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Da Mazzola a Milito, le finali dell'Inter tra gioie e dolori

Hanno cominciato quando si chiamava Coppa dei Campioni e proseguito con la Champions. Trionfi (3) e delusioni (2) della parabola nerazzurra nella coppa più importante
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Questa di Istanbul è la sesta finale di Coppa Campioni/Champions League giocata dall’Inter. La prima l’ha vinta cinquantanove anni fa, l’ultima tredici. Da Herrera a Mourinho, aspettando Inzaghi. Tre vittorie, due sconfitte: andiamo a riavvolgere il film.

Il trionfo al Prater di Vienna

Prima finale di Coppa dei Campioni, 27 maggio 1964. E’ il giorno in cui l’Inter diventa grande, la Grande Inter. 3-1 contro il Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Amancio e Gento, vincitore - dalla nascita del torneo nel 1955 - di cinque vittorie di fila. Notte magica, da Mago (vedi alla voce Helenio Herrera). Doppietta di Sandrino Mazzola, gol della sicurezza di Aurelio Milani, gli spagnoli si consolano con Felo. La formazione nerazzurra è una filastrocca da mandare a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti. I lanci di Suarez, il genio pigro di Corso, le fughe di Jair, le serpentine di Mazzola: gli anni 60 marchiati a ferro e fuoco dalla squadra più forte…

Questa di Istanbul è la sesta finale di Coppa Campioni/Champions League giocata dall’Inter. La prima l’ha vinta cinquantanove anni fa, l’ultima tredici. Da Herrera a Mourinho, aspettando Inzaghi. Tre vittorie, due sconfitte: andiamo a riavvolgere il film.

Il trionfo al Prater di Vienna

Prima finale di Coppa dei Campioni, 27 maggio 1964. E’ il giorno in cui l’Inter diventa grande, la Grande Inter. 3-1 contro il Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Amancio e Gento, vincitore - dalla nascita del torneo nel 1955 - di cinque vittorie di fila. Notte magica, da Mago (vedi alla voce Helenio Herrera). Doppietta di Sandrino Mazzola, gol della sicurezza di Aurelio Milani, gli spagnoli si consolano con Felo. La formazione nerazzurra è una filastrocca da mandare a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti. I lanci di Suarez, il genio pigro di Corso, le fughe di Jair, le serpentine di Mazzola: gli anni 60 marchiati a ferro e fuoco dalla squadra più forte di quell’epoca. Nota a margine: l’uomo chiave di quella partita è il mediano Tagnin, che non fa - letteralmente - toccare palla al grande Di Stefano.

Il bis contro il Benfica

San Siro ombelico della Coppa dei Campioni. 27 maggio - ancora questa data - però dell’anno successivo, il 1965. La finale l’Inter la gioca in casa. 1-0 contro il Benfica di Eusebio. Piove sul nostro amor: decisivo un guizzo di Jair che tira e - complice una pozzanghera - inganna il portiere portoghese Costa Pereira. L’Inter è campione in carica ed entra in gioco - come si usava allora - dagli ottavi eliminando Dinamo Bucarest, Rangers e Liverpool, in quella che resta la partita (di ritorno) più iconica del decennio. Sette partite per vincere la seconda Coppa dei Campioni della sua storia. Squadra in maglia bianca, con banda orizzontale di colore nero e azzurro. San Siro gremito, c’erano ancora solo due anelli, non c’erano i seggiolini, i tifosi stavano stipati, uno a fianco dell’altro, con gli ombrelli in mano, in novantamila erano quella sera.

La fine di un ciclo contro il Celtic

La caduta degli dei. Terza finale in quattro anni, ma il ciclo della Grande Inter si sta consumando. Logorio, età che avanza, infortuni: Herrera sente lo scricchiolio di un’era che finisce, ma fa spallucce. In finale - 25 maggio 1967 - manca Suarez (infortunato), assenza decisiva. Il Celtic di Glasgow non è affatto irresistibile. Squadra aggressiva come da tradizione anglosassone, tattica del “Kick and Run”, “Calcia e corri”, un solo vero fuoriclasse, l’ala destra Johnstone, detto - per via della capigliatura e della bassa statura - la “Pulce Rossa”. Segna Mazzola su rigore dopo sette minuti, l’Inter coltiva l’illusione, ma verrà tradita dalla supponenza. Nella ripresa: Gemmel, poi Chalmers. Dirà Armando Picchi: “Quando il Celtic ha segnato il 2-1 ho provato un senso di liberazione. Eravamo distrutti, ai supplementari ci avrebbero comunque battuto”. E il 10 giugno - a Mantova, papera di Sarti - l’Inter perde anche lo scudetto. This is the end.

Travolti dal Calcio Totale

Ajax-Inter 2-0. Indovinate? Johan Cruijff. Succede a Rotterdam, il 31 maggio 1972. Inter parziale, Calcio Totale. La rivoluzione olandese è un’onda che spazza via tutto, compresa la squadra nerazzurra allenata da Giovanni Invernizzi che l’anno prima - con un clamoroso colpo di coda - ha vinto lo scudetto in rimonta. Per i Lancieri è la seconda coppa dei Campioni consecutiva, l’anno dopo faranno il tris. Quell’edizione - in casa nerazzurra - viene ricordata soprattutto per la doppia sfida contro il Borussia Mönchengladbach e la lattina lanciata sulla testa di Boninsegna. La formazione schierata in finale assembla qualche reduce degli anni d’oro (Facchetti, Jair, Mazzola, Burgnich, Bedin), giovani di belle speranze (Bordon e Oriali), onesti pesatori (Bellugi, Frustalupi) e il mitico Mario Giubertoni, di ruolo stopper. E’ stato bello arrivare fino all’ultimo atto, ma non è stato abbastanza.

L’epopea nell’anno del Triplete

Anno di grazia 2010, l’Inter vince tutto. En plein nerazzurro. Scudetto, Coppa Italia, Champions League. Nella notte del Bernabeu, 2-0 al Bayern Monaco. Non c’è partita: due volte Milito, trionfo nerazzurro firmato dal “Principe”. L’uomo simbolo è Josè Mourinho, che chiude così il suo straordinario biennio all’Inter e - quella stessa notte - saluta la compagnia, si sfila dai festeggiamenti, sale su un taxi e prende la via di Madrid, tra le lacrime dei suoi “Brothers in Arms”. Il 22 maggio 2010 segna il punto più alto della presidenza di Massimo Moratti, che quarantacinque anni dopo l’ultima vittoria della Grande Inter vince (come aveva fatto suo padre Angelo) la coppa più ambita.