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Generazione a una mano: dal selfie di Totti a Depay, il calcio in modalità scroll

José Mourinho nello spogliatoio del Tottenham 

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Come i social hanno riscritto gesti, riti e identità dei calciatori
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Si sta come zombie, sulle panche i mediani. Ed è subito Tik-Tok. Ogni spogliatoio di Serie A nel pre e post-partita riverbera del lucore tarocco dei pixel. Lo smartphone ha esercitato il definitivo diritto di riscatto su un’intera categoria, quella che lo sconsolato Cristian Chivu definisce “Generazione a una mano”, poiché così se ne stanno: con la testa china sul telefono, una mano a “smanettare”, l’altra altrove occupata, in un perenne fuorigioco esistenziale.

De Rossi e il veleno “che entra dentro”

Sì, certo: e tutto il mondo fuori. I novanta minuti della partita, ma anche l’ora e mezza di allenamento o la riunione tecnica, sono diventati una parentesi (nerazzurra, bianconera, rossonera) tra un “mi piace” e un “reel”. Il rapporto inquinato tra i calciatori e i social network è diventato un problema da risolvere, una questione che - nella vita dell’atleta - genera un fattore di equilibrio, come lo sono l’alimentazione e la qualità del sonno. Daniele De Rossi qualche tempo fa ha rac…

Si sta come zombie, sulle panche i mediani. Ed è subito Tik-Tok. Ogni spogliatoio di Serie A nel pre e post-partita riverbera del lucore tarocco dei pixel. Lo smartphone ha esercitato il definitivo diritto di riscatto su un’intera categoria, quella che lo sconsolato Cristian Chivu definisce “Generazione a una mano”, poiché così se ne stanno: con la testa china sul telefono, una mano a “smanettare”, l’altra altrove occupata, in un perenne fuorigioco esistenziale.

De Rossi e il veleno “che entra dentro”

Sì, certo: e tutto il mondo fuori. I novanta minuti della partita, ma anche l’ora e mezza di allenamento o la riunione tecnica, sono diventati una parentesi (nerazzurra, bianconera, rossonera) tra un “mi piace” e un “reel”. Il rapporto inquinato tra i calciatori e i social network è diventato un problema da risolvere, una questione che - nella vita dell’atleta - genera un fattore di equilibrio, come lo sono l’alimentazione e la qualità del sonno. Daniele De Rossi qualche tempo fa ha raccontato un aneddoto. Disse di aver visto un giovane calciatore sul lettino della fisioterapia, intento a leggere i commenti di un post. Si fermò e gli disse testuali parole: “Non va bene, è solo veleno che entra dentro’”. De Rossi, 43 anni, appartiene all’ultima generazione di calciatori che è riuscita a dribblare la dittatura della tecnologia, ma ora - da allenatore - con quel veleno deve farci i conti quotidianamente.

Non esiste oggi vittoria che non sia festeggiata con un selfie di gruppo, non è contemplata riflessione dopo una sconfitta che non venga postata sui propri profili social. Nel 2016 - parliamo di dieci anni fa - destò scalpore la foto di gruppo in un interno, quello dello spogliatoio dell’Argentina. La Seleccion, battendo il Venezuela, aveva appena conquistato la semifinale della Coppa America. I calciatori se ne stavano seduti al loro posto, la schiena piegata a favore di smartphone, muti e assorti, chiusi nella loro bolla individuale. Non c’era gioia per la vittoria, non c’era condivisione, non c’era nulla, se non apatia.

Il selfie di Totti

Del resto Leo Messi, dopo la conquista del Mondiale 2022 in Qatar, ha regalato ai compagni un Iphone d’oro: perché stupirsi? Il primo a dettare il comandamento - “Non avrai altro selfie all’infuori di me” - fu Francesco Totti dopo il gol nel derby romano del gennaio 2015. Si fece un selfie sotto la Curva Sud che non immortalava un momento, ma spalancava un orizzonte. L’arbitro di quel derby, Orsato, colto di sorpresa, non riuscì nemmeno ad ammonirlo come avrebbe dovuto. Vien da pensare che oggi un qualsiasi suo collega gli avrebbe chiesto di posare per un selfie-ricordo. Dal selfie alla telefonata in diretta, è stato un attimo: nel 2021 il calciatore della Salernitana, Tiago Casasola, al fischio finale della partita che decretava la promozione dei campani in A si inginocchiò, si fece consegnare lo smartphone e chiamò la madre e le due sorelle in Argentina, lì, a ridosso dell’area di rigore.

Matteo Ruggeri 

I social hanno cambiato la narrazione che i calciatori fanno di loro stessi, autoproducendo una biografia parallela a quella reale. E’ un territorio dove si comunica, si annunciano rinnovi di contratto o strappi con la società, si fa mercato alludendo e lasciando intendere (pensate ai tweet di Wanda Nara quando stava con Icardi), si esercita una vanità (di recente il “Colchoneros” Ruggeri con il taglio alla fronte rimediato in Champions, Frattesi che si fotografò nudo davanti allo specchio, le decine di trequartisti da riporto con il profilo a favore di telecamera, si litiga di brutto (Kean con l’influencer Pengwin).

Depay in panchina con il cellulare 

In panchina con il cellulare

I tifosi del Milan si infuriarono quando - qualche anno fa - i vari Biglia, Kessie e Rebic, vennero fotografati a gambe accavallate, con lo smartphone in mano, prima di una sfida del Napoli. Mancavano venti minuti al fischio d’inizio. Ai tempi del Tottenham, Josè Mourinho sollevò il problema e si fece fotografare, indignato, al centro di uno spogliatoio, circondato da giocatori dediti allo scrollo post-partita. A marzo di quest’anno l’olandese Memphis Depay è stato sorpreso con il telefono in panchina, durante la partita tra Corinthians, la sua squadra, e Flamengo. Era appena stato sostituito, non l’aveva presa bene, forse stava chiamando il suo agente per spingerlo a fare pressione sulla società per cambiare squadra, forse si stava distraendo facendo scrolling o forse stava ordinando la cena online, non è dato a sapere.

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