MADRID - Diego Pablo Simeone (Buenos Aires, 1970) è abituato a rompere tabù. Da calciatore vinse con l'Inter il primo trofeo dell'era Moratti, la Coppa Uefa del 1998, e due anni dopo, con la Lazio, uno scudetto che mancava nella bacheca biancoceleste da ventisei anni. Prima di trionfare in Italia lo aveva già fatto a Madrid, sponda Atletico, dove aveva conquistato nel '96 una Liga dopo un digiuno del club che durava da quasi due decadi. Quella stagione los colchoneros alzarono al cielo anche la loro ultima Coppa del Re, un'immagine che il Cholo spera rivivere stasera, questa volta con la giacca nera e la cravatta fina con cui è abituato ad assistere alle partite da allenatore. Il tabù però è dei più ostici, si chiama Real Madrid, un rivale che l'Atletico non riesce a sconfiggere da 14 anni. Per il momento nemmeno Simeone - che da quando è sbarcato a gennaio dell'anno scorso ha già vinto una Europa League, una Supercoppa d'Europa e si è già assicurato un posto nella prossima Champions - ha saputo rompere la maledizione; finora i tre derby che ha vissuto dalla panchina sono andati in archivio con altrettante sconfitte.
Come prepara lo spogliatoio contro un rivale che non si batte da quando si pagava in pesetas?
Trasmettendo l'idea che non è una partita di Liga e i quattordici anni senza vincere riguardano la Liga, non la Coppa. Quella di stasera è un'altra storia.
E crede che basterà a far sparire la paura e la tensione che ha notato nei precedenti confronti?
Non c'è paura, né tensione. Ci sono 400 milioni di euro di differenza. Noi quest'anno abbiamo speso un milione, loro solo per Modric 30. Un piccolo dettaglio. Piccolissimo.
Squadre meno blasonate di voi ce l'hanno fatta. Ci sarà anche una componente psicologica?
È possibile, soprattutto la componente psicologica dei quattrocento milioni di differenza.
Il derby di Madrid somiglia a quelli che ha giocato in Italia, a Milano e a Roma?
No, sono molto differenti dal punto di vista del gioco, perché quelli erano più equilibrati e li preparavi diversamente. Però dal punto di vista sentimentale è lo stesso, le emozioni sono le stesse. Un derby è passione, e la passione ti trascina, che sia un Lazio-Roma, Palermo-Catania, Boca-River o Real-Atletico.
Allenerebbe mai il Real, il Milan, la Roma...
Fermo, fermo, che se mi devo mettere a elencare tutte le squdre che non posso allenare rimango senza lavoro.
Significa no?
Significa non rispondo.
Allora rovesciamo la domanda. Quando l'Inter o la Lazio?
Quando me ne andai dall'Atletico sapevo che, grazie a come mi ero comportato da giocatore, se avessi lavorato bene come allenatore avrei trovato la porta aperta, ma non avrei mai pensato che sarebbe stato così presto. E quando penso all'Inter o alla Lazio, posti dove ho lasciato il segno, squadre che sono state importanti per me, e io per loro, è normale pensare di tornare. Il destino ci farà rincontrare. Spero che la mia carriera da allenatore sia abbastanza lunga da permettermelo.
In fondo ripercorrerebbe la parabola del Simeone giocatore. Anche allora iniziò da una piccola in Serie A, il Pisa, poi la Spagna, i successi con l'Atletico, e un'altra volta l'Italia.
Il Pisa... allora avevo venti anni e quando seppi che avrei giocato in Serie A provai felicità. Pura e semplice felicità. In quell'epoca mi stancavo a forza di vedere la domenica il Napoli (era l'88, l'epoca d'oro di Maradona), ascoltavo parlare del calcio italiano tutti i giorni, per la strada, alla radio, mi conquistò e ancora oggi mi affascina. Quello italiano è un calcio seduttore, che ha molte più difficoltà di quello spagnolo. C'è molta più tattica, ogni squadra gioca in una maniera differente e questo lo apprezzo di più ora che sono allenatore. È più stimolante, ti obbliga a crescere, cercare nuove strade. Qui in Spagna invece giocano quasi tutti allo stesso modo.
Ossia?
Il Barcellona degli ultimi anni ha fatto sì che che tutte le altre squadre cerchino di far girare molto il pallone, avere un'alto possesso palla. In Italia no, ci sono differenti modi di vincere e la strategia gioca un ruolo ben più decisivo.
Non le interessa il possesso palla?
