Smetto quando voglio, l'influenza di Cristiano Ronaldo sul ritorno di Brady
di Paolo Condò , di Paolo CondòLa coincidenza è senz'altro suggestiva. Sei settimane dopo aver annunciato il suo ritiro il 44enne Tom Brady, già tormentato dai dubbi, si concede una gita europea per portare i figli a vedere Manchester United-Tottenham. Al di là del suo status di Vip non deve comunque pagare il biglietto: la famiglia Glazer, proprietaria dello United e dei Tampa Bay Buccaneers, stipendia sia lui che Ronaldo. Ecco, sabato pomeriggio Cristiano, a 37 anni suonati, confeziona davanti a Brady una prestazione mostruosa, siglando i tre gol della vittoria. A fine partita i due si salutano, "hai chiuso, vero?" gli fa Ronaldo, e Tom risponde "uhm". Più tardi quella sera, in albergo, deve essergli successo di accendere la tv nel momento in cui Rafa Nadal, 36 anni a giugno, era sotto 5-2 al terzo set (doppio break) contro Sebastian Korda, figlio 21enne di quel Korda (Petr). Povero Nadal, ormai è andato. Beh, no. Punto dopo punto il maiorchino risale la …
La coincidenza è senz'altro suggestiva. Sei settimane dopo aver annunciato il suo ritiro il 44enne Tom Brady, già tormentato dai dubbi, si concede una gita europea per portare i figli a vedere Manchester United-Tottenham. Al di là del suo status di Vip non deve comunque pagare il biglietto: la famiglia Glazer, proprietaria dello United e dei Tampa Bay Buccaneers, stipendia sia lui che Ronaldo. Ecco, sabato pomeriggio Cristiano, a 37 anni suonati, confeziona davanti a Brady una prestazione mostruosa, siglando i tre gol della vittoria. A fine partita i due si salutano, "hai chiuso, vero?" gli fa Ronaldo, e Tom risponde "uhm". Più tardi quella sera, in albergo, deve essergli successo di accendere la tv nel momento in cui Rafa Nadal, 36 anni a giugno, era sotto 5-2 al terzo set (doppio break) contro Sebastian Korda, figlio 21enne di quel Korda (Petr). Povero Nadal, ormai è andato. Beh, no. Punto dopo punto il maiorchino risale la corrente e, senza concedere un solo match-point, finisce per vincere al tie-break nel tripudio popolare.
Brady non riesce a prendere sonno. D'accordo che di anni lui ne ha 44, ma il mestiere di quarterback non prevede lo stacco imperioso di Ronaldo in mezzo a quattro difensori agguerriti, né lo scatto disperato di Nadal per agguantare con la punta della racchetta una smorzata, e rimandarla di là non senza un piano preciso. Al quarterback servono una vista panoramica e un braccio forte. Okay, è deciso. Il mattino dopo Tom comincia a preparare il tweet col quale, a sera, farà la gioia dei suoi tifosi. He's back.
Chissà se anche Cristiano ritiene di aver avuto un'influenza, piccola o grande che sia, sulla decisione di Brady. Chissà se ci ha pensato ieri sera, prima di prendere sonno alla vigilia del ritorno degli ottavi di Champions, stasera a Old Trafford contro l'Atletico Madrid. L'ultima volta che Diego Simeone era venuto a trovarlo, forte di due gol di vantaggio e di un infame gestaccio al termine della gara d'andata, Ronaldo aveva esploso la prestazione per la quale verrà ricordato con la maglia juventina: 3-0 con tre gol suoi, qualificazione strappata e gestaccio restituito. Il punto è che Simeone, con quell'aria da sangue e arena che si porta dietro da sempre, motiva Ronaldo come pochi.
Stavolta l'andata di Madrid, per quanto dominata dall'Atletico, è finita 1-1. Sulla carta, la promozione ai quarti sembra meno complicata. Il problema - ma anche l'opportunità - è che oggi Cristiano si sente motivato dal suo allenatore assai più che da quello rivale, e non si tratta di una motivazione positiva. Stasera Ronaldo gioca anche per chiudere la bocca a Ralf Rangnick. Non molto tempo fa Gary Neville, ex terzino dello United oggi apprezzato talent televisivo, disse che la rosa del Manchester gli ricordava i resti di un grande banchetto del quale era impossibile ricostruire il menu: sui piatti c'erano le costole di un bue, l'enorme lisca di un pescespada, avanzi di sushi e qualche rigatone al ragù.
Quest'anno i Glazer si sono superati: dopo aver speso 85 milioni per prelevare Jadon Sancho dal Borussia Dortmund, gli hanno chiuso il posto in squadra accettando Cristiano Ronaldo dietro insistenza di Sir Alex Ferguson, sconvolto all'idea che il portoghese - in fuga da Torino - finisse al City. Cristiano è costato relativamente poco (23 milioni), ma ha un ingaggio da superstar (30): unito all'indubbio carisma, rende impervia l'impresa di mandarlo in panchina. È una realtà che il modesto Solskjaer, allenatore a inizio stagione, aveva ben chiara: l'unica per convivere col re degli individualisti. Visti i risultati, l'esonero di Solskjaer aveva un senso: sostituirlo con Rangnick, il profeta del calcio collettivo, no. Con Ronaldo non poteva capirsi, e difatti non si è capito. La tripletta al Tottenham, un compendio di classe purissima, nasce dalla reazione d'orgoglio all'esclusione (mascherata da infortunio) del derby. E stasera, beh...
Martedì Cristiano gioca contro Simeone, contro Rangnick e contro Leo Messi, il rivale storico che dalla Champions è già stato fatto fuori, e in modo non esattamente indolore. Domenica al Parco dei Principi gli ultrà del Psg l'hanno fischiato per tutta la partita, a conferma del fatto che in questi tempi impazziti manchi ovunque una memoria collettiva, e come i fascisti tifano per la ricostruzione dell'Unione Sovietica così Messi viene fischiato in uno stadio perché la versione celestiale del suo calcio appartiene ormai al passato (e dunque ad altri fan).
Fischi a Messi e Neymar, applausi a Mbappé: la protesta dei tifosi del Psg dopo il disastro-Champions
Ronaldo di tutto ciò se ne sbatte, immerso nel suo eterno presente di record, problema e soluzione di ogni squadra in cui gioca per la difficoltà a sostenerlo senza palla ma anche per la puntualità dei suoi gol. Ne segna a carrettate, eppure la Juve con lui è andata peggio in Champions e in campionato, mentre lo United non riuscirà a chiudere fra le prime quattro, e chissà che a quel punto Cristiano non fugga ancora. La questione è evidente, nelle mezze parole degli ex-compagni bianconeri e nell'atteggiamento di quelli del Manchester: la scarsa voglia di giocare nel Ronaldo Football Club, come l'ha chiamato Jonathan Wilson sul Guardian. Perché ogni squadra in cui va si trasforma in un'ode alla sua grandezza. E non a tutti può stare bene.