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Mondiale per club, il sogno di Bauza: "Battiamo il Real, anche il Papa è con noi"

Al via mercoledì torneo che vede in lizza le squadre leader dei vari continenbti. La finale annunciata è tra la corazzata di Carlo Ancelotti e il San Lorenzo, di cui Papa Francesco è socio e tifoso. Il tecnico crede nell'impresa: "L'argentino è abituato all'avversità e alla lotta da sfavorito"
dall'inviato ENRICO CURRO'

5 minuti di lettura
RABAT - Il Mondiale per club 2014 comincia mercoledì in Marocco, a Rabat, con i play-off dei quarti di finale tra i padroni di casa del Moghreb Tetouan e i neozelandesi dell'Auckland City. Si concluderà il 20 dicembre a Marrakech con la finale, dove il Real Madrid di Ancelotti - che aspetta nella semifinale del 16 a Rabat la vincente tra i messicani del Cruz Azul e gli australiani del Sidney Wanderers - è il favoritissimo protagonista annunciato. Ma dall'altra parte del tabellone c'è chi lo sfida senza paura: il San Lorenzo de Almagro, club storico di Boedo, quartiere di Buenos Aires, nonché squadra del cuore di Papa Francesco, socio con regolare tessera. L'allenatore è Edgardo Bauza detto "El Patòn" (Il Piedone), 56 anni. Volto da indio cattivo dei film e carriera in ascesa, in luglio disse no alla proposta di succedere a Sabella come ct dell'Argentina. Voleva inseguire un duplice sogno: vincere la Copa Libertadores e poi battere proprio il Real. La prima impresa gli è riuscita in agosto. Ma adesso arriva la parte più difficile, per non dire proibita: portare in Sudamerica il trofeo del Mondiale per club. Il debutto del San Lorenzo sarà il 17 a Marrakech, nella semifinale contro chi la spunterà tra i vincitori dei play-off e gli algerini del Setif. Ma è tre giorni dopo, nello stesso stadio, che El Patòn confida di duellare con Ancelotti.

Bauza, è vero che avete già opzionato i voli di rientro a Buenos Aires con scalo a Roma per salutare da vincitori Papa Francesco, il vostro primo tifoso?
"Quando gli abbiamo portato la Libertadores in Vaticano, era felicissimo: scherzando, dico sempre che con lui abbiamo l'aiuto divino. Ma non siamo così presuntuosi da avere già previsto un nuovo viaggio con un'altra coppa".
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Ancelotti ha appena perso per infortunio James Rodriguez e non sa se avrà Khedira.
"Non è che questo sposti il pronostico, a parte il fatto che prima noi dobbiamo passare la semifinale del 17 dicembre, con avversari abbastanza duri. Le squadre africane giocano in casa".
Ma in Argentina tutti pensano già alla finale.
"Questo è vero. C'è un'attesa molto forte, pari quasi a quella di luglio per la finale del Mondiale con la Germania. Forse a Madrid questo torneo non viene percepito nello stesso modo, però la realtà è che il Real rappresenta l'Europa e noi il Sudamerica. Piaccia o non piaccia, non c'è sfida più importante, tranne appunto la finale del Mondiale per le Nazionali. E poi, da quando esiste la formula del minitorneo che ha sostituito la vecchia Intercontinentale, nessuna squadra argentina ha più vinto".
Per forza: i grandi club europei saccheggiano quelli sudamericani sul mercato.
"A questo siamo abituati da tanto tempo. Si può sopperire un po' con la tattica: da questo punto di vista non c'è differenza con l'Europa. Anzi la pressione, se è possibile, da noi è addirittura superiore: pensi che i nostri tifosi, 15 giorni dopo la conquista della Libertadores, già ci fischiavano in campionato perché non vincevamo".
Ma oggi il San Lorenzo in campionato è ottavo: come può battere il Real?
"Il vero problema del calcio argentino è il livellamento del campionato: la prima può perdere sempre con la quattordicesima e le classifiche si possono ribaltare da una stagione all'altra. E' l'effetto dell'emigrazione dei nostri campioni. I migliori 20 calciatori argentini giocano all'estero. E' un dato di fatto: senza i grandi calciatori, non ci sono grandi squadre. Però...".
Però?
"L'argentino è abituato all'avversità e alla lotta da sfavorito. Non si abbatte: credo che per questo i nostri calciatori siano quelli che si adattano più facilmente al calcio europeo. Perché il nostro è un campionato difficile da giocare e da dirigere. Il nostro è un calcio molto formativo in tutti i sensi: ambientale, tecnico, tattico".
In effetti gli argentini vengono spesso consacrati dalla serie A oppure rigenerati, come Perotti al Genoa.
"In Europa e in Italia trovano la sola componente di crescita individuale che manca in Argentina: la concorrenza interna. Mi è capitato di assistere agli allenamenti di Lazio e Inter, in questi anni, e di fare la stessa osservazione ai giocatori miei connazionali: in Italia siete diventati grandi calciatori. La risposta è stata la stessa: "Si lavora meglio, con più professionalità. E la concorrenza ti fa crescere". In Italia uno può dedicarsi al lavoro e basta, al resto pensa il club. In un certo senso allenare in Argentina è più complicato".
Per questo la scuola degli allenatori primeggia?
"Bielsa, Pellegrini, Simeone, Martino e prima anche Cuper. Non è un caso se i grandi club scelgono tecnici argentini. Abbiamo capacità di adattamento e di sopportazione: la pressione ci fa ridere".
E perché lei è sempre rimasto in Sudamerica?
"Ho avuto offerte in Spagna, oltre a varie Nazionali sudamericane. Ma rimarrò al San Lorenzo: la stagione è di 65 partite, stimolante come non mai".
Lei sembra il prototipo del globetrotter sudamericano: ha già vissuto, da eroe dell'Ecuador, una finale per club.

