Sport

Champions, Verratti e Thiago Alcantara: quel sapore d'Italia in finale di Champions

Verratti in allenamento (reuters)
Il primo, abruzzese di Manoppello, in provincia di Pescara, è rimasto legatissimo alla sua terra e da Parigi ci torna spesso. L'altro è 'italiano' più che altro per caso ed ha lasciato il Bel Paese quando aveva solo due anni. Il papà, Mazinho, giocava nel Lecce, e lui nacque a San Pietro Vernotico (Brindisi). Psg o Bayern li aspettano per fare la storia
4 minuti di lettura
ROMA - Sono entrambi centrocampisti, hanno entrambi una tecnica sopraffina, sono entrambi specializzati nella nobile arte dell’assist e saranno entrambi protagonisti nella finale di Champions League dello Stadio da Luz. Ma Marco Verratti e Thiago Alcantara hanno in comune un’altra cosa: saranno, insieme all’arbitro Orsato, l’unico pezzetto di Italia nella casa del Benfica. Nati in provincia – a Manoppello (Pescara) il giocatore del Psg, a San Pietro Vernotico (Brindisi) quello del Bayern – e arrivati a giocarsi il trofeo per club più ambito che ci sia.

Fin qui le affinità, ma in realtà il legame con l’Italia dei due non potrebbe essere più diverso. Il quasi 28enne Verratti è ancora legatissimo alla sua terra, mentre Thiago Alcantara è nato nel 1991 in Salento perché il padre Mazinho a quei tempi giocava nel Lecce, ma ad appena due anni lasciò il Belpaese perché la carriera del padre proseguì in Brasile prima e in Spagna poi, dove Thiago si sente realmente a casa, tanto da aver scelto di vestire la maglia delle Furie rosse. Al contrario del fratello Rafinha, che ha preferito la Seleçao.

“Thiago è nato qui perché a quei tempi l’ospedale di San Pietro Vernotico era un’eccellenza e un punto di riferimento per tutto il Salento – spiega Pasquale Rizzo, sindaco del paese che ha dato i natali a Thiago –. Nei circoli e nelle associazioni sportive del territorio il ragazzo è un riferimento: cerchiamo di fare capire ai nostri giovani che il Salento può essere un trampolino di lancio per arrivare ad alti livelli”. Più volte al Comune di San Pietro hanno provato a stabilire un contatto con Thiago Alcantara: l’occasione buona poteva essere l’esordio con la nazionale maggiore della Spagna, il 10 agosto 2011 contro l’Italia al San Nicola di Bari. “Nonostante la vicinanza, non si riuscì ad organizzare il ritorno per i tempi molto contingentati – continua il sindaco Rizzo –. Eppure avere il giocatore in paese sarebbe un messaggio bello e potente per i nostri giovani, alle prese con i problemi che può comportare crescere in un piccolo centro della provincia”.  

E pensare che fino a qualche anno fa, su molti almanacchi il luogo di nascita indicato era Bari. “E’ stato proprio Mazinho a chiarire la situazione durante un’intervista – racconta Giuseppe Palaia, storico medico sociale del Lecce recentemente dimessosi dal club giallorosso –. Thiago è nato a San Pietro Vernotico perché io lavoravo nell’ospedale del paese come anestesista rianimatore e presentai a Mazinho un collega che seguì la gravidanza della moglie pallavolista. Ricordo ancora la loro commozione quando il ginecologo fece ascoltare loro il battito del cuore del loro primo figlio. Mazinho volle anche essere presente al parto e filmare il momento della nascita, ma sul più bello si sentì male e dovemmo soccorrerlo. Di recente l’ho risentito al telefono, ma non ho avuto ancora il piacere di rivedere Thiago”. Non stupisce che il calciatore non senta il legame con un Paese lasciato a soli due anni e che ha ritrovato solo per motivi sportivi, con ricordi spesso molto positivi: dall’esordio a Bari alla tripletta nel 4-2 rifilato agli azzurrini nella finale dell’Europeo Under 21 del 2013.