Non è che non mi interessi, solo dico che le strade per vincere sono molteplici, e non mi piacciono quelli che pensano che esista solo un cammino. Per me l'importante è vincere. Vincere è l'unica maniera per crescere. È un paradosso, ma per avvicinarmi al livello delle squadre più forti devo attrarre buoni giocatori e questo si ottiene vincendo. Certamente mi preoccupo di giocare bene, ma giocare bene per me significa molte cose: difendere ordinati, contrattaccare, che il possesso palla non sia sterile, pressare alti, essere pratici, diretti, verticali. Ci sono molte sfumature e non voglio essere prigioniero di nessuna.
In questo vede qualche allenatore che rispecchia la sua filosofia o che ammira?
Mi piace molto Klopp, del Borussia. Sta facendo una Champions fenomenale.
E tra quelli che la allenarono da giocatore?
Di ognuno mi porto dietro qualcosa. Bilardo anticipò i cambi che avrebbe conosciuto il calcio alla fine degli anni '80, Antic cercava di capire come sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori a disposizione. Di Simoni ricordo il suo lato umano, era un uomo splendido, di Basile e Pasarella la capacità che avevano di trasmetterti l'impeto, la grinta per vincere le partite. E poi Bielsa, che aveva il dono di mostrarti esattamente come si sarebbe sviluppato l'incontro, il miglior allenatore di campo che ho avuto.
Eriksson?
Era un tempista, un personaggio freddo, però concreto al momento di prendere decisioni.
E Mancini?
Guardare Mancini per me era guardare il mio futuro. Dopo averlo avuto come compagno di squadra, vederlo dall'altra parte mi spronò a immaginarmi allenatore. Con lui mi sento ancora oggi. Ti trasmetteva la passione che aveva per il calcio e sapeva consigliarti su particolari squisitamente tecnici, visto il grande giocatore che era stato.
Mancini fu solo uno dei geni del pallone con cui ha giocato: Maradona, Verón, Baggio, Batistuta, Nedved, Ronaldo. Chi le piacerebbe allenare tra tutti loro?
Escludiamo Maradona? Sennò è troppo facile.
Escluso Maradona.
Escludendo Maradona, che era puro amore, amore per il calcio, per l'Argentina, per i compagni che ti insegnava a difendere contro tutto e tutti, e potendo togliere dalla lista anche Verón, un giocatore meraviglioso che però sì che ho avuto la fortuna di allenare nel River, direi il miglior Ronaldo, quello che fu mio compagno nell'Inter.
Di quel periodo in Italia quali sono i ricordi più belli?
Prima di tutto un ricordo non sportivo, che fu la nascita di mio figlio, a Roma, una città che adoro. Sul campo la Coppa Uefa con l'Inter, perché il club aveva bisogno di quella vittoria, e il gol che feci alla Juventus con la Lazio a Torino. È impossibile dimenticarlo, fu un momento decisivo per la squadra, quel giorno capimmo che potevamo essere campioni.
Per lei fu anche una rivincita dopo lo scudetto che aveva perso con l'Inter contro la Juve tra mille polemiche?
Lasciamo perdere. Stavamo parlando di bei ricordi, continuiamo con quelli. L'anno del rigore di Juliano su Ronaldo fu lo stesso della Coppa Uefa, un anno difficile, strano, però alla fine eravamo vicini al sogno di essere campioni. D'altra parte non ho nessun tipo di rancore contro la Juventus o gli juventini, che avevano lavorato duro come noi per raggiungere l'obbiettivo. Anzi, sono felice che ora la Juve abbia recuperato l'importanza che merita in Italia. Certo che quel rigore, avrebbe potuto cambiare tutto. Preferisco non commentare oltre.
Quell'episodio non dipende da lei. C'è invece qualcosa che ha fatto che cambierebbe?
Assolutamente nulla, perché sempre sono stato impeccabile dal punto di vista dell'impegno e ho sempre dato il massimo. Per questo non ho nessun rimpianto, nessun rimprovero da farmi e nemmeno soffro di nostalgia. Dal momento in cui ho indossato la tuta da allenatore e preso in mano il fischietto ho pensato sempre ed esclusivamente da mister. I ricordi che ho nel campo mi servono solo per capire meglio i miei giocatori.
Però avrà vissuto dei momenti di sconforto. Ad esempio vedervi togliere lo scudetto dalla Roma l'anno dopo averlo vinto con la Lazio?
Assolutamente no, quell'anno arrivammo terzi e lottammo fino all'ultima giornata. Questo è il calcio, un gioco in cui solo vince uno e non puoi essere sempre tu, però l'importante è non mollare quando non puoi arrivare primo, e se non puoi arrivare nemmeno secondo, meglio terzo che quarto. Ci sono volte che non ti resta altro da fare che lottare, stagioni che ti ritrovi a metà classifica e lì si vede la mentalità del giocatore. Se pensi che arrivare quinto è uguale che arrivare sesto, sei finito. Le cose possono andare meglio o peggio, puoi giocare male, ma non può mancare la partecipazione, la dedizione, non puoi negoziare lo sforzo.
