Ora sì. Cry for him, Argentina. Se ne va. A 39 anni. Da capitano che ha capito che la navigazione nel mondo non è più roba sua. Vai, Argentina, ma senza di me. Messi lascia prima che il calcio lasci lui. Ha capito che dallo sport non puoi pretendere la fiaba e che la gloria non è un serial da cartone animato. E che tra la felicità e il dolore alla fine sono le cicatrici a fare più male. In questo non è stato pulce, ma gigante.
L’ultimo tango a New York
S’era intuito quella domenica di luglio a New York contro la Spagna. Il suo era un ultimo tango per l’Argentina fatto ormai solo di rabbia e di frustrazione (un solo tiro in 120 minuti). Il voltare le spalle alla premiazione era stato lo sgarbo di un re con un esercito stremato e impotente che nulla può, se non rifiutare l’idea che un altro comandi al posto suo e trattarlo da impostore. Almeno in questo gesto di stizza c’era tutta la sua voglia di una ribellione senza più forze. Leo Messi non giocherà più in nazionale dopo 207 par…
Ora sì. Cry for him, Argentina. Se ne va. A 39 anni. Da capitano che ha capito che la navigazione nel mondo non è più roba sua. Vai, Argentina, ma senza di me. Messi lascia prima che il calcio lasci lui. Ha capito che dallo sport non puoi pretendere la fiaba e che la gloria non è un serial da cartone animato. E che tra la felicità e il dolore alla fine sono le cicatrici a fare più male. In questo non è stato pulce, ma gigante.
L’ultimo tango a New York
S’era intuito quella domenica di luglio a New York contro la Spagna. Il suo era un ultimo tango per l’Argentina fatto ormai solo di rabbia e di frustrazione (un solo tiro in 120 minuti). Il voltare le spalle alla premiazione era stato lo sgarbo di un re con un esercito stremato e impotente che nulla può, se non rifiutare l’idea che un altro comandi al posto suo e trattarlo da impostore. Almeno in questo gesto di stizza c’era tutta la sua voglia di una ribellione senza più forze. Leo Messi non giocherà più in nazionale dopo 207 partite e 125 gol. «L’ho deciso il 21 luglio, due giorni dopo la finale, e dopo quello che è capitato a mio padre ne sono ancora più convinto». Messi ha perso tanto prima, ha vinto molto dopo, ma soprattutto ha sempre dovuto lottare con il fantasma di Diego Armando Maradona e dimostrare al suo popolo che non era un signorino europeo, ma un condottiero che sapeva sporcarsi.
Quel ritiro annunciato, il passo indietro, il Mondiale
Sei partecipazioni mondiali, tre finali, due perse, una vinta (2022), secondo miglior marcatore della storia con 21 gol dietro a Mbappé (22), con il Mondiale in America ha toccato anche quota 12 assist a riprova che lui voleva ripagare la squadra e la fedeltà dei suoi scudieri. Capitano molto amato nello spogliatoio dai suoi 187 compagni, a differenza di Cristiano Ronaldo, solo sopportato. Leo nel 2016 a 29 anni aveva già lasciato la nazionale, ma da sconfitto nella Copa America: «Abbiamo perso quattro finali, di cui tre di fila, me ne vado. E in più sono stato io a sbagliare il primo rigore, che è sempre molto importante». Un’ammissione di colpa: non sono abbastanza. I compagni erano andati a Barcellona per fargli cambiare idea, anche l’Argentina si era emozionata davanti a questo ragazzo che l’aveva abbandonata a 13 anni per cercare fortuna in Spagna, preceduto da un video dove faceva la foca: 118 palleggi con un’arancia, 140 con la palla da tennis, 29 con la pallina da ping-pong. Un mese dopo Messi era ritornato albiceleste, condurre l’Argentina al titolo mondiale in Qatar nel 2022 non era stato facile, ma lui quella volta il rigore in finale contro la Francia non l’aveva sbagliato.
Un patriarca dell’Argentina e del mondo
Ora è diverso: non se ne va un figlio insoddisfatto e irrealizzato, ma un patriarca che ha dato tutto, orgoglio e titoli, non solo a sé stesso (8 Palloni d’oro), ma all’Argentina e al mondo. Il rovescio a una mano di Roger Federer? Elegante, sì. Ma come dimenticare la bellezza morbida del sinistro di Messi? Dice nel messaggio: «Questa decisione mi fa male profondamente nell’anima, ma mi rendo conto che è arrivato il momento. Non ho più nulla da dare e in più alle mie spalle stanno arrivando giovani fantastici». La morte in agosto del padre Jorge che era stato anche suo manager deve aver accelerato una presa di coscienza: posso essere per sempre Messi nella vita, non in campo. E deve anche aver capito che la sua presenza obbligava la nazionale a una dipendenza e a schemi non troppo veloci. I vecchi re sanno vedere lontano, ma vanno più piano e obbligano i fedeli a rallentare il passo. Continuerà a giocare nell’Inter Miami ma si tira fuori dalla Copa America del 2028 e del prossimo mondiale 2030 che giocherà una partita in Argentina quando lui avrà 43 anni. Ci sono magnifici tiri mancini. Finire l’ultimo tango in lacrime scassa il cuore, ma ritirarsi non vuol dire scomparire. Significa soprattutto avere uno sguardo consapevole su sé stessi. Come diceva Maria Callas: «Non possono solo applaudire la leggenda, devi dargli qualcosa di più». E quel più ormai era un meno superlativo.