Ceuta, la crisi migranti e il calcio: “Difficile convincere i giocatori. Chi è venuto, è rimasto”
di Raffaele R. RiversoA Ceuta, dove tra il 30 e il 31 luglio oltre 70 mila persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco, la normalità resta un’illusione. Anche il calcio, la cosa più importante tra le cose meno importanti, è stato fagocitato dalla crisi: "Todos somos caballas", recitava il messaggio stampato sulle magliette che Mbappé, Vinícius e Konaté non hanno voluto indossare prima di Elche-Real Madrid dello scorso 15 settembre. Il loro rifiuto, tuttavia, è l'ultimo dei problemi di Luhay Hamido, il presidente dell'AD Ceuta, che, fino all'anno scorso, era famoso soprattutto per essere stato uno dei concorrenti più virali dell'edizione 2003-2004 del Gran Hermano (il Grande Fratello spagnolo). Poi, però, dopo 57 anni di attesa, il 44enne spagnolo di origini marocchine ha riportato il club della città autonoma in Segunda División.
A Ceuta, dove tra il 30 e il 31 luglio oltre 70 mila persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco, la normalità resta un’illusione. Anche il calcio, la cosa più importante tra le cose meno importanti, è stato fagocitato dalla crisi: "Todos somos caballas", recitava il messaggio stampato sulle magliette che Mbappé, Vinícius e Konaté non hanno voluto indossare prima di Elche-Real Madrid dello scorso 15 settembre. Il loro rifiuto, tuttavia, è l'ultimo dei problemi di Luhay Hamido, il presidente dell'AD Ceuta, che, fino all'anno scorso, era famoso soprattutto per essere stato uno dei concorrenti più virali dell'edizione 2003-2004 del Gran Hermano (il Grande Fratello spagnolo). Poi, però, dopo 57 anni di attesa, il 44enne spagnolo di origini marocchine ha riportato il club della città autonoma in Segunda División.
Presidente, il sogno è diventato incubo.
«La città stava vivendo un grande momento a tutti i livelli, dal turismo agli investimenti, allo sport. Ma dopo quello che è successo, fare mercato è diventato complicatissimo. C’erano giocatori con cui avevamo già un accordo che si sono tirati indietro».
Cosa le dicevano?
«Che "mia moglie ha paura di venire" o che non se la sentivano per i loro figli. Tutto rispettabilissimo. Per loro Ceuta era quello che vedevano in tv. Noi, però, li abbiamo invitati a venire, a spese nostre, per fargli capire che avrebbero potuto vivere e lavorare tranquillamente. E chi è venuto, è restato».
Qual è la situazione attuale?
«Oggi Ceuta sta meglio rispetto a due mesi e mezzo fa, ma evidentemente il problema non è ancora risolto. Le risposte non arrivano e questo ci esaspera. La situazione in città non è di normalità, anche se vogliono farci credere che lo sia».
Dov’era il 30 luglio?
«Qui, a Ceuta, e la mia prima reazione è stata quella di tutti: cosa sta succedendo? E perché non l’hanno previsto?».
Era prevedibile?
«Sì. Dal Marocco non esce neanche un pomodoro se il Marocco non vuole. Perché hanno permesso che accadesse? Li vedevamo uscire dai cancelli e non capivamo assolutamente nulla».
E, intanto, c'era da costruire una squadra.
«La situazione è improvvisamente cambiata e il mercato si è complicato. Già in condizioni normali è difficile portare la gente a Ceuta. La nostra forza maggiore è il passaparola tra i giocatori che, qui, vivono molto tranquillamente. Ebbene, quell'ecosistema non esisteva più e siamo riusciti a completare la rosa solo all'ultimo minuto».
"Todos somos caballas"?
«Aver ricevuto solidarietà dalla penisola ci riempie di orgoglio e ci dà moltissima forza».
Mbappé non voleva "dare priorità a una sofferenza su un'altra".
«Era una semplice rivendicazione di solidarietà e guarda fin dove è arrivata: anche un club grande come il Real Madrid l'ha indossata. Ma con questo non vogliamo giudicare assolutamente nessuno. Chiediamo solo empatia e se possiamo dare il nostro piccolo contributo come portavoce della città continueremo a farlo grazie a ciò che riesce a smuovere il mondo del calcio».
A un certo punto, vi siete sentite soli?
«Un po’ abbandonati, ma abbiamo visto che il Paese era con noi. Ci è arrivato l'affetto da tutti gli angoli della Spagna e questo ci ha fatto sentire meno soli. Ora, però, è arrivato il momento che il governo risolva la situazione per il bene di tutti: dei ceutíes e delle persone che sono arrivate qui e che stanno soffrendo in condizioni difficili. Il nostro è un problema di tutta l'Unione europea, ma siamo noi a pagarne le conseguenze. Non dimentichiamo che Ceuta e Melilla sono le uniche frontiere terrestri tra Europa e Africa. Bruxelles deve agire».
Dovrebbe...
«Altrimenti resteremo un danno collaterale della partita a scacchi che stanno giocando Stati Uniti e Cina. Ci sono interessi enormi perché in palio c'è il controllo degli stretti: Ormuz, Panama e, ora, anche Gibilterra che fa gola a tutti perché chi controlla gli stretti, controlla il commercio e l’economia. E, quindi, il mondo».