Liverpool con il gegenpressing, Real Madrid con la classe: tra Klopp e Ancelotti è scontro 'culturale'
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròPARIGI - La migliore definizione del gioco del Liverpool di Klopp l’ha data Pep Guardiola, che col suo Manchester City ha dovuto lottare con i Reds fino all’ultima giornata della Premier League per vincere il titolo, però rispetto ai rivali, che giocheranno contro il Real Madrid la loro terza finale di Champions degli ultimi 5 anni, ha mancato l’obiettivo europeo: “Se gli lasci il possesso palla, ti chiudono in area e non puoi scappare. Se la palla riesci a tenerla tu, corrono nello spazio come nessun altro: sono velocissimi nel passare dalla fase offensiva alla difensiva e viceversa”. Il quadro l’ha completato Pep Lijnders, il principale assistente tattico di Klopp, con una metafora da aviatore: “Abbiamo tanti piani di volo diversi, per essere in grado di trasformarci in modo comodo e fluido da una squadra basata sul possesso palla a una squadra di contropiede”.
PARIGI - La migliore definizione del gioco del Liverpool di Klopp l’ha data Pep Guardiola, che col suo Manchester City ha dovuto lottare con i Reds fino all’ultima giornata della Premier League per vincere il titolo, però rispetto ai rivali, che giocheranno contro il Real Madrid la loro terza finale di Champions degli ultimi 5 anni, ha mancato l’obiettivo europeo: “Se gli lasci il possesso palla, ti chiudono in area e non puoi scappare. Se la palla riesci a tenerla tu, corrono nello spazio come nessun altro: sono velocissimi nel passare dalla fase offensiva alla difensiva e viceversa”. Il quadro l’ha completato Pep Lijnders, il principale assistente tattico di Klopp, con una metafora da aviatore: “Abbiamo tanti piani di volo diversi, per essere in grado di trasformarci in modo comodo e fluido da una squadra basata sul possesso palla a una squadra di contropiede”.
I piani di volo, in una finale come questa, possono essere certamente vanificati dall’avversario, specialmente se, come il Real Madrid di Ancelotti, è provvisto di giocatori di classe come Modric, concreti e fulminanti come Benzema e velocissimi come Vinicius e Rodrygo. Tuttavia il Liverpool di Champions ha un canovaccio consolidato dall’esperienza – è assai probabile che scendano in campo almeno 8 giocatori su 11 della finale del 2019 vinta contro il Tottenham al Wanda Metropolitano di Madrid – e difficilmente lo cambierà, a prescindere dai teorici ballottaggi: in difesa Konate o Matip come partner di Van Dijk al centro, in mediana Henderson o Keita se gli acciaccati Fabinho e Thiago saranno entrambi della partita, in attacco Diogo Jota o Luis Diaz a completare il tridente con Salah e Mané. Il piano di volo numero uno consiste nella partenza a razzo, con un’intensità e un ritmo largamente superiori alla media.
Il Real dovrà eludere, magari tenendo palla il più possibile, il famoso gegenpressing, brevetto tedesco affinato in Premier League. Il Liverpool è asfissiante. Se non recupera palla a ridosso dell’area altrui, gli anticipi sulla linea della metà campo – le cosiddette marcature preventive – lo spingono subito di nuovo in avanti e Ancelotti dovrà per questo valutare l’opzione Valverde, centrocampista elastico che dalla trequarti può ripiegare anche sulla linea dei 4 difensori. La chiave dell’azione dei Reds è la presenza di Thiago Alcantara e Fabinho, determinanti nella mediana a tre: l’uno per la precisione nei passaggi e per la loro ampiezza, che dà sfogo continuo alla manovra, l’altro per la naturale capacità di impedire, da perfetto centrocampista difensivo, il rischioso sfilacciamento tra i reparti. Se uno dei due non potesse giocare, o a maggior ragione entrambi, non sarebbe evidentemente la stessa cosa, anche se Henderson, Keita e Milner non sono certo un banale ripiego. Klopp ha sfoggiato ottimismo. Di sicuro intende conservare il “pentagono”, la rete dei tre centrocampisti e dei due terzini d’attacco Alexander-Arnold e Robertson, in cui restano per lo più impigliati gli avversari quando provano a eludere il pressing: l’obiettivo è sfruttare il leggero appannamento atletico (molto leggero, si parla di un campione) di Kroos, più lento nel fare girare il pallone rispetto alle versioni più scintillanti di se stesso.
Un punto debole teorico, per il Liverpool, potrebbe essere proprio uno dei punti di forza, cioè l’inclinazione del terzino destro Alexander-Arnold alle discese continue. Su quel fianco talvolta un po’ scoperto può cercare l’affondo il funambolico Vinicius. Le chiusure di Van Dijk potranno rivelarsi un buon antidoto, se il suo partner sarà pronto a stringere. Il ballottaggio tra Konate, più straripante, e Matip, più collaudato al massimo livello, non è un dettaglio. Poi, ovviamente, c’è l’attacco. Il tridente velocissimo è stato spesso il segreto delle vittorie di Klopp. Non pare in discussione la presenza dei due storici cardini di questo ciclo, Salah e Mané ai lati di un centravanti, ma la questione è su chi schierare con loro.
Le opzioni sembrano restringersi a due: il portoghese Diogo Jota, che può agire anche da falso nove liberando spazi ai compagni per gli inserimenti in area o scambiarsi posizione con Mané, oppure Luis Diaz, esterno sinistro, che è stato il riuscitissimo innesto di gennaio però sposta in genere Mané al centro dell’attacco, in un ruolo forse meno congeniale al velocista senegalese. Ma è in fondo un dubbio piacevole, che ricorda l’altra grande risorsa del Liverpool (in verità anche del Real, vedi Rodrygo nella semfinale col City): la panchina. L’escluso tra le punte: soprattutto Diaz, se fosse lui il prescelto per entrare a partita in corso, può sparigliare le carte. Il centravanti brasiliano Firmino, protagonista nel 2019, già decisivo con l’Inter nella vittoria del febbraio scorso a San Siro e speranzoso fino all’ultimo, anche in forza del curriculum, di potere entrare nel ballottaggio per giocare dall’inizio. Il futuro milanista Origi, la riserva eroe della Champions 2019 con la doppietta nella remuntada di Anfield contro il Barcellona e il gol nella finale contro il Tottenham. L’altra punta di scorta Minamino, che vuole essere il primo calciatore giapponese a giocare in una finale di Champions. Se è vero che le partite oggi si vincono in 16 e se in una finale si può pensare anche ai tempi supplementari, Klopp e il suo staff stanno già studiando qualche cambio programmato.