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Ferguson secondo Ferguson: "La Juve è stata un modello, volevo Maldini ma il padre disse no"

Presentata l'autobiografia del mito del Manchester United. Affrontata una carriera lunghissima, e non mancano citazioni lusinghiere sul calcio italiano. Su Beckham: "E' cambiato da quando si è sposato". Moyes stenta: "Anche io ebbi difficoltà all'inizio, ma possiamo vincere ancora il campionato"
dal corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

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LONDRA - A una conferenza stampa con Alex Ferguson non si viene invitati: si viene convocati. Con tutta una serie di regole da rispettare. Arrivare puntuali (almeno mezz'ora prima dell'inizio, se no si resta fuori); non indossare scarpe da ginnastica o tute sportive; non cercare di avere un colloquio a tu per tu; non mettere microfoni o videoregistratori sul tavolo; non fare foto al di fuori dei 5 minuti iniziali in cui sono autorizzate. Del resto siamo venuti a incontrare il re del calcio inglese, e anche il luogo ce lo conferma: uno dei club privati di Pall Mall, la strada dell'aristocrazia, in un palazzo le cui pareti sono adornate da immensi ritratti di sovrani, generali, comandanti del British Empire.

L'occasione è l'uscita, in contemporanea mondiale (in Italia la pubblica Bompiani), della sua autobiografia, intitolata semplicemente così: "Alex Ferguson, my autobiography". Non c'è altro da aggiungere. Basta la parola. Ma se proprio uno fosse sbarcato da Marte, basta ricordare che, in 27 anni alla guida del Manchester United, "sir Alex" (come lo chiamano tutti da quando è stato fatto cavaliere) ha vinto 38 trofei, tra cui 13 Premier League, 2 Champions League e 5 Coppe d'Inghilterra. Un record ineguagliabile, qui e probabilmente altrove. Tralasciando quello che ha fatto prima, vincendo nella sua natia Scozia sia come allenatore che come giocatore (centravanti di sfondamento, al ritmo di più di 200 gol in poco più di 400 partite).

Ed eccolo, dunque, il comandante Ferguson, a 71 anni portati bene, sicuro e allegro nel suo nuovo ruolo di direttore sportivo e ambasciatore dello United. Sala gremita da centinaia di giornalisti, cameramen, fotografi da ogni paese del mondo. Domande da rappresentanti di Cina, Corea, Australia, Brasile, Norvegia, Olanda, Spagna, Francia, Stati Uniti, Canada e naturalmente Italia. Cominciamo da queste ultime. La prima (richiesta dal vostro corrispondente di "Repubblica"): con chi andava più d'accordo tra gli allenatori italiani con cui ha avuto a che fare negli ultimi anni, Capello, Ancelotti e Mancini, e chi dei tre gli ha regalato il miglior vino (offrire una bottiglia a sir Alex a fine partita è ormai una tradizione)? "Ho avuto ottimi rapporti con tutti e tre, ma il vino più buono me lo ha offerto Mancini, fantastiche bottiglie di Sassicaia. Mi dispiace che se ne sia andato". E la seconda: quale è stato il giocatore italiano che ha ammirato di più ("Maldini, cercai anche di prenderlo, lo chiesi a suo padre, ma la risposta fu negativa") e la squadra italiana che lo ha più impressionato ("la Juventus, è stata un modello per noi quando negli anni '90 dominava in Europa, quando l'abbiamo battuta al Delle Alpi in semifinale di Champions è stata la dimostrazione della nostra crescita"). All'Italia dedica anche un po' di spazio nel libro, giudicando Gianfranco Zola il più forte tra la prima ondata di giocatori stranieri venuti in Inghilterra, "e mi piaceva anche perché giocava con il sorriso".

Ce n'è per tutti. David Beckham, a cui secondo la leggenda a un certo punto tirò un phon addosso negli spogliatoi dopo una cattiva prestazione: "Era un giocatore fantastico e un atleta naturale, ma quando ha sposato Victoria è cambiato, si è sentito più importante di me, abbiamo fatto bene a venderlo al Real Madrid e in seguito non ho capito perché abbia accettato di andare a giocare in America nei Los Angeles Galaxy. Ma oggi ho solo buone cose da dire su di lui, è un'icona del calcio mondiale, è riuscito a rinascere due volte giocando nel Milan e nel Paris Saint Germain, è una persona che stimo". Wayne Rooney, con cui ha litigato almeno un paio di volte, non risparmiandogli critiche, quando il centravanti chiedeva di andarsene dallo United: "Non lo facevo giocare solo perché non era in forma, Wayne a differenza di David non è un talento naturale, ha una grande forza fisica ma ha dovuto lavorare molto per migliorarsi, però ha saputo farlo e ora sono felice che sia tornato alla sua miglior condizione". David Moyes, il successore scelto da lui stesso per la panchina dei Red Devils: "Anch'io ebbi un inizio difficile allo United, a David bisogna dare tempo, inoltre non date per finito il campionato dello United solo perché è partito con qualche incertezza, siamo bravissimi a vincere titoli recuperando nella seconda parte della stagione. Moyes ha il pieno sostegno di tutti noi e farà benissimo".

E ancora: ammirazione per Pep Guardiola, "un allenatore formidabile, dal punto di vista umano e tecnico", nessun rimpianto per avere detto di no alla panchina di allenatore dell'Inghilterra ("me l'hanno chiesto due volte, ma come avrei potuto tornare in Scozia se gli avessi detto di sì") e la sua formula per vincere, in qualsiasi campo, "un capo non deve mai lasciarsi intimidire da chi si trova dinanzi, né dal suo status né dai suoi successi, bisogna sempre mantenere il controllo della situazione attraverso un gruppo di persone fidate che faccia rispettare una certa disciplina". Quaranta minuti di botta e risposta, poi sei interviste alle maggiori reti tivù britanniche, poi altre tre ai network stranieri (riuniti per continente: Asia, Europa, Sud America). E la giornata di marketing di sir Alex Ferguson è finita. "Me ne sono andato al momento giusto", dice prima di salutarci, e nell'autobiografia spiega perché: non voleva mollare subito dopo avere perso il titolo all'ultima giornata contro i rivali cittadini del City, uno smacco che non gli è andato giù, è riuscito ad andarsene, nel maggio scorso, dopo essersi ripreso il titolo, lasciando da campione. Il vino che gli ha regalato Mancini, così, deve avere avuto un gusto ancora migliore. "Ci sono quelli che vanno in vacanza vicino a casa, quelli che vanno un po' più in lontano, quelli che vorrebbero andare sulla luna", sono le ultime parole del suo libro. "Tutto dipende dalle ambizioni personali".
 
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