BARCELLONA - Al crepuscolo degli dei, calcistici s'intende, sono mancate soltanto la presenza del dio Messi, infortunato ma portato comunque in panchina come vano feticcio della remuntada, e la musica di Wagner, sostituita dai cori un po' più caserecci dei seimila tifosi bavaresi. Il grande Barcellona, la squadra che dal 2006 ha dettato legge in Europa e ha fatto scuola col suo gioco ipnotico di passaggi rasoterra rapidi e perfetti, è proprio tramontato ufficialmente. Il Bayern lo ha annientato sotto il peso di altri 3 gol, che sommati ai 4 di Monaco fanno 7, e si è guadagnato la terza finale di Champions League in quattro anni: sarà un derby col Borussia Dortmund eversore del Real Madrid. Il 25 maggio a Wembley, comunque vada, il calcio tedesco si godrà il trionfo inequivocabile su quello spagnolo.
Dalla prossima stagione ci sarà ovviamente un altro Barça, negli auspici catalani ugualmente bello e vincente. Ma non potrà più essere la stessa cosa, anche se arriverà Neymar, per formare con Messi una coppia da stropicciarsi gli occhi, e assieme a lui un grande centravanti, un grande centrocampista e un grande difensore centrale. Però se ne andranno Valdes e Villa e qualcun altro tipo Sanchez e Fabregas. Xavi avrà un anno in più e così pure Puyol, che quest'anno non si è quasi visto. E allo straordinario Abidal il presidente Rosell proporrà un posto da dirigente. Dell'attuale Barcellona, insomma, resterà poco: forse nemmeno l'impronta di gioco, che Vilanova dovrà fatalmente correggere, perché gli avversari ormai hanno imparato come si fa a fermare i bassotti in maglia blaugrana e come si sfruttano i loro centimetri in meno e la loro tendenza a ritenere l'attenzione difensiva un mero accidente dell'offensivismo.
La fine del Barça, nella versione che il mondo calciofilo ha amato con trasporto e con la comprensibile eccezione dell'enclave madridista, non può tuttavia fare passare sotto silenzio la limpida vittoria del Bayern, il suo 7-0 rifilato in due partite agli ex padroni del pianeta calcio e soprattutto il suo gioco essenziale, plasmato da un allenatore - il sessantottenne Heynckes - meno pubblicizzato di altri ma assai lucido nel proporre una versione felicissima del gioco di squadra, inteso come sublimazione del collettivo. Questo Bayern sì che ha fatto stropicciare gli occhi al Camp Nou: pressing univoco, sfruttamento assiduo delle fasce, velocità e verticalità, fisicità e concentrazione quanto basta, talento posto sempre al servizio altrui senza essere mai snaturato, come dimostrano benissimo i casi del terzino veterano Lahm, del centrocampista completo Schweinsteiger, dell'incursore Müller e dei contropiedisti Robben e Ribéry, ali autentiche non di primo pelo ma di primissimo livello.
Non è un caso che Heynckes sia l'obiettivo del Psg per sostituire Ancelotti. Intanto lui, prima di lasciare la panchina a Guardiola, vorrebbe lasciargli anche una Coppa dei Campioni da difendere, dopo le ultime due finali perse dal Bayern con Inter e Chelsea: se ci riuscisse, consegnerebbe uno scomodo metro di paragone al suo successore, il demiurgo del Barça. Il quale, da conferenziere nella lontana Bogotà dove ha tenuto una lezione sulle qualità del leader, non è stato indulgente coi suoi ex discepoli. "Tutto è possibile, basta crederci davvero". In verità nella tanto sbandierata remuntada, cioè nello 0-4 dell'andata da cancellare in una sola serata, questo Barcellona non ci ha mai creduto. Le illusioni alla folla del Camp Nou le ha tolte subito l'assenza di Messi. Vittima in allenamento di una ricaduta dell'infortunio muscolare di Parigi (un mese fa, passato a curarsi e a cercare ansiosamente il recupero), l'artista si è dovuto rassegnare all'evidenza che da un serio stiramento non si può guarire più in fretta del previsto, nemmeno se si è il calciatore più forte del mondo.
