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I vizi del Psg: alla collezione di campioni servirebbe Zidane

Leo Messi mercoledì sera a Monaco (afp)

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Il nuovo flop in Champions: la seconda eliminazione agli ottavi in due anni certifica il fallimento dell'operazione Messi. Che la squadra sia una raccolta di figurine l'hanno ormai capito tutti. Se il destino di Galtier appare segnato, c'è un uomo soltanto in grado di entrare in quello spogliatoio e costringere tutti all'attenzione: Zizou
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Il paradosso estremo dell'ennesimo disastro europeo del Paris St. Germain è che la scena muta di Leo Messi all'Allianz Arena finirà per consegnargli l'ottavo Pallone d'oro della carriera. Il Mondiale rientra infatti nel nuovo periodo di valutazione del premio - non più anno solare, ma stagione calcistica - e la storia del fuoriclasse argentino che all'ultimo tentativo riesce a mettere le mani sulla coppa desiderata è troppo bella per non meritare il più prestigioso dei trofei individuali. L'unica alternativa possibile, promossa da una finale mondiale illuminata da tre gol e poi perduta ai rigori, era Kylian Mbappé: se avesse condotto il Psg alla Champions dominando la scena in modo inequivocabilmente superiore a quello del compagno, a molti giurati sarebbe venuto il dubbio se premiare per la prima volta la superstar dei prossimi dieci anni piuttosto che quella degli ultimi quindici. Così, la seduta dovrebbe esser…

Il paradosso estremo dell'ennesimo disastro europeo del Paris St. Germain è che la scena muta di Leo Messi all'Allianz Arena finirà per consegnargli l'ottavo Pallone d'oro della carriera. Il Mondiale rientra infatti nel nuovo periodo di valutazione del premio - non più anno solare, ma stagione calcistica - e la storia del fuoriclasse argentino che all'ultimo tentativo riesce a mettere le mani sulla coppa desiderata è troppo bella per non meritare il più prestigioso dei trofei individuali. L'unica alternativa possibile, promossa da una finale mondiale illuminata da tre gol e poi perduta ai rigori, era Kylian Mbappé: se avesse condotto il Psg alla Champions dominando la scena in modo inequivocabilmente superiore a quello del compagno, a molti giurati sarebbe venuto il dubbio se premiare per la prima volta la superstar dei prossimi dieci anni piuttosto che quella degli ultimi quindici. Così, la seduta dovrebbe essere tolta: il leader del club campione d'Europa completerà il podio, e tanti saluti.

(ansa)

Naturalmente è un pensiero che non rincuora per nulla Parigi. La seconda eliminazione agli ottavi in due anni certifica il fallimento dell'operazione Messi, a meno che il vero obiettivo - e si scherza - non fosse la stretta di mano prima della finale tra i due dipendenti del Qatar più celebri. Il Messi della Selección era un comandante impegnato nella missione della vita, leader di un gruppo di ragazzi entusiasti (Enzo Fernandez, Julian Alvarez) con un paio di vecchi scudieri saggi e pronti a tutto (Di Maria, De Paul). Questo di Parigi è un ospite - ovviamente di gran lusso - in una casa che non sente sua perché le pareti verniciate d'oro sono in realtà di cartapesta. Quinte cinematografiche. Nessuna traccia di un'anima. Che il Psg sia una raccolta di figurine che fra loro non legano l'hanno ormai capito tutti, il punto è la pervicacia con la quale gli stessi errori vengono ripetuti come se una gestione sempre uguale, e che ha fallito innumerevoli volte, potesse mai portare a un risultato diverso.

In undici anni di proprietà araba il Paris ha vinto otto volte la Ligue 1, e la dimensione di quanto poco gliene freghi è data da un particolare illuminante: nessuno dei tre flop in campionato (clamorosi, vista la disparità finanziaria) è costato il posto all'allenatore responsabile. Nasser Al-Khelaifi, presidente del club e di un sacco di altre cose, non esonerò Ancelotti preceduto dal Montpellier di Giroud nel 2012, né Unai Emery maltrattato dal Monaco di Mbappé nel 2017, e nemmeno Pochettino beffato dal Lille di Galtier e Maignan nel 2021. È la Champions a fargli perdere la pazienza, spingendolo a decisioni costi quel che costi, e il modo di dire non è scelto a caso.

