Sport

Champions, Real 'potente': ma con il Var non sarebbe a Kiev

(reuters)
Gli incredibili Blancos, oltre alla loro indubbia forza tecnica, devono ringraziare le sviste arbitrali, che per il secondo anno consecutivo consegnano loro la finale
2 minuti di lettura
ROMA - Se il VAR esistesse anche in Champions, forse adesso il Real non sarebbe in finale, la sedicesima della sua incredibile storia. Forse, non sarebbe neppure arrivato in semifinale. Invece va dritto a Kiev dopo un enorme rigore a favore del Bayern non visto dall'arbitro per una manata di Marcelo al pallone, e ce n'era pure un altro (Sergio Ramos su Lewandowski). Tenendo conto che la semifinale dell'anno scorso venne scippata dal Real al Bayern ancora al Bernabeu, con due gol irregolari e un'espulsione di Vidal inesistente, e tralasciando l'ultimo minuto di Real-Juve, ecco che qui si va oltre il sospetto, qualche passo più in là dell'indiscutibile forza dei blancos. Come se potenze occulte, in fondo visibilissime, spianassero sempre la strada.

Anche stavolta il Real Madrid è stato vicinissimo alla propria fine, l'ha guardata dritta negli occhi ma poi l'ha scampata. Sotto di un gol dopo appena tre minuti, la squadra di Zidane (mai eliminato in Champions da quando siede su quella panchina) ha sofferto l'indicibile, ha pareggiato presto con Benzema, si è portato in vantaggio di nuovo col francese grazie a una paperissima tra Tolisso e il portiere Ulreich, poi ha evitato di chiudere la gara per colpa di Cristiano Ronaldo, per una volta lui: solo davanti al portiere, pallone alle stelle, il portoghese il più incredulo di tutti.

A questo punto i bavaresi hanno compreso che la squadra capace di prendere tre gol in casa dalla Juventus poteva davvero essere normalizzata, ed eliminata. Così l'hanno raggiunta con la rete di un ex applauditissimo, James Rodriguez che dopo il gol non esulta (l'aveva promesso) e anzi chiede quasi scusa allo stadio intero, poi hanno tentato in ogni modo di finire la belva ferita e forse spaventata. Ma per un motivo o per l'altro, per le parate strabilianti di Navas o per qualche errore millimetrico, il Bayern non prende il mostro per i capelli e chiude come l'anno scorso, cioè come quasi sempre: Real Madrid in finale per la quarta volta negli ultimi cinque anni (tre vittorie secche, finora), però alle ultime due non meritava di arrivare.

Dunque i rossi non sono riusciti a prendersi la loro vendetta, né a vendicare la Juve. Perché quando sfidi il Real non puoi essere solo forte, fortissimo, devi essere smisurato quanto i diversi tipi di potere che la macchina spagnola riesce ad esprimere, o ad esserne espressione. Eppure stavolta stavano per non bastare i 670 gol segnati in carriera da Cristiano Ronaldo, apparso al Bernabeu con bizzarre meches bionde sulle punte dei capelli, perché a quelle 670 meraviglie mancava l'ultima, forse l'unica. E il Bayern l'aveva capito, perché i calciatori sono rabdomanti e sanno dov'è nascosta la sorgente che li farà rinascere, sono sensitivi e sanno quando l'avversario sta scivolando fuori da sé stesso. Prima che il Real lo facesse del tutto, un invisibile filo di nylon l'ha tenuto insieme. Ed è sempre così che finisce la mancata fine dell'infinito Real.
 
I commenti dei lettori