Guardandolo seduto in panchina, come uno spettatore in tuta Heynckes ha capito che erano state inutili precuazioni tutte le scaramanzie della vigilia, come quella dell'hotel che il club ha cambiato per non finire in quello del 2009 (0-4 col Barça nell'andata dei quarti) e soprattutto della beffarda finale del 1999 al Camp Nou, quando il Bayern fu rimontato dal Manchester United nei minuti di recupero. La partita degli orfani di Leo non è mai cominciata sul serio. Era troppo raffazzonata, la squadra di Vilanova priva anche dello squalificato cursore sinistro Alba e dell'infortunato equilibratore del centrocampo Busquets: due assenze fondamentali, aggiunte al mancato recupero di Mascherano. Che i rimpiazzi non fossero all'altezza - Bartra per Mascherano, Adriano per Alba, Song per Busquets e naturalmente Fabregas per Messi - si sapeva in partenza. Ma se n'è comunque avuta immediata conferma. La lentezza dell'azione e l'improvvisazione della difesa, difetti già emersi nel ritorno col Psg, hanno esaltato il ritmo, l'essenzialità, il vigore e la profondità di gioco del Bayern.
In pochi minuti Piqué, il solo a esibire un minimo di convizione e di agonismo, ha dovuto salvare in rischiosa spaccata, per tre volte, sui velocisti avversari, che si erano infilati tra marcatori molto compiacenti. Vilanova non ha azzardato l'unica mossa forse possibile per arginare la superiorità fisica e anche tecnica del Bayern: l'avanzamento di Iniesta, per iniettare la dose omeopatica di fantasia a un attacco spentissimo e immobile. Il destro da fuori di Pedro, alzato in corner da Neuer, e la girata al volo di sinistro (alta) del capitano Xavi, al culmine della sola vera azione manovrata, sono sembrati alquanto estemporanei.
Invece il Bayern obbediva a un canovaccio decisamente collaudato e dopo l'intervallo lo ha reso operativo. Quando Robben si è bevuto Adriano e ha firmato l'1-0 con la sua azione tipica - conversione e sinistro sul secondo palo - la partita è proprio finita. Allora Vilanova ha tolto dalla scena prima Xavi e più tardi Iniesta, quasi a indicare che gli eroi eponimi del ciclo del grande Barça non dovevano macchiarsi troppo con la serata più infausta della sua storia. Intorno alla mezz'ora anche il superstite leader Piqué si è arreso con un'autorete, evento altamente simbolico: ha deviato in porta, di ginocchio, un cross di Ribéry fuggito sulla fascia. Lo stesso Ribéry ha completato l'opera con un'altra fuga e un cross dal fondo, che Müller, di testa, ha trasformato nel 3-0, tra gli impettiti Bartra e Adriano, e nell'autocandidatura al Pallone d'Oro. L'oscar al migliore calciatore del mondo, in effetti, stavolta potrebbe andare a un calciatore del Bayern o del Borussia Dortmund. Messi, del resto, ha assistito impotente alla disfatta, rimuginando sulla rivincita mancata a un altro 4-0 che gli hanno rifilato molti tra gli attori di questo Bayern: era il Mondiale sudafricano del 2010 e a Città del Capo l'Argentina di Maradona fu schiantata nei quarti dalla Germania. Che nel frattempo si è presa l'Europa dei club e non ha mica intenzione di fermarsi qui.
BARCELLONA-BAYERN 0-3 (0-0)
BARCELLONA (4-3-3): Valdes 5,5 - Alves 4,5, Bartra 5 (42' Montoya sv), Piqué 6, Adriano 4,5 - Xavi 5 (11' st Sanchez 5), Song 5, Iniesta 5 (20' st Thiago Alcantara 5,5) - Villa 4,5, Fabregas 4,5, Pedro 5,5.
