Torino – «Ho paura di non essermi mai divertito in vita mia. Secondo me ho qualche problema». Luciano Spalletti sembra ancora un alieno piombato da un pianeta distante sul mondo molto terrestre della Juventus, che di rado ha accolto con questo piacevole stupore qualcuno venuto da un posto filosoficamente molto lontano. Questa squadra aveva bisogno di un allenatore così, che spezzasse schemi e abitudini e provasse a importare un modo di pensare diverso. «Non riesco mai a essere contento, se non di riflesso, come quando vedo i giocatori che si abbracciano felici negli spogliatoi. Però riesco a farmi venire l’ansia quando la squadra sta là dietro ad aspettare che l’arbitro fischi la fine. Anzi, mi girano proprio i coglioni».
Scontento anche dopo la vittoria sulla Roma
Torino – «Ho paura di non essermi mai divertito in vita mia. Secondo me ho qualche problema». Luciano Spalletti sembra ancora un alieno piombato da un pianeta distante sul mondo molto terrestre della Juventus, che di rado ha accolto con questo piacevole stupore qualcuno venuto da un posto filosoficamente molto lontano. Questa squadra aveva bisogno di un allenatore così, che spezzasse schemi e abitudini e provasse a importare un modo di pensare diverso. «Non riesco mai a essere contento, se non di riflesso, come quando vedo i giocatori che si abbracciano felici negli spogliatoi. Però riesco a farmi venire l’ansia quando la squadra sta là dietro ad aspettare che l’arbitro fischi la fine. Anzi, mi girano proprio i coglioni».
Scontento anche dopo la vittoria sulla Roma
Sabato sera Lucio era l’unico juventino scontento al mondo (non gli è piaciuto il primo tempo, non gli piace che «ritardino la mappatura di quello che accade attorno, così devono reagire agli eventi anziché anticiparli»), l’unico che abbia preso le vittorie contro Bologna e Roma non come un trampolino di lancio ma come una lezione, quelle che gli allenatori di solito attribuiscono alle sconfitte citando Mandela («O vinco o imparo»): «Abbiamo vinto contro due squadre che ci insegnano». Il modello tattico cui tende è in effetti analogo a quello delle ultime due squadre incontrate: pressing forsennato, duelli individuali, ruoli e modulo scomponibili. E ha ormai selezionato una formazione tipo, con l’unico ballottaggio aperto tra Openda e David (ma con il recupero di Bremer, Koopmeiners risalirà a centrocampo). L’alieno i giocatori lo ascoltano spesso a bocca aperta e certe volte non colgono al volo i suoi messaggi perché lui non si è limitato ai concetti semplici, come spesso fanno i tecnici subentrati con poco tempo a disposizione e uno spogliatoio frastornato, ma si è subito addentrato nella complessità perché ha intuito che non bastava correggere, bensì sradicare convinzioni impiantandone di nuove.
Esigente con la difesa
Il suo modo di pensare controcorrente sta facendo presa. Quando la squadra non decollava, lui predicava quanto invece fosse forte («E se lo dice lui, con l’esperienza che ha, vuol dire che è vero», dice Locatelli), ora che invece funziona ne sottolinea le mancanze: «Voglio che i difensori partecipino di più al gioco, come fa Mancini nella Roma. Glielo dico sempre: quando avete la palla andate, se no perché giocate a pallone? Per correre dietro a un avversario?». Né teme di dare giudizi drastici, come su Zhegrova (buono per giocare in venti metri, inesistente se deve arretrare) o su Yildiz, che «non ha la percezione di quanto i difensori avversari lo considerino forte».
Natale libero nonostante la partita a Pisa due giorni dopo
Intanto ha dato il Natale libero ai suoi, nonostante due giorni dopo siano impegnati a Pisa (non ci sarà Rugani, out un mese e mezzo, in dubbio Conceiçao e McKennie), perché l’alieno, da quando è qui, non ha mai usato il bastone e nemmeno la carota, ma solamente il metodo della comprensione e della persuasione. Dopo i tre confronti diretti di fila, ora arrivano cinque partite di difficoltà medio-bassa, in attesa di Juve-Napoli di fine gennaio: potrebbe essere una partita d’altissima classifica.