Nel suo centro per il padel a City Life Demetrio Albertini, 54 anni, ex campione del Milan oggi imprenditore e dirigente sportivo, non cede alla nostalgia, ma i suoi 26 duelli con l’Inter non li ha dimenticati.
Albertini, questo derby decide lo scudetto?
“Se vince l’Inter, sì: è una sentenza, 13 punti di distacco a 10 giornate dalla fine sarebbero troppi. Ma anche se perde, non è che automaticamente si riapra il campionato. Di sicuro si sfidano le due squadre meritatamente prima e seconda in classifica”.
C’è davvero tanta differenza?
“L’Inter è più consolidata, gioca un buon calcio. Il Milan ha cambiato tanto e so per esperienza che non si costruisce in un giorno: lo scudetto di Zaccheroni, nel 1999, arrivò dopo un undicesimo e un decimo posto. Per vincere serve la continuità della consapevolezza”.
Nel suo centro per il padel a City Life Demetrio Albertini, 54 anni, ex campione del Milan oggi imprenditore e dirigente sportivo, non cede alla nostalgia, ma i suoi 26 duelli con l’Inter non li ha dimenticati.
Albertini, questo derby decide lo scudetto?
“Se vince l’Inter, sì: è una sentenza, 13 punti di distacco a 10 giornate dalla fine sarebbero troppi. Ma anche se perde, non è che automaticamente si riapra il campionato. Di sicuro si sfidano le due squadre meritatamente prima e seconda in classifica”.
C’è davvero tanta differenza?
“L’Inter è più consolidata, gioca un buon calcio. Il Milan ha cambiato tanto e so per esperienza che non si costruisce in un giorno: lo scudetto di Zaccheroni, nel 1999, arrivò dopo un undicesimo e un decimo posto. Per vincere serve la continuità della consapevolezza”.
Cioè bisogna sentirsi forti?
“A Milanello sono arrivati tanti stranieri e un nuovo allenatore, la società ha messo in discussione le proprie strategie. Ora a livello sportivo ci sono due punti fermi, con tanta esperienza, come Tare e Allegri. Max è un eccellente gestore, nessuno può dubitare delle sue capacità. Certo, il mercato lo fa il club, è così dappertutto”.
Ma anche l’Inter ha cambiato allenatore.
“Chivu ha alle spalle la stessa guida societaria, lo stesso ds Ausilio e più o meno gli stessi giocatori. È un bel vantaggio”.
Marotta presidente batte Furlani ad, insomma.
“Marotta ha un’esperienza lunghissima, un vissuto consolidato nel calcio. Furlani arriva da un’altra estrazione lavorativa, da manager della finanza”.
Però l’Inter che prova a uccidere il campionato è uscita dalla Champions contro una squadra norvegese.
“Senza girarci intorno, significa che oggettivamente siamo indietro. Gli altri hanno un gioco molto più veloce, molto più spavaldo. Da noi pochi giocatori prendono palla e tentano l’uno contro uno. Il nostro pensiero è sempre di non buttare via la palla, di non rischiare. Scimmiottiamo il tikitaka, il possesso palla, la costruzione dal basso: non trasmettiamo emozioni. Non saltiamo l’uomo. Tu l’uomo lo salti o col passaggio o con l’uno contro uno, ma in serie A i passaggi sono quasi tutti laterali. Il nostro gioco è troppo lento”.
In effetti il dato cronistico, l’eliminazione precoce di Inter, Juventus e Napoli, coincide coi dati statistici.
“Tecnologia e match analysis sono entrate prepotentemente nel nostro mondo, anche se poi la lettura dei dati è interpretativa. Ad esempio il numero dei passaggi senza errori non è un valore, lo diventa solo se tagli fuori l’avversario. Contano qualità e velocità del gioco. Il calcio del tikitaka mi annoia, eppure io ho giocato nel Barcellona. Ma quello sì che non annoiava, perché a un certo momento avevi chi saltava l’uomo. Non tutti sanno guidare la Ferrari. Ma se vai a una certa velocità, magari ti abitui”.
Però nel 2023, non nella preistoria, c’erano tre finaliste italiane nelle tre coppe.
