MONACO DI BAVIERA - Quella di Pep Guardiola è una danza paradossale fra l'abisso e la gloria, davanti a una Coppa che condiziona giudizi e futuro. Tutta München e tutta la Germania aspettano stasera per decidere se aprire un processo o passare direttamente alla sentenza, contro l'uomo venuto nell'entusiasmo per aggiungere qualcosa e sul punto invece di partire nel gelo. Heynckes aveva chiuso col Triplete, Guardiola ha già due semifinali di Champions compromesse contro due spagnole, Real e Barcellona, più una terza che deve raddrizzare con l'Atlético, oppure addio, addio senza quei risultati che il Bayern aveva messo in conto. Qualcosa ha invertito a un certo punto il corso degli elogi al suo calcio d'attacco. Alle critiche esterne s'è aggiunto il fuoco amico. Il mito Beckenbauer: "Annoia, nessuno verrà più avederci". Il ds Sammer: "Calcio letargico". Gli agenti dei suoi calciatori: "Ha distrutto Mario Goetze". Guardiola parla già al passato: "Sono stato bene, mi sono sentito a casa. La Germania mi ha insegnato tanto, sono diventato un allenatore migliore".
O se parla al presente lo fa per difendersi, per rivendicare le sue idee, l'attualità della sua filosofia, il bisogno di custodire un'oasi di bellezza dentro un mondo di utilitarismo. "È bellissimo questo dibattito sugli stili. È antico, ma splendido. Nel calcio si può vincere in molti modi, a me piace vincere tenendo il pallone e lo farò fino all'ultimo giorno della mia vita. Ho letto un'intervista all'allenatore del Villarreal in cui sostiene che è più facile attaccare con due o tre giocatori che con dieci. Lo so. Ha ragione. Ma a me piace attaccare con dieci". E se qualcuno non lo avesse capito ancora, soprattutto all'interno del Bayern, alla vigilia di questi novanta minuti da dentro o fuori, Guardiola racconta che "qui mi sono dovuto adattare, mi sono dovuto guadagnare la vita, non avevo giocatori che risolvevano problemi come a Barcellona, non c'era la qualità per giocare nei piccoli spazi. Hanno altre caratteristiche, ho dovuto cambiare, e del resto ero andato via dal Barça proprio per questo, per capire se sapevo fare qualcosa di diverso".
Angst scrivono adesso sia la Bild sia Kicker. Angst, paura. La paura che il tika taka o questa sua variante tedesca che a esso s'ispira crolli del tutto stasera dinanzi al suo opposto, al calcio in cui conta solo il necessario, dinanzi a Simeone, l'uomo che più ricorda l'ossessione Mourinho da cui Pep volle scappare prendendosi un anno sabbatico a New York, il primo che poi si ritrovò di fronte al rientro in una finale di Supercoppa e il prossimo rivale nel derby di Manchester. È come se Guardiola fosse condannato per sempre a scontare una pena, la stessa pena, in ogni luogo e in ogni tempo, per aver avuto l'ambizione di vincere divertendo. Comunque finisca, quando consegnerà il Bayern ad Ancelotti, in Germania sarà stato una parentesi. Bisognerà solo controllare alla fine dentro la parentesi cosa avrà lasciato. Di certo il quarto titolo consecutivo in Bundesliga: può arrivare sabato, e nessuno in Germania aveva in passato accumulato tanti scudetti uno dietro l'altro, né tanto potere in monopolio. Nemmeno il Bayern degli anni Settanta.
Un nuovo corso anche politico che coincide - non per caso - con uno stravolgimento dello scenario dei diritti tv. La Germania del calcio si domanda da tempo quale sia la strada per far crescere i propri ricavi. La via è quella che nel resto d'Europa battono più spesso e che hanno spremuto prima. Il calcio in pay. I club tedeschi hanno fin qui avuto una storia felice di buoni ricavi commerciali perché furono costretti a inventarsi qualcosa nel 2002, quando andò al collasso l'impero tv che finanziava il loro calcio. Hanno acquisito nel settore un vantaggio sul resto d'Europa, mettendo insieme intorno alle loro squadre un coagulo di sponsor locali, più che altrove in Baviera, dove la concorrenza al Bayern è fin qui stata minima, ma dove comunque ora provano a emergere realtà come Augsburg e Ingolstadt. Ora l'abbraccio alle tv si fa più stretto. La Germania sta per aprire la finestra del lunedì sera per le squadre reduci dall'Europa League e discute di una partita al mezzogiorno della domenica, per sbarcare in Asia. Il peso crescente dei diritti tv rischia di riprodurre anche qui gli albi d'oro bloccati che già conosciamo in Inghilterra, in Spagna e in Italia: l'annuncio è nei quattro titoli di fila del Bayern. Perciò sei società chiedono di rivedere i criteri di ripartizione dei soldi, basati solo sulle classifiche recenti. La contromossa di Rummenigge è nel suo atteggiamento da falco di una nuova Champions, con più garanzie per i ricchi e i potenti, a costo di mettere in secondo piano i tornei nazionali. Quando Guardiola e il suo calcio senza compromessi sarà andato via di qua, la Germania avrà un marchio globale in meno da vendere. Chissà se Ancelotti sente già la pressione.