Dopo quattro eliminazioni consecutive ai quarti, nel 2017 il Psg uscì agli ottavi in coda a un confronto rocambolesco e umiliante col suo incubo privato, il Barcellona: capace di vincere 4-0 la gara d'andata al Parco dei Principi, nel ritorno del Camp Nou il Paris si arrese a una strepitosa prestazione di Neymar, culminata nel 6-1 di Sergi Roberto in fondo al recupero. Come sarebbe successo anni dopo con Messi, Nasser pensò che il segreto fosse nella figurina e consegnò al Barça un assegno di 222 milioni per liberarla, come da clausola fissata praticamente per scherzo, chi mai spenderà una cifra simile per un calciatore... Già che c'era, quell'estate portò a casa anche il giovane Mbappé burlando il FairPlay finanziario con un ingaggio in prestito, come se Kylian fosse un ragazzetto da visionare e non il fenomeno che al termine della stagione avrebbe guidato la Francia al titolo mondiale.

La parabola di Neymar è un buon modo per leggere in filigrana il grande problema del Psg, ovvero le chiavi dello spogliatoio consegnate ai giocatori e il conseguente deterioramento dell'autorità dell'allenatore. Neymar non si limita a comportarsi come gli pare fuori dal campo, ma in sei stagioni di Psg nessuno è ancora riuscito a convincerlo a liberarsi del pallone prima che un terzino gli zompi sulle caviglie mettendolo fuori uso per mesi come succede ogni fine inverno, con inquietante regolarità. Neymar è un campione, ma a 31 anni se ne parla ormai con una nota di rimpianto: quanto avrebbe aggiunto alla sua carriera una guida capace di correggergli i difetti più evidenti? Si fosse abituato a dare maggiore fluidità al suo gioco - "take the ball, pass the ball" secondo il mantra catalano - avrebbe evitato la quasi totalità degli incidenti che gli hanno condizionato la carriera.

Intendiamoci poi, esistono le figurine dei talenti e quelle dei guerrieri, che digrignano i denti anche dall'album. Il Psg di Monaco di Baviera è andato incontro al suo destino con inaccettabile rassegnazione tranne che in un uomo: Sergio Ramos, che a quasi 37 anni ha cercato fino all'ultimo il gol di testa come quello che nel 2014 permise al Real Madrid di guadagnare in extremis i supplementari con l'Atletico, e lì trionfare. Ramos ormai sta in piedi con lo scotch, ed è un po' invecchiato in difesa semmai. Ma possiede quell'anima che altri compagni non dimostrano, perché non crescono: a partire da Verratti, che continua a perdere palloni in zone pericolose come dieci anni fa, oppure di Vitinha che si trova sul piede l'insperata palla del vantaggio, e il massimo che gli riesce è quella mozzarella divorata da De Ligt.

Gli umori del giorno dopo segnalano almeno che sia Mbappé che Messi non sono sul piede di partenza. Il francese ha un contratto fino al 2024 con possibile opzione di un anno supplementare, l'argentino è in scadenza ma prevale la sensazione che prolungherà col Psg. Se il destino di Galtier appare segnato, c'è un uomo soltanto in grado di entrare in quello spogliatoio e costringere tutti all'attenzione. L'ha già fatto in un'altra galleria di figurine pregiate - il Bernabeu - e da Cristiano Ronaldo in giù tutti si misero a sua disposizione. Si chiama Zinedine Zidane, è libero perché sognava la nazionale che Deschamps non gli ha mollato, dicono che un marsigliese a Parigi non possa funzionare. Dicono un sacco di scemenze, peraltro.