Tutto il contrario di Marco Verratti, che nonostante abbia lasciato Pescara e l’Italia nel 2012 senza avere nemmeno il tempo di esordire in Serie A per andare a Parigi, sente ancora fortissimo il richiamo della sua Manoppello (circa 7000 abitanti) e torna ogni volta che può. “Tutta la famiglia Verratti è molto radicata nel paese – spiega il sindaco Giorgio De Luca – e già il nonno di Marco, Don Ignazio, era responsabile dell’ufficio di collocamento del Comune e aveva giocato in Serie C. Ricordo che Marco da bambino giocava a pallone vicino al monumento di Piazza Marcinelle, dedicata ai 22 nostri concittadini morti nella tragedia dell’8 agosto 1956 nella miniera belga. Che adesso Verratti sia arrivato al top a livello mondiale e si giochi la finale di Champions mi dà una sensazione di rivincita: Marco sta riscattando i giovani di Manoppello che emigrarono per poter sfamare le loro famiglie e morirono insieme ad altri 240 minatori nell’incendio a Marcinelle”.

In occasione dei Mondiali 2014 in cui Verratti venne convocato dal ct Prandelli, Manoppello si vestì a festa tra bandiere e cartelloni per sostenerlo, ma questa volta le cose andranno diversamente. “Avrei voluto allestire un maxischermo in piazza ma sentita la Prefettura abbiamo dovuto rinunciare per le restrizioni dovute al Covid-19 – afferma amareggiato il sindaco De Luca –. Ci toccherà seguirlo da casa e lo aspettiamo a braccia aperte, magari con la medaglia di campione d’Europa”. Per festeggiare o meno, Verratti tornerà presto: l’ultima visita risale a giugno, quando ha organizzato una festa a sorpresa per il compleanno del fratello Stefano e si è portato la fidanzata Jessica Aidi e il Pocho Lavezzi. “La prima cosa che chiede quando arriva sono gli arrosticini – svela Andrea Rulli, uno dei suoi amici d’infanzia –, io ho un ristorante e gli faccio sempre trovare le nostre specialità. Tra ravioli e sagne, abbiamo fatto innamorare del nostro paesello anche Jessica e Lavezzi”. I suoi amici sono ancora quelli con cui è cresciuto e che, quando non può scendere in paese, invita a Parigi. “Io sono stato suo ospite due volte e quando andiamo a trovarlo non vuole mai che torniamo giù”, racconta divertito Rulli. Verratti è rimasto molto legato anche alla società in cui ha iniziato a giocare, la Manoppello Arabona. “Aveva un talento indiscusso – ricorda Quintino Di Rocco, il suo primo allenatore – tanto che avevo scommesso con i miei dirigenti che avrei smesso di allenare se non avesse fatto carriera. Ma ciò che ha fatto la differenza è stata la sua testa: aveva veramente la mentalità del calciatore e ha fatto di tutto per riuscire ad arrivare ad alti livelli. Ormai vive da anni in una metropoli, so che ha un rapporto molto forte con il presidente del Psg e penso che chiuderà la carriera a Parigi, ma non si è mai dimenticato delle sue origini: conservo con grande gelosia la sua maglia numero 10 dell’Italia che mi ha fatto avere tramite la madre Lidia”.

E a Verratti in paese vogliono tutti così bene che c’è chi addirittura gli cederebbe la propria poltrona, come Marco Blasioli, presidente della società Manoppello Arabona. “Ci auguriamo che un giorno Marco possa aiutarci a gestire il nostro vivaio, magari guidando lui la società. I nostri tesserati hanno il poster di Verratti nelle camerette e sognano di seguire le sue orme. Ogni anno diamo gratuitamente al Pescara i nostri migliori talenti, ma a noi basta farli sognare senza lo stress e l’ansia di doverci riuscire a tutti i costi”.
I commenti dei lettori