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Guardiola e quell'abbraccio globale che nobilita la sconfitta

Pep Guardiola abbraccia Fernandinho dopo la partita con il Real Madrid (ansa)
Al termine della semifinale persa contro il Real Madrid l'allenatore del Manchester City non è scappato negli spogliatoi, non ha pianto: ha fatto i complimenti ad Ancelotti, ha consolato i suoi giocatori e ricevuto l'applauso dei tifosi
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Il migliore dei mondi possibili del calcio è un luogo in cui un allenatore grande ma sconfitto viene applaudito dal pubblico, nello stadio rivale, e dai suoi stessi tifosi in lacrime, e abbraccia con trasporto il collega che l'ha appena battuto. In questo mondo ideale eppure reale (è accaduto al Bernabeu) l'allenatore sconfitto, che però in una quindicina d'anni ha riscritto la storia del football, stringe la mano ai giocatori dell'altra squadra e ai propri, forse perché ci sono momenti, e luoghi, in cui le categorie saltano, e non esistono più "i nostri" e "i loro" ma ci siamo soltanto noi. Noi che guardiamo felici, e loro che vivono unici, forse irripetibili.

Il migliore dei mondi possibili del calcio è un luogo in cui un allenatore grande ma sconfitto viene applaudito dal pubblico, nello stadio rivale, e dai suoi stessi tifosi in lacrime, e abbraccia con trasporto il collega che l'ha appena battuto. In questo mondo ideale eppure reale (è accaduto al Bernabeu) l'allenatore sconfitto, che però in una quindicina d'anni ha riscritto la storia del football, stringe la mano ai giocatori dell'altra squadra e ai propri, forse perché ci sono momenti, e luoghi, in cui le categorie saltano, e non esistono più "i nostri" e "i loro" ma ci siamo soltanto noi. Noi che guardiamo felici, e loro che vivono unici, forse irripetibili.

La strana, bellissima storia di Pep Guardiola è un romanzo che si scrive da solo, nel quale trama e autore coincidono. Il protagonista ha vinto una fantastica partita d'andata, ma sa che al ritorno tutto può succedere perché il posto in cui tutto succede è, di solito, Madrid. Madrid è la storica rivale di Barcellona, dove il nostro protagonista ha inciso nomi e date nel marmo, anche se adesso lui sta a Manchester (quella celeste, non quella rossa) e cerca ancora una volta quella Champions vinta per l'ultima volta nel 2011, cioè un sacco di tempo fa.

Guardiola è un innovatore, un artista della sintesi calcistica ed è una persona magnifica. Anche il suo rivale Carlo Ancelotti lo è: nessuno pensa che Carletto abbia cambiato la storia del pallone, però nessuno ha mai vinto quanto lui. Il resto della trama è noto: Pep sembra avercela fatta, Carletto lo raggiunge e lo rimonta. E' lo sport, e non si è ancora capito se questo sia più bello o più crudele, forse perché nella bellezza esiste una scintillante crudeltà: brilla, come i denti delle tigri.

Dopo il giudizio universale, che per Guardiola significa la sesta eliminazione in semifinale di Champions, trofeo che nella scorsa stagione vide sfumare nella finalissima inglese contro il Chelsea, l'allenatore catalano non scappa, non piange, non si isola, ma in qualche modo nobilita il suo dolore sportivo con un abbraccio globale: ad Ancelotti, alla gente, ai giocatori, forse anche al destino che è cattivo ma non scemo, ed è spietato ma non immemore: il destino sa chi sia Pep, come lo sappiamo tutti e come sappiamo che lui resterà, e che ci ha regalato meraviglie.

Perché risultato e punteggio, nello sport, non sempre coincidono, e di sicuro non sono sinonimi. Il punteggio manda a casa Guardiola, che a questo punto chissà se una Champions la vincerà più, ma il risultato dimostra che lui è una colonna portante del calcio, delle idee che esprime e dei significati che rappresenta. Il risultato di Pep Guardiola è la sua storia, il suo stile nella vittoria (quella volta che dedicò una Champions a Paolo Maldini, e tutte le parole d'affetto per Carletto Mazzone, suo antico maestro), così come nella sconfitta. Il risultato di Pep Guardiola è Pep Guardiola.