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Spagna, la generazione Iniesta ha già i suoi eredi

Dopo l'Euro Under 21 dominato, è come se gli alunni fossero già in grado di sostituire i maestri. Il fantasista Isco, il regista Thiago Alcantara, l'attaccante Morata: sembrano già pronti per il grande salto dalla rojita alla roja
di ENRICO SISTI

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ROMA - Semplice, perfetta, "escuela". Fra l'età della maturità e quella dell'innocenza, se ve ne sono, sussistono minime differenze. Sapreste dire quale sia la "rojita" e quale la "roja"? È come se gli alunni fossero già in grado di mettersi in cattedra per fare lezione di tattica, sacrificio, senso di squadra, talento individuale, umiltà nel costante apprendimento: è la sentenza dell'Europeo Under 21, vittoria in finale col 4-2 agli azzurrini. Si può osservare, per il piacere di commentare i dettagli, di come lo splendido Illarramendi, centrale di centrocampo d'altri tempi, modernissimo, basco per il quale l'Arsenal sarebbe disposto a spendere 12 milioni, sia l'unico della banda degli Oliver Twist di Spagna a portare i calzettoni leggermente calati, incurvati sui parastinchi, alla Totti.

Gli altri sono anche esteticamente, e per complessione fisica, uno la conseguenza dell'altro, dell'amico che gli sta a fianco e del maestro che lo precede (nello stesso ruolo) sulla "plantilla" della "roja absoluta", della nazionale pluricampione di Xavi, Iniesta, Alonso, degli eterni interscambiabili, della nazionale che per prima, a partire dalle qualificazioni per gli Europei del 2008, ha fatto capire che anche una nazionale può giocare come una squadra di club. E la Spagna questo ha di diverso da tutte le altre squadre nazionali (l'ha ricordata per brevi tratti soltanto la Russia di Hiddink), sotto Del Bosque o Lopetegui, fra i grandi e i giovani non meno grandi: è un club. Anche per nascondere un po' la crisi della Liga, dove si gioca bene al calcio ma dove non si riesce a colmare il disavanzo fra dominanti (Real Madrid e Barcellona) e dominate, in Spagna si godono questa mirabolante continuità d'ispirazione che accomuna Xavi a Thiago Alcantara, nato nel paese della fanciullezza di Domenico Modugno (S. Pietro Vernotico) quando suo padre Mazinho giocava nel Lecce e ora forse destinato a Mourinho o a Moyes, Isco a Iniesta, Alvaro Morata o Rodrigo a Torres e Soldado, Koke a Fabregas, Tello a Pedro, Bartra a Piqué, Moreno a Jordi Alba.

Forse Montoya già supera Arbeloa e Iñigo Martinez s'è già fatto la "nominata" del difensore che segna gol anche da 40 metri. C'è talmente tanto Barcellona in questa formidabile Under 21 ("vogliamo anche il Mondiale U. 20") che è quasi un dovere immaginare che non si tratti esclusivamente di "escuela catalana". E non lo è. Illarramendi e Martinez sono gemme preziose della Real Sociedad, come basco è anche il ct Lopetegui, Morata è un palese patrimonio tecnico del Real Madrid, e così è stato anche Canales, l'unico forse a deprezzarsi un po' negli ultimi due anni, Rodrigo è già emigrato (Benfica), Muniain è il"crack" del Bilbao, Isco è un fenomeno che il Malaga farà bene a pensarci sette volte prima di cedere (al Chelsea?). In Israele Canales, Muniain e Morata hanno fatto panchina. Alcuni sono in rampa di lancio, altri hanno già segnato in Champions League. Come potevano opporsi le altre? Quanto a De Gea non sarà un caso se, pur con le sue fragilità in uscita, è il portiere che ha appena vinto la Premier col Manchester United: alla sua età neppure Buffon e Neuer erano così forti tra i pali. La saldezza dell'impianto è contagiosa, il meraviglioso morbo che ne consegue, da cui è consigliabile non guarire, è un calcio stellare che comincia quando si ruba palla all'avversario: primo obiettivo di una cultura incapace di programmarsi in altro modo.
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