"Con la Liga Quito, contro il Manchester United di Ferguson perdemmo onorevolmente: 1-0, gol di Rooney. La notte prima avevo progettato di dire a Sir Alex a fine partita, con l'aria da duro: "Good team". Invece mi si avvicinò lui per primo e mi disse: "Good team". Mi spiazzò".
Stavolta che cosa pensa di dire ad Ancelotti?
"Stavolta è diverso. Sono molto più tranquillo. Voglio godermi quest'esperienza fino in fondo: gustarmi bene il Mondiale, che non capita a tutti. La sola similitudine è che nessuna squadra dell'Ecuador aveva mai vinto una Libertadores, così come il San Lorenzo, tra le grandi d'Argentina, era l'unica a non averla mia vinta. Ma a Quito arrivai a metà del 2006, con giocatori alla fine di un ciclo sostituiti da altri nuovi appena ingaggiati. Invece col San Lorenzo il lavoro è stato più mentale e tattico. Dissi subito alla squadra: se non cambiamo, non vinceremo più".
Che cosa c'era di sbagliato?
"La squadra veniva dalla vittoria in campionato, perciò fu sorpresa dalle mie parole. Ma io la convinsi della necessità di imparare a difendere meglio. Infatti nella fase a gironi della Libertadores la qualificazione fu rocambolesca, ma poi crescemmo via via: un solo gol subito in casa e sempre a bersaglio fuori".
Scusi, ma questo pare il cliché della classica squadra argentina tignosa: difesa dura e contropiede.
"Sbagliato. Non siamo il Barcellona, ma curiamo il possesso palla. E in una partita secca possiamo dire sempre la nostra".
Magari con l'aiuto dell'ambiente: della vecchia Intercontinentale spicca il ricordo di Estudiantes-Milan 1969, con la caccia all'uomo e le risse in campo e fuori.
"Lo so, lo so. Per certi versi, in Copa Libertadores e nelle coppe sudamericane per club, il clima è ancora un po' quello. In trasferta, appena scendi dal pullman, ti insultano. Se addirittura non ti prendono a pietrate, come mi capitò una volta a Santos. Per questo, quando viaggiamo, pretendo una scorta di polizia doppia, dall'aeroporto all'hotel e dall'aeroporto allo stadio. Poi, però, in campo è un'altra cosa: oggi, con tutte le telecamere che ci sono, certe risse non possono più accadere".
La versione sudamericana della tecnologia in campo.
"La televisione aiuta: quando giocavo io, era peggio. Finire la partita senza lividi in faccia era impossibile. Oggi, per fortuna, gli eccessi non sono più possibili, a maggior ragione in un Mondiale che si gioca in campo neutro, come stavolta in Marocco o come alla mia prima esperienza, nel 2008 in Giappone".
Anche quella volta c'era Cristiano Ronaldo.
"Pure Tevez e Rooney, che segnò a un quarto d'ora dalla fine. Cristiano è formidabile, ma lo è tutto il Real Madrid. In questo momento è l'espressione più alta del calcio, a livello individuale e collettivo. Da tempo non si vedeva una squadra così efficace. La sfida è contenerla, ma anche provare a giocare".
Ancelotti è in lizza per l'Oscar 2014 degli allenatori.
"Giusto. Ha il rispetto di tutti. Oggi lo vedo molto più tranquillo. Le sue squadre hanno cambiato tattica. Prima era molto più preoccupato, più "italiano", pensava anzitutto alla difesa. Oggi dà molto piacere vedere giocare il suo Real. Pare un po' il Milan di Sacchi. Ricerca continuamente lo spettacolo, come chiede la gente".
E il suo San Lorenzo?
"Una squadra equilibrata, con una buona difesa diretta dalla vostra conoscenza Yepes e qualche talento in avanti, come Veròn e Villalba. Nel calcio moderno non basta saper difendere, devi anche attaccare. Il modulo è un 4-1-4-1 elastico: uno dei centrocampisti è sempre un attaccante aggiunto. Comunque non sono schizzinoso: mi vanno bene anche i gol dei difensori".
Lo dice con cognizione di causa.
"Come calciatore sono il quarto difensore al mondo per numero di gol: 108, dietro Koeman, Passarella e Hierro. Ma devo dire la verità: ai miei tempi si faceva in tempo a correre in area avversaria e a tornare indietro. Adesso non si può: se ti attardi un attimo, gli avversari sono già davanti alla tua porta. Ho solo un piccolo cruccio: in Nazionale, al Mondiale del 1990, non giocai nemmeno un minuto. Ma mi consolo, eccome: vivrò da allenatore il mio secondo Mondiale per club. E confesso che ho un piccolo, grande sogno".
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