“Lo sforzo non si negozia” è diventato il suo marchio di fabbrica.
Se c'è lo sforzo, non devi cercare compromessi. Io non ho mai cercato di essere accettato, benvoluto. Nell'Inter, per esempio, mi costò molto adattarmi all'ambiente, eppure alla fine la gente finì con amarmi, perchè riconobbe la mia trasparenza. I tifosi vogliono vedere sul campo i loro sentimenti, la passione, la comunione con la maglia. Se non negozi lo sforzo non devi cercare compromessi quando arrivi e non ti lasci dietro rimpianti quando te ne vai.
Come prepara lo spogliatoio contro un rivale che non si batte da quando si pagava in pesetas?
Trasmettendo l'idea che non è una partita di Liga e i quattordici anni senza vincere riguardano la Liga, non la Coppa. Quella di stasera è un'altra storia.
E crede che basterà a far sparire la paura e la tensione che ha notato nei precedenti confronti?
Non c'è paura, né tensione. Ci sono 400 milioni di euro di differenza. Noi quest'anno abbiamo speso un milione, loro solo per Modric 30. Un piccolo dettaglio. Piccolissimo.
Squadre meno blasonate di voi ce l'hanno fatta. Ci sarà anche una componente psicologica?
È possibile, soprattutto la componente psicologica dei quattrocento milioni di differenza.
Il derby di Madrid somiglia a quelli che ha giocato in Italia, a Milano e a Roma?
No, sono molto differenti dal punto di vista del gioco, perché quelli erano più equilibrati e li preparavi diversamente. Però dal punto di vista sentimentale è lo stesso, le emozioni sono le stesse. Un derby è passione, e la passione ti trascina, che sia un Lazio-Roma, Palermo-Catania, Boca-River o Real-Atletico.
Allenerebbe mai il Real, il Milan, la Roma...
Fermo, fermo, che se mi devo mettere a elencare tutte le squdre che non posso allenare rimango senza lavoro.
Significa no?
Significa non rispondo.
Allora rovesciamo la domanda. Quando l'Inter o la Lazio?
Quando me ne andai dall'Atletico sapevo che, grazie a come mi ero comportato da giocatore, se avessi lavorato bene come allenatore avrei trovato la porta aperta, ma non avrei mai pensato che sarebbe stato così presto. E quando penso all'Inter o alla Lazio, posti dove ho lasciato il segno, squadre che sono state importanti per me, e io per loro, è normale pensare di tornare. Il destino ci farà rincontrare. Spero che la mia carriera da allenatore sia abbastanza lunga da permettermelo.
In fondo ripercorrerebbe la parabola del Simeone giocatore. Anche allora iniziò da una piccola in Serie A, il Pisa, poi la Spagna, i successi con l'Atletico, e un'altra volta l'Italia.
Il Pisa... allora avevo venti anni e quando seppi che avrei giocato in Serie A provai felicità. Pura e semplice felicità. In quell'epoca mi stancavo a forza di vedere la domenica il Napoli (era l'88, l'epoca d'oro di Maradona), ascoltavo parlare del calcio italiano tutti i giorni, per la strada, alla radio, mi conquistò e ancora oggi mi affascina. Quello italiano è un calcio seduttore, che ha molte più difficoltà di quello spagnolo. C'è molta più tattica, ogni squadra gioca in una maniera differente e questo lo apprezzo di più ora che sono allenatore. È più stimolante, ti obbliga a crescere, cercare nuove strade. Qui in Spagna invece giocano quasi tutti allo stesso modo.
Ossia?
Il Barcellona degli ultimi anni ha fatto sì che che tutte le altre squadre cerchino di far girare molto il pallone, avere un'alto possesso palla. In Italia no, ci sono differenti modi di vincere e la strategia gioca un ruolo ben più decisivo.
Non le interessa il possesso palla?
Non è che non mi interessi, solo dico che le strade per vincere sono molteplici, e non mi piacciono quelli che pensano che esista solo un cammino. Per me l'importante è vincere. Vincere è l'unica maniera per crescere. È un paradosso, ma per avvicinarmi al livello delle squadre più forti devo attrarre buoni giocatori e questo si ottiene vincendo. Certamente mi preoccupo di giocare bene, ma giocare bene per me significa molte cose: difendere ordinati, contrattaccare, che il possesso palla non sia sterile, pressare alti, essere pratici, diretti, verticali. Ci sono molte sfumature e non voglio essere prigioniero di nessuna.
In questo vede qualche allenatore che rispecchia la sua filosofia o che ammira?
Mi piace molto Klopp, del Borussia. Sta facendo una Champions fenomenale.
E tra quelli che la allenarono da giocatore?