O se parla al presente lo fa per difendersi, per rivendicare le sue idee, l'attualità della sua filosofia, il bisogno di custodire un'oasi di bellezza dentro un mondo di utilitarismo. "È bellissimo questo dibattito sugli stili. È antico, ma splendido. Nel calcio si può vincere in molti modi, a me piace vincere tenendo il pallone e lo farò fino all'ultimo giorno della mia vita. Ho letto un'intervista all'allenatore del Villarreal in cui sostiene che è più facile attaccare con due o tre giocatori che con dieci. Lo so. Ha ragione. Ma a me piace attaccare con dieci". E se qualcuno non lo avesse capito ancora, soprattutto all'interno del Bayern, alla vigilia di questi novanta minuti da dentro o fuori, Guardiola racconta che "qui mi sono dovuto adattare, mi sono dovuto guadagnare la vita, non avevo giocatori che risolvevano problemi come a Barcellona, non c'era la qualità per giocare nei piccoli spazi. Hanno altre caratteristiche, ho dovuto cambiare, e del resto ero andato via dal Barça proprio per questo, per capire se sapevo fare qualcosa di diverso".
Angst scrivono adesso sia la Bild sia Kicker. Angst, paura. La paura che il tika taka o questa sua variante tedesca che a esso s'ispira crolli del tutto stasera dinanzi al suo opposto, al calcio in cui conta solo il necessario, dinanzi a Simeone, l'uomo che più ricorda l'ossessione Mourinho da cui Pep volle scappare prendendosi un anno sabbatico a New York, il primo che poi si ritrovò di fronte al rientro in una finale di Supercoppa e il prossimo rivale nel derby di Manchester. È come se Guardiola fosse condannato per sempre a scontare una pena, la stessa pena, in ogni luogo e in ogni tempo, per aver avuto l'ambizione di vincere divertendo. Comunque finisca, quando consegnerà il Bayern ad Ancelotti, in Germania sarà stato una parentesi. Bisognerà solo controllare alla fine dentro la parentesi cosa avrà lasciato. Di certo il quarto titolo consecutivo in Bundesliga: può arrivare sabato, e nessuno in Germania aveva in passato accumulato tanti scudetti uno dietro l'altro, né tanto potere in monopolio. Nemmeno il Bayern degli anni Settanta.
Un nuovo corso anche politico che coincide - non per caso - con uno stravolgimento dello scenario dei diritti tv. La Germania del calcio si domanda da tempo quale sia la strada per far crescere i propri ricavi. La via è quella che nel resto d'Europa battono più spesso e che hanno spremuto prima. Il calcio in pay. I club tedeschi hanno fin qui avuto una storia felice di buoni ricavi commerciali perché furono costretti a inventarsi qualcosa nel 2002, quando andò al collasso l'impero tv che finanziava il loro calcio. Hanno acquisito nel settore un vantaggio sul resto d'Europa, mettendo insieme intorno alle loro squadre un coagulo di sponsor locali, più che altrove in Baviera, dove la concorrenza al Bayern è fin qui stata minima, ma dove comunque ora provano a emergere realtà come Augsburg e Ingolstadt. Ora l'abbraccio alle tv si fa più stretto. La Germania sta per aprire la finestra del lunedì sera per le squadre reduci dall'Europa League e discute di una partita al mezzogiorno della domenica, per sbarcare in Asia. Il peso crescente dei diritti tv rischia di riprodurre anche qui gli albi d'oro bloccati che già conosciamo in Inghilterra, in Spagna e in Italia: l'annuncio è nei quattro titoli di fila del Bayern. Perciò sei società chiedono di rivedere i criteri di ripartizione dei soldi, basati solo sulle classifiche recenti. La contromossa di Rummenigge è nel suo atteggiamento da falco di una nuova Champions, con più garanzie per i ricchi e i potenti, a costo di mettere in secondo piano i tornei nazionali. Quando Guardiola e il suo calcio senza compromessi sarà andato via di qua, la Germania avrà un marchio globale in meno da vendere. Chissà se Ancelotti sente già la pressione.