Arena e suoi fratelli, chi sono i talenti italiani del futuro: “Lasciateli sbagliare”
di Matteo PinciROMA – Se il cielo sarà ancora azzurro è presto per dirlo, ma l’alba promette una nuova luce. Il primo ragazzo del 2009 a trovare il gol in Europa porta la maglia dell’Italia. Anche se è nato a sedicimila chilometri dal nostro paese. Antonio Arena, nonni calabresi emigrati in Australia, è diventato il volto di una rivoluzione dopo aver fatto il percorso opposto: da Sydney a Pescara e poi Roma, che lo ha strappato in estate al Napoli pagandolo come un calciatore vero, anche se il ragazzino aveva, ha, appena 16 anni. L’età che avevano Totti e Del Piero quando ci siamo accorti di loro. Niente paragoni, anche perché Antonio con gli ultimi portatori sani di fantasia del nostro calcio non ha nulla in comune: un metro e 88 di centravanti che dà il meglio di sé vicino, vicinissimo alla porta. Ma certo dopo anni di buio, i giovani italiani sono tornati a fare promesse di un futuro diverso.
Arena e gli altri: da Bartesaghi a Ekhator
I campi di serie A stanno scavando binari per le corse di due …
ROMA – Se il cielo sarà ancora azzurro è presto per dirlo, ma l’alba promette una nuova luce. Il primo ragazzo del 2009 a trovare il gol in Europa porta la maglia dell’Italia. Anche se è nato a sedicimila chilometri dal nostro paese. Antonio Arena, nonni calabresi emigrati in Australia, è diventato il volto di una rivoluzione dopo aver fatto il percorso opposto: da Sydney a Pescara e poi Roma, che lo ha strappato in estate al Napoli pagandolo come un calciatore vero, anche se il ragazzino aveva, ha, appena 16 anni. L’età che avevano Totti e Del Piero quando ci siamo accorti di loro. Niente paragoni, anche perché Antonio con gli ultimi portatori sani di fantasia del nostro calcio non ha nulla in comune: un metro e 88 di centravanti che dà il meglio di sé vicino, vicinissimo alla porta. Ma certo dopo anni di buio, i giovani italiani sono tornati a fare promesse di un futuro diverso.
Arena e gli altri: da Bartesaghi a Ekhator
I campi di serie A stanno scavando binari per le corse di due laterali che promettono di affrontarsi per anni in campionato e spartirsi le fasce della Nazionale per anni: Davide Bartesaghi e Marco Palestra sono entrambi nati nel 2005, nelle giovanili dell’Atalanta si sono quasi dati il cambio, ora Davide si è preso la corsia sinistra del Milan, condannando all’oblio anche uno come Theo Hernandez. Per Marco, laterale destro, l’Atalanta in estate ha rifiutato un’offerta di 25 milioni dalla Juventus: al Cagliari è in prestito, con la promessa di tornare a Bergamo in estate. La Nazionale li aspetta e intanto ha scoperto che Pio Esposito, altro 2005 con tre gol in cinque uscite azzurre, può essere più utile alla patria che all’Inter. Aspettando Francesco Camarda, che rispetto ad Arena ha un solo anno in più e ha già segnato, con il Lecce, il suo primo gol in serie A. Di anni ne ha compiuti 19 a novembre Jeff Ekhator, genovese figlio di genitori nigeriani, tre gol quest’anno e punto fermo dell’Under 19.
Viscidi: “Così abbiamo scoperto Arena”
“Arena ce lo ha segnalato Silvio Baldini a Pescara”, racconta Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili. “L’estate scorsa era già nel giro della prima squadra in serie C, ma il presidente Sebastiani ha preferito che giocasse con noi l’Europeo Under 17 piuttosto che le finali con loro. Il ragazzo è cresciuto, loro hanno vinto il campionato e lo hanno potuto cedere benissimo”. E non è l’unico: “Siamo arrivati terzi all’Europeo U17 con tre giocatori nella top 11, tra cui Samuele Inacio del Borussia Dortmund. C’è ricambio, sono fiducioso, ma l’ostacolo più grande è il passaggio dalla Primavera alla prima squadra”, ammette.
Del Piero e i dribblig: “Da ragazzo lo allenavo così”
Che qualcosa si stia muovendo davvero lo dimostrano i numeri: nel 2024, il settore giovanile e scolastico della Federcalcio ha registrato 132mila tesserati in più rispetto al 2009 e la crescita è regolare. “Ma il tesserato fa solo sedute codificate, così il tempo dedicato al calcio è insufficiente: ci si ferma a giugno, si riprende a metà settembre, e si perdono tre mesi. Ci si allena per un’ora o poco più, così i ragazzi toccano troppo poco la palla. C’è stato un disconoscimento degli esercizi sulla tecnica. Già 20 anni a un convegno sul dribbling due grandi ex calciatori mi dicevano: “Io ho imparato a dribblare perché lo facevo tutti i giorni tutto il giorno e non c’era nessuno che mi ordinava di passare la palla. Quando avevo Del Piero a Padova gli facevo fare ogni giorno sessioni di 1 contro 1 con Sartor. Non dico certo che Alex abbia imparato grazie a me, ma oggi il dribbling non si allena neanche più. Come federazione sappiamo di dover intervenire sulla tecnica: produciamo tanti esterni, tanti centrocampisti, pochi attaccanti”. Antonio Cabrini individua il problema nella mancanza di radici: “Rispetto a quando eravamo giovani noi è cambiato tutto, a cominciare dalle partite del settore giovanile. E da ragazzi avevamo istruttori, non allenatori”.