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A casa di Mazzola, la normalità di un mito che aveva i ricordi come cimeli

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Domani pomeriggio a Sant’Ambrogio i funerali del campione, che viveva da anni a Vedano al Lambro, un piccolo paese in Brianza
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Una leggenda con il copridivano, come quando negli anni Settanta si entrava nel salotto degli zii. Sul sofà, cuscini a fiori. Mazzola (domani il funerale a Milano in Sant’Ambrogio, 14.45) abitava in un condominio di un piccolo paese in Brianza, uscita allo svincolo Monza Lecco, poi sempre dritti verso Vedano al Lambro: pareva quasi un nome di fantasia. Una casa bianca, moderna ma senza sfarzo, quasi un’idea di ordinaria periferia. Al citofono, la voce della badante Nika. Ascensore, terzo piano. Lui aspettava sulla soglia. «Non sarai mica della Juve? A casa mia gli juventini non entrano».

Mazzola, la normalità del mito

Qua la mano, ed era la mano di Sandro Mazzola, il Baffo, quello delle figurine (dove però c’era scritto Alessandro), quello dei due go…

Una leggenda con il copridivano, come quando negli anni Settanta si entrava nel salotto degli zii. Sul sofà, cuscini a fiori. Mazzola (domani il funerale a Milano in Sant’Ambrogio, 14.45) abitava in un condominio di un piccolo paese in Brianza, uscita allo svincolo Monza Lecco, poi sempre dritti verso Vedano al Lambro: pareva quasi un nome di fantasia. Una casa bianca, moderna ma senza sfarzo, quasi un’idea di ordinaria periferia. Al citofono, la voce della badante Nika. Ascensore, terzo piano. Lui aspettava sulla soglia. «Non sarai mica della Juve? A casa mia gli juventini non entrano».

Mazzola, la normalità del mito

Qua la mano, ed era la mano di Sandro Mazzola, il Baffo, quello delle figurine (dove però c’era scritto Alessandro), quello dei due gol al Real Madrid, dell’Europeo ’68 nella notte di Roma accesa di piccoli fuochi, i giornali dei tifosi diventati torce. Quello di Italia-Germania che cominciò a trasformarsi in mito dopo che richiamarono lui in panchina, che destino. Una casa normale, una vita normale, un uomo normale che normalmente invecchiava. Siamo stati tra gli ultimi a fargli visita, quando l’orizzonte già evaporava nella dimensione tra sogno, veglia e dimenticanza. Mazzola indossava un bel maglione blu con una camicia chiara a colletto largo, e tra le dita teneva l’immancabile sigaro spento. Si adagiò sul copridivano arancione. Nika preparò il caffè.

I veri cimeli erano i ricordi

Ci guardavamo attorno, con un approccio da cleptomani di dettagli perché sono quelli che fanno il racconto. Le nostre stanze siamo noi. Ci stupimmo della mancanza quasi totale di cimeli, se non qualche coppa discreta, un paio di targhe, il diploma di un titolo d’onore firmato da un presidente. Nel salone con i mobili scuri c’era un dipinto antico, ma il resto era arredamento di famiglia. Ci venne da pensare ai calciatori di oggi, ai loro oggetti, quel lusso in accumulo, quel luccicare vano.

Le foto al parco con i tifosi

Prima di cominciare con le domande (era un’intervista sul Grande Torino) gli chiedemmo come stava, cosa faceva nei suoi giorni. Raccontò, tra pause e fatica, le mattine in casa e qualche pomeriggio a spasso nel parco, dove in tanti ancora lo riconoscevano e gli domandavano una foto insieme. Ci sembrò molto stanco. Fuori dalle finestre e oltre le tendine, la luce lattiginosa dell’autunno.

Il signor Sandro ci disse dei figli, di come lo accudivano, e noi provammo la soggezione dei bambini che sfiorano gli eroi e si sorprendono che esistano davvero, che siano in fondo come noi, che bevano acqua e abbiano fame, sete, freddo, sonno. Gli chiedemmo se conservava qualche maglia dell’Inter o della Nazionale e ci disse no, quasi scusandosi. Gli chiedemmo di Gigi Riva, e lui ci spiegò di quando Gigione, lo chiamava così, si arrabbiava per un passaggio sbagliato, e si avvicinava al compagno, gli appoggiava il dito sulla fronte e gli diceva «se ci riprovi ti spacco», anche se poi Rombo di Tuono la risolveva con un risata. «Ma Gigione poteva far paura».

Un viaggio tra i ricordi

L’intervista fu un viaggio a singhiozzo, tante le fermate, qualche momento di commozione, silenzi. Sandro Mazzola fissava il vuoto, come cercando qualcosa che non può tornare. Infine, gli domandammo del padre e lui ci mostrò la famosa fotografia, Sando piccino in divisa granata, Valentino che gli allaccia i calzettoni. «Io lo so che lui era molto più forte di me» disse, come accarezzandolo.

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