BAYERN (4-2-3-1): Neuer 6 - Lahm 7 (32' Rafinha sv), Van Buyten 6,5, Boateng 6,5, Alaba 6,5 - Martinez 7 (29' st Tymoshchuk sv), Schweinsteiger 7,5 (21' st Luis Gustavo 6) - Ribéry 7,5, Müller 7,5 Robben 7,5 - Mandzukic 6,5.
ARBITRO: Skomina 7.
RETI: 4' st Robben, 28' st Piqué (autorete), 31' st Müller..
NOTE: Ammoniti Robben, Alves, Piqué. Spettatori 95 mila.
Dalla prossima stagione ci sarà ovviamente un altro Barça, negli auspici catalani ugualmente bello e vincente. Ma non potrà più essere la stessa cosa, anche se arriverà Neymar, per formare con Messi una coppia da stropicciarsi gli occhi, e assieme a lui un grande centravanti, un grande centrocampista e un grande difensore centrale. Però se ne andranno Valdes e Villa e qualcun altro tipo Sanchez e Fabregas. Xavi avrà un anno in più e così pure Puyol, che quest'anno non si è quasi visto. E allo straordinario Abidal il presidente Rosell proporrà un posto da dirigente. Dell'attuale Barcellona, insomma, resterà poco: forse nemmeno l'impronta di gioco, che Vilanova dovrà fatalmente correggere, perché gli avversari ormai hanno imparato come si fa a fermare i bassotti in maglia blaugrana e come si sfruttano i loro centimetri in meno e la loro tendenza a ritenere l'attenzione difensiva un mero accidente dell'offensivismo.
La fine del Barça, nella versione che il mondo calciofilo ha amato con trasporto e con la comprensibile eccezione dell'enclave madridista, non può tuttavia fare passare sotto silenzio la limpida vittoria del Bayern, il suo 7-0 rifilato in due partite agli ex padroni del pianeta calcio e soprattutto il suo gioco essenziale, plasmato da un allenatore - il sessantottenne Heynckes - meno pubblicizzato di altri ma assai lucido nel proporre una versione felicissima del gioco di squadra, inteso come sublimazione del collettivo. Questo Bayern sì che ha fatto stropicciare gli occhi al Camp Nou: pressing univoco, sfruttamento assiduo delle fasce, velocità e verticalità, fisicità e concentrazione quanto basta, talento posto sempre al servizio altrui senza essere mai snaturato, come dimostrano benissimo i casi del terzino veterano Lahm, del centrocampista completo Schweinsteiger, dell'incursore Müller e dei contropiedisti Robben e Ribéry, ali autentiche non di primo pelo ma di primissimo livello.
Non è un caso che Heynckes sia l'obiettivo del Psg per sostituire Ancelotti. Intanto lui, prima di lasciare la panchina a Guardiola, vorrebbe lasciargli anche una Coppa dei Campioni da difendere, dopo le ultime due finali perse dal Bayern con Inter e Chelsea: se ci riuscisse, consegnerebbe uno scomodo metro di paragone al suo successore, il demiurgo del Barça. Il quale, da conferenziere nella lontana Bogotà dove ha tenuto una lezione sulle qualità del leader, non è stato indulgente coi suoi ex discepoli. "Tutto è possibile, basta crederci davvero". In verità nella tanto sbandierata remuntada, cioè nello 0-4 dell'andata da cancellare in una sola serata, questo Barcellona non ci ha mai creduto. Le illusioni alla folla del Camp Nou le ha tolte subito l'assenza di Messi. Vittima in allenamento di una ricaduta dell'infortunio muscolare di Parigi (un mese fa, passato a curarsi e a cercare ansiosamente il recupero), l'artista si è dovuto rassegnare all'evidenza che da un serio stiramento non si può guarire più in fretta del previsto, nemmeno se si è il calciatore più forte del mondo.
