ROMA - "Sono venuto qui per allenare, non per diventare un martire". Gianni De Biasi, cinquantottenne veneto di Sarmede, da tre anni è il commissario tecnico dell'Albania. Ne ha venti alle spalle da allenatore in Italia e altri sedici da calciatore, ma in mezzo a una battaglia mascherata da partita non era finito mai. "Le ferite della guerra sono ancora fresche. Nella mia squadra ci sono ragazzi che hanno perduto amici e parenti, l'aria era elettrica già alla vigilia: perciò ai nostri tifosi è stato impedito di partire".
Non è stato quel drone in volo sul prato ad accendere gli animi?
"Noi, 35 persone, contro 27mila spettatori. Dentro lo stadio aspettavano una scintilla, una qualunque, per esplodere. Perché era lì anche l'ultrà Ivan "il terribile" Bogdanovic? La verità è che questa partita non si sarebbe dovuta giocare".
I tempi non sono maturi?
"Se l'Uefa si preoccupa di non mettere di fronte Armenia e Azerbaigian, o Russia e Ucraina, o Spagna e Gibilterra, lo stesso criterio andava adottato per Serbia e Albania. E quello stadio non era idoneo".
Perché?
"Senza barriere tra spalti e campo, la gente è venuta giù facilmente per picchiare i miei calciatori. In quattro sanguinavano, come si poteva proseguire? Quello stadio andava bene per Preti contro Chierichetti, non Serbia-Albania".
Ha avuto paura?
"C'era un clima irreale: un poliziotto ogni 150 metri lungo il tragitto verso lo stadio. Un piano che t'immagini per il vicepresidente degli Stati Uniti non per una partita di calcio".
E dopo la sospensione?
"Siamo rimasti chiusi negli spogliatoi fino all'una di notte. Ci hanno perquisito i borsoni, cercavano tra noi il telecomando del drone. Molti calciatori serbi hanno agevolato la distensione con il loro senso di responsabilità".
Cosa succederà al ritorno in Albania?
"Senza tifosi serbi, si potrà giocare regolarmente. Aspettiamo le decisioni dell'Uefa".
Non è stato quel drone in volo sul prato ad accendere gli animi?
"Noi, 35 persone, contro 27mila spettatori. Dentro lo stadio aspettavano una scintilla, una qualunque, per esplodere. Perché era lì anche l'ultrà Ivan "il terribile" Bogdanovic? La verità è che questa partita non si sarebbe dovuta giocare".
I tempi non sono maturi?
"Se l'Uefa si preoccupa di non mettere di fronte Armenia e Azerbaigian, o Russia e Ucraina, o Spagna e Gibilterra, lo stesso criterio andava adottato per Serbia e Albania. E quello stadio non era idoneo".
Perché?
"Senza barriere tra spalti e campo, la gente è venuta giù facilmente per picchiare i miei calciatori. In quattro sanguinavano, come si poteva proseguire? Quello stadio andava bene per Preti contro Chierichetti, non Serbia-Albania".
Ha avuto paura?
"C'era un clima irreale: un poliziotto ogni 150 metri lungo il tragitto verso lo stadio. Un piano che t'immagini per il vicepresidente degli Stati Uniti non per una partita di calcio".
E dopo la sospensione?
"Siamo rimasti chiusi negli spogliatoi fino all'una di notte. Ci hanno perquisito i borsoni, cercavano tra noi il telecomando del drone. Molti calciatori serbi hanno agevolato la distensione con il loro senso di responsabilità".
Cosa succederà al ritorno in Albania?
"Senza tifosi serbi, si potrà giocare regolarmente. Aspettiamo le decisioni dell'Uefa".