Champios League: Blues in Porto, la stella di Havertz illumina il Chelsea
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaPORTO. In cima all'Europa ci sono i ragazzi allo stato brado, quelli con il calcio nel sangue prima che nella testa: la Coppa dei Campioni l'hanno vinta il genio libero di Kai Havertz, 21 anni, preso per oltre 100 milioni dal Leverkusen, e di Mason Mount, 22, al Chelsea da quando ne aveva otto. Tuchel ha alzato barriere, consolidato un fortino, chiesto e avuto cuore e coraggio e ha trionfato sulla gelida strategia di Guardiola, quello che alla vigilia aveva detto "so esattamente cosa succederà". Invece l'architettura di calcio costruito s'è sbriciolata di fronte a chi ha saputo cogliere il momento, e poi custodirlo con passione.
In questa finale di giocatori vergini, perché soltanto in due ne avevano già giocata una prima (e perdendola: Gündogan e Thiago Silva), le vibrazioni hanno contato più dei meccanismi e il sofisticato sistema di gioco di Guardiola poteva andare bene per un gatto che gioca con un gomit…
PORTO. In cima all'Europa ci sono i ragazzi allo stato brado, quelli con il calcio nel sangue prima che nella testa: la Coppa dei Campioni l'hanno vinta il genio libero di Kai Havertz, 21 anni, preso per oltre 100 milioni dal Leverkusen, e di Mason Mount, 22, al Chelsea da quando ne aveva otto. Tuchel ha alzato barriere, consolidato un fortino, chiesto e avuto cuore e coraggio e ha trionfato sulla gelida strategia di Guardiola, quello che alla vigilia aveva detto "so esattamente cosa succederà". Invece l'architettura di calcio costruito s'è sbriciolata di fronte a chi ha saputo cogliere il momento, e poi custodirlo con passione.
In questa finale di giocatori vergini, perché soltanto in due ne avevano già giocata una prima (e perdendola: Gündogan e Thiago Silva), le vibrazioni hanno contato più dei meccanismi e il sofisticato sistema di gioco di Guardiola poteva andare bene per un gatto che gioca con un gomitolo, non per questa notte di incertezze e slanci, vissuta sul confine tra la paura di perderla e l'entusiasmo di scoprirla, come chi capita a chi non ha mai fatto una cosa prima. Il Chelsea l'ha presa meglio, anche perché ha un tasso di rudezza, di durezza e di sbrigatività superiore, caratteristiche tipiche di una squadra senza narcisismo. Guardiola ha riproposto il suo sistema modulabile basato sullo sfizio dell'eresia, un 4-1-4-1 in fase difensiva che diventava 3-1-3-3 in possesso, con un solo centrocampista di ruolo e cinque tra ali e fantasisti e miracol mostrare. Il capocannoniere della squadra (Gündogan) è stato inchiodato a protezione della difesa, il più sensazionale creatore di gioco d'Europa (De Bruyne) è stato messo nella posizione di chi deve sfruttare le creazioni dei compagni e le due ali sono state allargate sulla linea laterale e date in pasto a due terzini rapidi e tosti come James e Chilwell.
Questa smania di sorprendere non ha sorpreso il Chelsea manco un po': Azpilicueta e Rüdiger, i due che avrebbe potuto soffrire la mancanza di punti di riferimento, sono stati bravissimi a orientarsi sui movimenti delle mezze ali di Guardiola, Jorginho e Kanté hanno chiuso ogni corridoio e Mount e Havertz, cui Werner ha fatto da gregario, hanno fatto ammattire i Citizens anche perché avevano spazi larghi nei quali esibirsi, visto che Pep ha tenuto i difensori altissimi e distanti tra loro. Il gol, preceduto da diverse punzecchiature, dice tutto: Mount ha fatto uno dei suoi giochi di prestigio e poi ha liberato Havertz davanti a Ederson. Due tocchi e via, la perfezione del contropiede, esaltata dall'imperfezione nel contrastarlo, quasi fosse volgare trovare umilmente il mondo di farlo.
A quel punto il Chelsea s'è messo a guardia del tesoro, che doveva fare? E anche così ha dato una lezione: il City s'è attendato in attacco senza fare un solo tiro in porta e trasformando in scombiccherato disordine l'ostentata rinuncia al calcio semplice. Il Chelsea ha difeso con lucidità, di squadra, con coesione, seguendo le indicazioni di Tuchel che mostrava quali spazi chiudere, quale marcature raddoppiare, mentre i tre davanti organizzavano rappresaglie di alleggerimento: l'unica occasione da gol di tutta la ripresa l'hanno costruita Havertz e Pulisic e neanche il destino ha aiutato Guardiola, obbligato a togliere De Bruyne e a mettere finalmente un attaccante, e poi due con Agüero, e poi Fernandinho a ridare quell'equilibrio che invece serviva prima e non quando che era ormai andato tutto a ramengo. Un solo sussulto: un destro di Mahrez al 7' di recupero che ha messo per un secondo in sospensione i cori dei tifosi blues. Quelli del City avevano capito da un pezzo che se c'è un modo di perdere, questo è il peggiore: senza cuore e per troppe elucubrazioni sbagliate.<TB><TB><TB><TB>©RIPRODUZIONE RISERVATA