l’ha portato in finale, incardinato sul portierone Ravaglia, su Orsolini, su Castro sola punta. Unico cambio obbligato, nel suo 4-2-3-1, sarà Cambiaghi al posto di Bernardeschi, fermo per una clavicola rotta. Ancor meno dovrebbe cambiare Conte, pronto a schierare gli stessi giocatori che hanno battuto il Milan, e che hanno avuto un giorno in più per riposare rispetto agli avversari. Un vantaggio non da poco. L’unico ballottaggio è fra Lang ed Elmas, decisamente favorito. Il vero dubbio è con quali occhi il suo Napoli scenderà in campo. Se l’allenatore sarà riuscito nella sua opera di convincimento, sarà lo sguardo di chi si è abituato a vincere, ma vivendo ogni trofeo come fosse il primo. È così che funzionano le grandi squadre.