«Era così giovane». Dino Zoffè dispiaciuto. Lo si percepisce dalla sua voce, di solito stentorea. Stavolta racconta di Igor Protti e i toni scendono: «Sapevo della sua malattia, che dispiacere». È stato suo allenatore alla Lazio, nel 1997. Quell’anno, il 4 maggio, Protti segnò il gol del pareggio nel derby contro la Roma allo scadere, e poi corse ad esultare mimando un trenino sotto la Curva Sud: «Ricordo bene quella giornata. Igor era un grande cannoniere».
Zoff, com’era il vostro rapporto tecnico-calciatore?
«Ho provato a metterlo nelle migliori condizioni per farlo rendere al massimo. Fare gol per lui era semplice. In campo era sempre un signore».
E fuori?
«Perfetto nei modi. Mai colpi di testa o scelte avventate. Rientrava nei canoni dello sportivo ideale. Costruimmo u…
«Era così giovane». Dino Zoffè dispiaciuto. Lo si percepisce dalla sua voce, di solito stentorea. Stavolta racconta di Igor Protti e i toni scendono: «Sapevo della sua malattia, che dispiacere». È stato suo allenatore alla Lazio, nel 1997. Quell’anno, il 4 maggio, Protti segnò il gol del pareggio nel derby contro la Roma allo scadere, e poi corse ad esultare mimando un trenino sotto la Curva Sud: «Ricordo bene quella giornata. Igor era un grande cannoniere».
Zoff, com’era il vostro rapporto tecnico-calciatore?
«Ho provato a metterlo nelle migliori condizioni per farlo rendere al massimo. Fare gol per lui era semplice. In campo era sempre un signore».
E fuori?
«Perfetto nei modi. Mai colpi di testa o scelte avventate. Rientrava nei canoni dello sportivo ideale. Costruimmo una bella intesa».
Come?
«Con lui non era difficile. Arrivò a Roma a 29 anni, era già un ragazzo maturo, intelligente. Non occorreva fare sforzi per entrarci in sintonia».
Il vostro primo incontro?
«È stato tanto tempo fa. Io ho un’età eh (ride)».
Giocavate a carte insieme?
«No, non era prassi. Però spesso la sera ci fermavamo a chiacchierare davanti a un bicchiere di vino. Lui veniva da fuori, volevo fosse a suo agio».
È stato capocannoniere in serie A, B e C, un record di cui andava fiero.
«Oggi un attaccante così avrebbe raggiunto una fama maggiore. Era uno da tutte le stagioni, ha girato tante squadre e ha fatto bene ovunque. Efficace sotto porta, sfruttava ogni occasione. Ma pure altruista. Mi è entrato nel cuore, era modesto nel proporsi».
Cosa intende?
«Era una punta formidabile ma aveva un approccio familiare con gli altri. Non si è mai dato arie. Un uomo di sport vero, non è poco».
Quando ci ha parlato l’ultima volta?
«Al telefono, non di recente. Non lo vedevo da molto tempo, ma ho sempre conservato un ricordo piacevole».
Quando ha saputo della sua morte?
«Ho pensato all’uomo che conoscevo. E alla sua famiglia. All’immagine di lui che, gravemente malato, accompagna la figlia Noemi all’altare».
Quella foto è bella e forte.
«Mi ha colpito molto. Ed emozionato. Igor era così magro… Lì si è visto tutto quello che era. È sempre stato un generoso».