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Galderisi: “Bagnoli era un padre, con le battute e i silenzi ci insegnava a vivere”

Giuseppe Galderisi al Bentegodi 

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L’ex attaccante, protagonista della vittoria dello scudetto del Verona nel 1985, racconta il tecnico del tricolore scomparso a 91 anni
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Ha la voce incrinata. Fa delle pause mentre parla: Giuseppe Nanu Galderisi è commosso quando racconta Osvaldo Bagnoli, morto oggi a 91 anni a Verona, la città dove insieme hanno vinto lo storico scudetto del 1985, uno in panchina e l’altro in attacco, centravanti: “La sua scomparsa è un grande dolore. Per me, ma penso per tutto il mondo del calcio, per le persone che lo hanno conosciuto, vissuto, amato”.

Che persona era? “Un uomo di poche parole ma grandi principi. Siamo stati dei privilegiati ad avere un allenatore come lui al Verona, quel titolo è arrivato soprattutto grazie alla sua schiettezza, al suo modo di fare. Abbiamo ottenuto qualcosa che rimarrà per sempre”.

Galderisi fa dei lunghi respiri, a volte si interrompe. Però la voglia di ricordare Bagnoli è più for…

Ha la voce incrinata. Fa delle pause mentre parla: Giuseppe Nanu Galderisi è commosso quando racconta Osvaldo Bagnoli, morto oggi a 91 anni a Verona, la città dove insieme hanno vinto lo storico scudetto del 1985, uno in panchina e l’altro in attacco, centravanti: “La sua scomparsa è un grande dolore. Per me, ma penso per tutto il mondo del calcio, per le persone che lo hanno conosciuto, vissuto, amato”.

Che persona era? “Un uomo di poche parole ma grandi principi. Siamo stati dei privilegiati ad avere un allenatore come lui al Verona, quel titolo è arrivato soprattutto grazie alla sua schiettezza, al suo modo di fare. Abbiamo ottenuto qualcosa che rimarrà per sempre”.

Galderisi fa dei lunghi respiri, a volte si interrompe. Però la voglia di ricordare Bagnoli è più forte del dispiacere. “Sapevo dei suoi problemi di salute dell’ultimo periodo, aveva una certa età. Con gli ex compagni siamo sempre in contatto, ci aggiornavamo di continuo. Ma la notizia della sua morte ci ha comunque squarciato dentro. Perdiamo un uomo che ci ha insegnato tante cose, è stato importante nelle nostre vite. Mi mancano le parole, il mio cuore batte un po’ di più”.

Osvaldo Bagnoli (ansa)

Cosa ha rappresentato per lei Bagnoli? “È stato come un padre. Un punto di riferimento, una certezza. Mi mancano i suoi rimproveri, mi mancano le sue battute, mi manca quel suo silenzio che diceva tutto, mi manca”.

Il vostro primo incontro? “In ritiro, a Cavalese, ero appena arrivato al Verona in prestito dalla Juventus. Prese la lavagnetta e scrisse con il gesso la formazione, dicendoci: ho preparato questo schema, questi sono i titolari, gli altri dovranno conquistarsi il posto. Schietto, diretto. Il problema è che lì davanti io non ero stato schierato, in attacco c’erano segnati Jordan e Iorio. Mi arrabbiai, pensai: prima vediamo cosa dice il campo, poi decidi chi gioca. Così chiamai Boniperti: pres, io qui non sono titolare, Bagnoli ha già fatto la formazione, che resto a fare? Mi faccia andare via. Lui mi rispose di stare buono e non rompere le scatole: fai quello che sai e ti toglierai grandi soddisfazioni. Per fortuna, lo ascoltai”.

Come era Bagnoli allenatore? “Poche chiacchiere, tanta complicità. Non spendeva parole a vuoto, lasciava che a parlare fossero i comportamenti. E lui era disciplinato, educato, rispettoso. Ne abbiamo vissute tante”.

Gli anni a Verona, i più belli della sua carriera? “Assolutamente sì, sono stati unici. E non tanto per le vittorie. Si era creato un gruppo magico, lavoravamo benissimo. Il mister ci insegnava a cadere, ci dava equilibrio. Non ci esaltava quando superavamo squadre più forti e magari eravamo primi, però nelle difficoltà ci teneva su, ci diceva che ce l’avremmo fatta. Ci rappresentava in tutto”.

Gianni Brera su Repubblica lo definì “schietto e talora burbero, mai insensato o cattivo”. “Era così. Ma era pure un uomo divertente, particolare, ridevo tanto con lui e il suo dialetto milanese. L’ho imparato un po’ pure io, tanto che Elkjaer e Briegel quando parlava si giravano verso di me e mi chiedevano cosa avesse detto il mister: ‘Già fatichiamo con l’italiano, così è troppo’, dicevano. La verità è che bastava guardarlo per capirlo”.

Il ricordo più bello del titolo del 1985? “A Bergamo, alla penultima giornata, quando diventammo campioni. Mancavano dieci secondi alla fine della partita, era fatta. Andai verso di lui toccandomi l’orecchio: ‘Mister, ora mi deve dire la parolina scudetto’. Non ci riuscii. Al fischio finale non mi si vede nelle foto perché ero sotto di lui, lo alzavo in trionfo”.

Negli anni siete rimasti in contatto? “Sempre, fino a quando è stato possibile. Nell’ultimo periodo chi è rimasto a Verona lo andava a trovare e ci raccontava, noi potevamo solo sentire la moglie per essere aggiornati. Però prima facevamo delle belle telefonate: spontanee, leggere, il piacere di ascoltarsi”.

Gli ha detto tutto? Cosa vorrebbe dirgli se potesse? “Sono sempre stato quello estemporaneo del gruppo, allegro e casinista. Alla partita per il trentennale dello scudetto mi riprese, sempre con amore, da padre. Glielo dissi lì, lo ripeto adesso: ti voglio un bene dell’anima, mister”.

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