Di ognuno mi porto dietro qualcosa. Bilardo anticipò i cambi che avrebbe conosciuto il calcio alla fine degli anni '80, Antic cercava di capire come sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori a disposizione. Di Simoni ricordo il suo lato umano, era un uomo splendido, di Basile e Pasarella la capacità che avevano di trasmetterti l'impeto, la grinta per vincere le partite. E poi Bielsa, che aveva il dono di mostrarti esattamente come si sarebbe sviluppato l'incontro, il miglior allenatore di campo che ho avuto.
Eriksson?
Era un tempista, un personaggio freddo, però concreto al momento di prendere decisioni.
E Mancini?
Guardare Mancini per me era guardare il mio futuro. Dopo averlo avuto come compagno di squadra, vederlo dall'altra parte mi spronò a immaginarmi allenatore. Con lui mi sento ancora oggi. Ti trasmetteva la passione che aveva per il calcio e sapeva consigliarti su particolari squisitamente tecnici, visto il grande giocatore che era stato.
Mancini fu solo uno dei geni del pallone con cui ha giocato: Maradona, Verón, Baggio, Batistuta, Nedved, Ronaldo. Chi le piacerebbe allenare tra tutti loro?
Escludiamo Maradona? Sennò è troppo facile.
Escluso Maradona.
Escludendo Maradona, che era puro amore, amore per il calcio, per l'Argentina, per i compagni che ti insegnava a difendere contro tutto e tutti, e potendo togliere dalla lista anche Verón, un giocatore meraviglioso che però sì che ho avuto la fortuna di allenare nel River, direi il miglior Ronaldo, quello che fu mio compagno nell'Inter.
Di quel periodo in Italia quali sono i ricordi più belli?
Prima di tutto un ricordo non sportivo, che fu la nascita di mio figlio, a Roma, una città che adoro. Sul campo la Coppa Uefa con l'Inter, perché il club aveva bisogno di quella vittoria, e il gol che feci alla Juventus con la Lazio a Torino. È impossibile dimenticarlo, fu un momento decisivo per la squadra, quel giorno capimmo che potevamo essere campioni.
Per lei fu anche una rivincita dopo lo scudetto che aveva perso con l'Inter contro la Juve tra mille polemiche?
Lasciamo perdere. Stavamo parlando di bei ricordi, continuiamo con quelli. L'anno del rigore di Juliano su Ronaldo fu lo stesso della Coppa Uefa, un anno difficile, strano, però alla fine eravamo vicini al sogno di essere campioni. D'altra parte non ho nessun tipo di rancore contro la Juventus o gli juventini, che avevano lavorato duro come noi per raggiungere l'obbiettivo. Anzi, sono felice che ora la Juve abbia recuperato l'importanza che merita in Italia. Certo che quel rigore, avrebbe potuto cambiare tutto. Preferisco non commentare oltre.
Quell'episodio non dipende da lei. C'è invece qualcosa che ha fatto che cambierebbe?
Assolutamente nulla, perché sempre sono stato impeccabile dal punto di vista dell'impegno e ho sempre dato il massimo. Per questo non ho nessun rimpianto, nessun rimprovero da farmi e nemmeno soffro di nostalgia. Dal momento in cui ho indossato la tuta da allenatore e preso in mano il fischietto ho pensato sempre ed esclusivamente da mister. I ricordi che ho nel campo mi servono solo per capire meglio i miei giocatori.
Però avrà vissuto dei momenti di sconforto. Ad esempio vedervi togliere lo scudetto dalla Roma l'anno dopo averlo vinto con la Lazio?
Assolutamente no, quell'anno arrivammo terzi e lottammo fino all'ultima giornata. Questo è il calcio, un gioco in cui solo vince uno e non puoi essere sempre tu, però l'importante è non mollare quando non puoi arrivare primo, e se non puoi arrivare nemmeno secondo, meglio terzo che quarto. Ci sono volte che non ti resta altro da fare che lottare, stagioni che ti ritrovi a metà classifica e lì si vede la mentalità del giocatore. Se pensi che arrivare quinto è uguale che arrivare sesto, sei finito. Le cose possono andare meglio o peggio, puoi giocare male, ma non può mancare la partecipazione, la dedizione, non puoi negoziare lo sforzo.
“Lo sforzo non si negozia” è diventato il suo marchio di fabbrica.
Se c'è lo sforzo, non devi cercare compromessi. Io non ho mai cercato di essere accettato, benvoluto. Nell'Inter, per esempio, mi costò molto adattarmi all'ambiente, eppure alla fine la gente finì con amarmi, perchè riconobbe la mia trasparenza. I tifosi vogliono vedere sul campo i loro sentimenti, la passione, la comunione con la maglia. Se non negozi lo sforzo non devi cercare compromessi quando arrivi e non ti lasci dietro rimpianti quando te ne vai.