“Diceva un coach di basket: non si analizza il risultato, ma come ci sei arrivato. Chi arriva in finale ha fatto evidentemente una bella stagione, ma tante volte omettiamo una domanda: qual è la percezione esterna del nostro campionato? Delle 4 squadre di quest’anno in Champions, quante erano davvero favorite per vincere la coppa? Noi ci diciamo l’Inter, perché l’anno scorso ha perso in finale e perché siamo italiani, ma erano più favorite altre, come il Real Madrid”.
L’Atalanta è un’eccezione?
“La verità è che gli altri costruiscono, mentre noi gestiamo, gli altri campionati fanno sistema e noi gestiamo. A volte raggiungiamo gli obiettivi, ma non diamo un segnale di forza, sembra più un fatto occasionale. L’Atalanta è una delle poche società che stanno programmando presente e futuro, come il Bologna e il Como. Possono anche non vincere, ma sanno in quale direzione stanno andando”.
Non sarà soprattutto che i colossi d’Europa hanno più soldi e possono prendersi i fuoriclasse?
“Non è solo questo. Noi siamo anche un campionato che forma i giocatori e poi li dà via. Il problema centrale è il non puntare sui giovani. Il Como non ha portato in prima squadra giocatori del settore giovanile, però i giovani li ha comprati. Noi non organizziamo i club per creare un percorso sportivo: a un certo punto arriva un tappo. Mi sembra un po’ come accadeva negli Usa nel 1994, quando giocammo lì il Mondiale. Il movimento calcistico studentesco era numericamente molto diffuso, ma mancava il campionato. In Italia un ragazzo forte non ha lo sbocco per giocare in prima squadra, perché, legittimamente, i presidenti gli antepongono la gestione finanziaria a breve termine. Dobbiamo tornare a fondare i bilanci sui giovani, è una scusa che non ci siano talenti”.
Gli italiani costano troppo, rispetto ai loro coetanei stranieri.
“E allora battiamoci per fare in modo che costino di meno, proviamoci. Oggi la serie C non è più sostenibile, siamo l’unico paese con così tante squadre professionistiche: troviamo altre modalità più sostenibili. Tutti devono giocare a calcio, ma non tutti possono fare i professionisti. Dobbiamo avere il coraggio di dire anche cose scomode”.
Lei è stato il fautore delle seconde squadre, ma sono solo 4.
“Ne parlai per la prima volta dopo il Mondiale sudafricano del 2010 alla presentazione di Prandelli ct, da responsabile del Club Italia. Quasi 16 anni dopo, sono ancora molto attuali, ma abbiamo buttato via tanto tempo. Pensiamo al Barcellona e a tutti i campioni che ha sfornato dalla squadra B: se oggi, malgrado i debiti e le limitazioni al mercato, non smette di vincere e risparmia soldi, è perché attinge lì e fa giocare i talenti senza paura. Iniesta, Puyol, Xavi sono sbocciati così. Ma a 16 anni, non a 23”.
Allude alle seconde squadre italiane, che sono Under 23?
“Esatto. Qualche risultato c’è stato, però dobbiamo abbassare l’età, altro che Under 23: devono giocare i sedicenni e i diciassettenni, vanno formati subito come professionisti, senza paura. Se hai l’acqua alla gola, se l’unico tuo orizzonte è restare in A per salvare il bilancio e fare plusvalenze, chi te lo fa fare di prendere un giovane rischiando magari la B e la perdita dei diritti televisivi più remunerativi? Meglio andare sul sicuro”.
Peggio per la Nazionale di un campionato con squadre quasi tutte straniere.
“Bisogna essere sinceri e avere il coraggio di esporre i dati di fatto, ma interessano? Manca la quantità, non la qualità: il livello medio dei giocatori della Nazionale è buono. Ma sono pochi e non sempre quei pochi stanno tutti bene nello stesso momento, perciò il ct è costretto ad attingere più in basso. Ormai ci sono giocatori che hanno più partite internazionali con la Nazionale che con il loro club nelle coppe: quale esperienza possono avere? In più la maggior parte arriva ad avere successo intorno ai 23-24 anni e a consolidare un livello europeo altri 2 anni dopo: è tardi”.
L’Italia rischia al play-off per il Mondiale?