Guardandolo seduto in panchina, come uno spettatore in tuta Heynckes ha capito che erano state inutili precuazioni tutte le scaramanzie della vigilia, come quella dell'hotel che il club ha cambiato per non finire in quello del 2009 (0-4 col Barça nell'andata dei quarti) e soprattutto della beffarda finale del 1999 al Camp Nou, quando il Bayern fu rimontato dal Manchester United nei minuti di recupero. La partita degli orfani di Leo non è mai cominciata sul serio. Era troppo raffazzonata, la squadra di Vilanova priva anche dello squalificato cursore sinistro Alba e dell'infortunato equilibratore del centrocampo Busquets: due assenze fondamentali, aggiunte al mancato recupero di Mascherano. Che i rimpiazzi non fossero all'altezza - Bartra per Mascherano, Adriano per Alba, Song per Busquets e naturalmente Fabregas per Messi - si sapeva in partenza. Ma se n'è comunque avuta immediata conferma. La lentezza dell'azione e l'improvvisazione della difesa, difetti già emersi nel ritorno col Psg, hanno esaltato il ritmo, l'essenzialità, il vigore e la profondità di gioco del Bayern.
In pochi minuti Piqué, il solo a esibire un minimo di convizione e di agonismo, ha dovuto salvare in rischiosa spaccata, per tre volte, sui velocisti avversari, che si erano infilati tra marcatori molto compiacenti. Vilanova non ha azzardato l'unica mossa forse possibile per arginare la superiorità fisica e anche tecnica del Bayern: l'avanzamento di Iniesta, per iniettare la dose omeopatica di fantasia a un attacco spentissimo e immobile. Il destro da fuori di Pedro, alzato in corner da Neuer, e la girata al volo di sinistro (alta) del capitano Xavi, al culmine della sola vera azione manovrata, sono sembrati alquanto estemporanei.
Invece il Bayern obbediva a un canovaccio decisamente collaudato e dopo l'intervallo lo ha reso operativo. Quando Robben si è bevuto Adriano e ha firmato l'1-0 con la sua azione tipica - conversione e sinistro sul secondo palo - la partita è proprio finita. Allora Vilanova ha tolto dalla scena prima Xavi e più tardi Iniesta, quasi a indicare che gli eroi eponimi del ciclo del grande Barça non dovevano macchiarsi troppo con la serata più infausta della sua storia. Intorno alla mezz'ora anche il superstite leader Piqué si è arreso con un'autorete, evento altamente simbolico: ha deviato in porta, di ginocchio, un cross di Ribéry fuggito sulla fascia. Lo stesso Ribéry ha completato l'opera con un'altra fuga e un cross dal fondo, che Müller, di testa, ha trasformato nel 3-0, tra gli impettiti Bartra e Adriano, e nell'autocandidatura al Pallone d'Oro. L'oscar al migliore calciatore del mondo, in effetti, stavolta potrebbe andare a un calciatore del Bayern o del Borussia Dortmund. Messi, del resto, ha assistito impotente alla disfatta, rimuginando sulla rivincita mancata a un altro 4-0 che gli hanno rifilato molti tra gli attori di questo Bayern: era il Mondiale sudafricano del 2010 e a Città del Capo l'Argentina di Maradona fu schiantata nei quarti dalla Germania. Che nel frattempo si è presa l'Europa dei club e non ha mica intenzione di fermarsi qui.
BARCELLONA-BAYERN 0-3 (0-0)
BARCELLONA (4-3-3): Valdes 5,5 - Alves 4,5, Bartra 5 (42' Montoya sv), Piqué 6, Adriano 4,5 - Xavi 5 (11' st Sanchez 5), Song 5, Iniesta 5 (20' st Thiago Alcantara 5,5) - Villa 4,5, Fabregas 4,5, Pedro 5,5.
BAYERN (4-2-3-1): Neuer 6 - Lahm 7 (32' Rafinha sv), Van Buyten 6,5, Boateng 6,5, Alaba 6,5 - Martinez 7 (29' st Tymoshchuk sv), Schweinsteiger 7,5 (21' st Luis Gustavo 6) - Ribéry 7,5, Müller 7,5 Robben 7,5 - Mandzukic 6,5.
ARBITRO: Skomina 7.
RETI: 4' st Robben, 28' st Piqué (autorete), 31' st Müller..
NOTE: Ammoniti Robben, Alves, Piqué. Spettatori 95 mila.