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L'esempio di Lione e Barcellona: ora il calcio è un po' meno 'maschilista'

La festa della ragazze del Lione (reuters)
La finale di Champions femminile è stata uno spettacolo, sia in campo che sugli spalti. Un mare di colori che ha sdoganato gli ultimi stereotipi
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TORINO - Quante famiglie, bambini (anche neonati allo stadio in braccio alle mamme), anziani, donne, uomini, nonni, nipoti, bandiere, sciarpe, bandane, striscioni, quanti colori mischiati sulle gradinate, nelle strade e nel dehor dei ristoranti, quanti cori e quante foto, quante risate nel giorno sahariano, quanti chilometri in auto e in pullman per arrivare qui e quanta bellezza in campo, senza che nessuno per una volta abbia pensato: però, come giocano bene, sembrano uomini. Perché non si direbbe mai questo di una nuotatrice o di una velocista, invece di una calciatrice sì. Forse perché il calcio è lo sport più maschilista al mondo. Ma qualcosa sta cambiando, ed è una rivoluzione bellissima: comincia quando finiamo di stupirci.

TORINO - Quante famiglie, bambini (anche neonati allo stadio in braccio alle mamme), anziani, donne, uomini, nonni, nipoti, bandiere, sciarpe, bandane, striscioni, quanti colori mischiati sulle gradinate, nelle strade e nel dehor dei ristoranti, quanti cori e quante foto, quante risate nel giorno sahariano, quanti chilometri in auto e in pullman per arrivare qui e quanta bellezza in campo, senza che nessuno per una volta abbia pensato: però, come giocano bene, sembrano uomini. Perché non si direbbe mai questo di una nuotatrice o di una velocista, invece di una calciatrice sì. Forse perché il calcio è lo sport più maschilista al mondo. Ma qualcosa sta cambiando, ed è una rivoluzione bellissima: comincia quando finiamo di stupirci.

L'atto conclusivo della "Women's Champions League" tra Lione e Barcellona, un perentorio 3-1 per i francesi contro il pronostico (il Barça era anche il detentore del trofeo) è stato una meraviglia tecnica ed emotiva, quattro gol in appena mezza partita, il primo stupendo, una sassata da quaranta metri all'incrocio da parte della francese Amandine Henry (esiste anche una Barbie con le sue fattezze), gli altri di varia natura ma tutti in purezza, compresa una traversa centrata con un tiro da centrocampo dalla spagnola Guijarro. Ci si è arrivati dopo un giorno di festa, con la città piena di tifosi soprattutto catalani, come il gruppo di ragazze che ha esibito lo striscione "2082 km, Delta del Ebre", vale a dire il viaggio per raggiungere una Torino mai così piena di cose: dopo l'Eurovision, ecco in contemporanea la finale allo Stadium, il Giro d'Italia e il Salone del Libro. Spendendo da 10 a 20 euro al massimo, si è assistito a uno spettacolo non proprio consueto in questo luogo di notevole tristezza calcistica da un anno a questa parte. In 32 mila hanno vissuto un'esperienza che ormai è una regola del calcio femminile: belle partite, un sacco di pubblico, tanti gol e un tifo senza volgarità.

Prima di cominciare, sul prato scorre una coreografia di giovani farfalle dalle ali d'oro, stesso colore della lunghissima coda di cavallo di Ada Hegerberg, stella francese. Il Barcellona gioca corto e svelto come da modello assoluto, ma si contempla un po' troppo e va sotto tre volte in mezz'ora, prima che il Pallone d'Oro Alexia Putellas trovi il colpo volante che un poco riapre la sfida. La ragazza indica il papà in cielo ogni volta che segna, e sulla schiena ha l'immagine tatuata di un padre che culla una figlia. Commovente.

In campo ci sono le 7 Champions francesi e quella catalana dell'anno scorso, oltre ai 59 gol in 60 partite della Hegerberg, la più nota tra le francesi allenate da Sonia Bompastor, ex centrocampista del Lione, mentre il Barcellona lo dirige un maschio, Jonatan Giraldez. Anche l'arbitra è donna, Lina Lehtovaara, finlandese, una che lascia molto giocare assecondando divertimento e rapidità. E quando un portiere rinvia lungo, i tifosi avversari non gridano "m.": anche a questo lo Stadium non era più abituato. Tuttavia, la strada resta molto lunga. Il rischio è adottare un solo modello di grandi investimenti per una visibilità anche social molto politica, per fare insomma la parte degli evoluti e dei progressisti anche quando, sotto sotto, si continua a considerare il calcio femminile un genere minore. E c'è ancora un notevole divario tecnico da colmare: l'Italia ha ospitato la partita più importante dell'anno, ma dovrà provare a viverla anche da protagonista, non solo da padrona di casa.

La Coppa è un trofeo d'argento dalle orecchie abbastanza grandi, non grandissime come quell'altro, dei maschi, e in campo la porta Marchisio. Il montepremi per i vincitori è di un milione e 400 mila euro, e in totale la "Women's Champions League" ne ha distribuiti 24. In tribuna, anche il presidente dell'Uefa Ceferin, non proprio il migliore amico di Andrea Agnelli: "Nessun problema e nessun favore, siamo qui perché abbiamo pagato lo stadio della Juventus che oggi è il nostro stadio".

Sulle gradinate, moltissime donne e tanti uomini perché è così che deve funzionare, viene chi vuole e chi ama il calcio. Pochi fischi, nessuno sfottò anche se ogni tanto è pure giusto ululare un po', per sfogarsi e perché non sembri una favoletta: anche le pulsioni pretendono a volte parità di genere. Edulcorare significa discriminare. Ciò che davvero conta è togliersi dalla testa l'odioso confronto con i maschi, luoghi comuni compresi: anche perché il calcio "è" uno sport per signorine, eccome.

Il pomeriggio è torrido, le ragazze bevono molta acqua e corrono. Chi cade si rialza quasi subito, non ci sono scenate né proteste vistose, è uno sport per gente seria. E quanto sembrano lontani i tristissimi tempi in cui un presidente della Lega Nazionale Dilettanti maschile, il non rimpianto Felice Belloli, disse: "E basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche!". Era solo il 2015, ma era anche una preistoria culturale che il calcio femminile ha contribuito a combattere, e in parte cancellare. Oggi in Italia ci sono 32 mila tesserate (in Europa, un milione e mezzo), ma molte di più sono le bambine e le ragazze che giocano a pallone perché è bellissimo farlo. Ma ancora non basta. Bisogna trovare il modo di trasmettere loro la passione e facilitare la pratica. Le battaglie di genere si combattono da piccoli, dall'inizio e dal basso, cioè dalla scuola, ma anche concedendo finalmente