“Il rischio della sconfitta, nello sport, esiste sempre, ma perché essere pessimisti? Non mi sto ponendo il problema: forse con Svezia e Macedonia del nord non avremmo potuto vincere? Abbiamo i giocatori per qualificarci. Veniamo da mancate partecipazioni e non è che nelle due edizioni del 2010 e del 2014 avessimo fatto benissimo. Ma guardiamo avanti, non indietro: alimenterebbe la paura”.
Resta il poco aiuto dei club: nemmeno uno stage per Gattuso.
“Premesso che tutto questo problema di concedere i giocatori alle Nazionali ai miei tempi non c’era e assodato che i famosi blocchi trasferiti dai grandi club alla Nazionale non ci sono più, Rino non ha tempo per preoccuparsi dello stage mancato. D’altra parte l’unico che sia davvero servito, nella mia esperienza col Club Italia, è stato quello prima di Euro 2012, quando Prandelli chiamò le riserve potenziali e qualcuno, come Destro, lo mise in difficoltà. Sono sicuro che la verve di Gattuso, la sua capacità di entrare nella testa dei calciatori, servano molto più di uno stage. La gente lo capisce: vuole bene alla Nazionale, non è vero che c’è disinteresse”.
Ma quali sono i campioni giusti per evitare la terza esclusione di seguito?
“Mi viene male a pensare che Donnarumma, uno tra i portieri più grandi, non abbia ancora giocato un Mondiale. Tonali e Calafiori sono forti e hanno esperienza internazionale. Barella per me è un centrocampista straordinario, moderno. Dimarco è una mezza punta-laterale che, tra assist e palle pericolose, fa la differenza da 4 anni. Poi mi aspetto tanto da Bastoni: ha tutte la caratteristiche per fare il leader. Il gesto dell’esultanza all’espulsione di Kalulu è stato brutto, ma ha capito di avere sbagliato. E scagli la prima pietra, tra gli ex calciatori, chi è stato sempre perfetto: non raccontiamoci bugie”.
La formula della doppia punta e il ritorno di Verratti la convincono?
“O davanti hai Ibra o Van Basten oppure è meglio mettere due attaccanti. Locatelli è cresciuto tanto. Se Rino vedrà che Verratti è all’altezza ed è utile, per qualsiasi ragione, farà bene a sfruttarlo: in Nazionale va chi lo merita e chi serve. A 33 anni un calciatore non è vecchio: io ho constatato al Mondiale ‘98, con Bergomi e Roberto Baggio, che l’età non è un ostacolo”.
Sarà un Mondiale diverso dal “suo” Usa ’94, tra dominio dei media e incognite di guerra.
“Sono appena stato in Messico e ho incontrato il mio ex compagno del Barcellona Rafa Marquez, che è vice di Aguirre nella Nazionale messicana. Ormai manca poco e c’è grande fermento. La percezione è che sarà il Mondiale della comunicazione, un’Olimpiade del calcio, adesso che è allargato a 48 squadre: il megafono del mondo, basta pensare che la Fifa ha più Paesi aderenti dell’Onu. Certo, le incognite sono innegabili. Il calcio non è un pianeta dorato, a parte: viene investito dalle ripercussioni di ciò che accade all’umanità”.
Intanto la Milano del calcio è colonizzata dai fondi americani.
“I fondi sono l’unica possibile soluzione, oggi le prospettive di un imprenditore non sono semplici, il singolo non può resistere. Non riusciamo a fare sistema: oggi la difficoltà è potere avere normative certe: restiamo il più bel Paese, con tante squadre e tante città magnifiche, che però non riesce a fare gli stadi. E i fondi hanno messo gli occhi sull’Italia e su Milano”.
Rifare San Siro è inevitabile?
“San Siro è casa mia, ma è giusto cambiare. Dove ho giocato io, a Padova, a Bergamo, a Barcellona, è successo così. Oggi San Siro non è più idoneo per il calcio attuale, non è più all’altezza. A poco a poco diventerebbe un monumento inutilizzabile. E lo dice uno che ha tantissimi ricordi magnifici lì: dalla prima volta che ci entrai da tifoso ragazzino, portato da mio papà a vedere Milan-Catania, fino ai derby e alla mia partita d’addio. A volte mi sento vecchio, fuori contesto. Certi paragoni non reggono più, il mondo va avanti”.
Scusi Albertini, ma perché con tanti progetti in testa lei nel 2025 ha lasciato la presidenza del settore tecnico della Figc?
“Servirebbe un’intervista a parte”.