Milano – Demetrio Albertini, ex centrocampista di Milan e Nazionale, ha giocato nell’Atletico Madrid e nel Barcellona. Da vicepresidente della Figc (poi anche presidente del Settore tecnico) già vent’anni fa indicava la Spagna come modello da seguire per lo sviluppo del calcio. «Non vincono per caso. Hanno settori giovanili eccezionali e un’età media bassa, nei club e in nazionale. La differenza è il coraggio: lì non hanno paura di dare spazio a giocatori di talento, anche non del tutto formati».
Era così anche ai suoi tempi?
«Sì, è un percorso costruito nei decenni, condiviso da club e federazione. In Italia, ognuno va nella propria direzione: le nazionali, le società, le leghe».
La Liga come aiuta la nazionale?
«Il 90 per cento dei club ha una seconda squadra. Della ros…
Milano – Demetrio Albertini, ex centrocampista di Milan e Nazionale, ha giocato nell’Atletico Madrid e nel Barcellona. Da vicepresidente della Figc (poi anche presidente del Settore tecnico) già vent’anni fa indicava la Spagna come modello da seguire per lo sviluppo del calcio. «Non vincono per caso. Hanno settori giovanili eccezionali e un’età media bassa, nei club e in nazionale. La differenza è il coraggio: lì non hanno paura di dare spazio a giocatori di talento, anche non del tutto formati».
Era così anche ai suoi tempi?
«Sì, è un percorso costruito nei decenni, condiviso da club e federazione. In Italia, ognuno va nella propria direzione: le nazionali, le società, le leghe».
La Liga come aiuta la nazionale?
«Il 90 per cento dei club ha una seconda squadra. Della rosa campione del mondo, 22 su 26 hanno giocato in seconde squadre spagnole. Rodri, per oltre 40 partite. Così arrivano pronti».
Il coordinamento tra club e Nazionale sarà uno dei compiti principali di Paolo Maldini.
«Suo e di tutta la Figc. Serve un’identità comune. Non vuol dire imporre un modulo di gioco, né copiare quello della Spagna. Significa condividere un’idea originale di calcio, mettendo i giovani al centro».
Da dove si parte?
«Dal settore tecnico. In Spagna prevale la competenza, da noi la politica. Quando ero presidente del Consiglio direttivo, dicevo a Gravina che il mio ruolo non sarebbe dovuto esistere».
Eppure, le nazionali giovanili italiane spesso vincono.
«Anche perché i migliori coetanei di Spagna o Germania sono già titolari tra i grandi. Noi li teniamo in Under 21, magari dopo una stagione in panchina».
Roberto Mancini ha provato a lanciare i giovani in azzurro.
«È stato bravissimo. Ma non può dipendere solo dalla sensibilità del ct, che può scegliere fra pochissimi giocatori. I club italiani li cercano già pronti, spesso all’estero, mentre i nostri ragazzi si fermano alla Primavera. Fuoriclasse come Totti o Maldini emergerebbero anche oggi. Ma la fascia sotto si costruisce con un progetto. La Spagna non è soltanto Yamal».
Le piacerebbe Guardiola ct?
«Sui nomi non mi esprimo. Bisogna valutare la fattibilità della scelta. Si individui una persona capace e realmente disposta ad accettare l’incarico».
In Premier League gli allenatori sono molto giovani, in Serie A. . .
«Il calcio riflette la società. L’Italia è gerontocratica. Si ha poca pazienza, abbiamo una media alta di esoneri. I nostri dirigenti, sportivi e non, dovrebbero fare un giro nei vivai spagnoli».
Quanto può contribuire Maldini al processo di rinnovamento?
«Tanto, se lo si lascia lavorare e lo si coinvolge nelle scelte. Malagò lo ha presente. Per quanto riguarda Leonardo, bisognerà capire quale sarà il suo ruolo. L’esperienza nei club può essere preziosa per la Nazionale».
De la Fuente, ct campione del mondo, è partito allenando l’Under 19. Pensa che l’Italia dovrebbe tornare a promuovere i commissari tecnici delle giovanili?
«Non lo escludo, lo facevamo in passato. Ma non chiedetemi di Baldini. L’importante è tornare al Mondiale. Nella Nazionale ho fatto tutto, dal calciatore al direttore tecnico. Mi identifico tantissimo e soffro».
Chi merita il Pallone d’Oro?
«Rodri, decisivo anche se non ruba l’occhio. Lo dico da rappresentante del sindacato dei centrocampisti: è incredibile che Iniesta, Pirlo e Redondo non lo abbiano mai vinto».