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Inghilterra, Mourinho: "Ho un problema, miglioro sempre"

Lo Special One in una lunga intervista al Telegraph traccia un bilancio della sua carriera: "C'è stata un'evoluzione in molte diverse aree: il modo il cui leggo la partita, come la preparo, come alleno i giocatori. Mi sento via via sempre migliore. Sono una vecchia volpe. E' col gruppo che si vince"
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LONDRA - E' un Josè Mourinho a tutto tondo quello che viene fuori dalla lunga intervista concessa al "Telegraph". Lo Special One traccia un bilancio della sua carriera, spaziando dall'esperienza come allenatore, alla sua visione del calcio e della vita, dal suo modo di essere al rapporto con la religione. "Penso di avere un problema - esordisce - ovvero il fatto che miglioro in tutto quello che riguarda il mio lavoro. C'è stata un'evoluzione in molte diverse aree: il modo il cui leggo la partita, come la preparo, come alleno i giocatori. Mi sento via via sempre migliore. Ma c'è una cosa che non posso cambiare: il modo in cui affronto i media, non sarò mai un ipocrita". "Non sono così vecchio, a 52 anni credo di avere altri 20 anni da allenatore - racconta lo Special One - Ma mi sento una 'vecchia volpe', niente mi spaventa o mi preoccupa troppo, è come se niente di nuovo potesse capitarmi. S…
LONDRA - E' un Josè Mourinho a tutto tondo quello che viene fuori dalla lunga intervista concessa al "Telegraph". Lo Special One traccia un bilancio della sua carriera, spaziando dall'esperienza come allenatore, alla sua visione del calcio e della vita, dal suo modo di essere al rapporto con la religione. "Penso di avere un problema - esordisce - ovvero il fatto che miglioro in tutto quello che riguarda il mio lavoro. C'è stata un'evoluzione in molte diverse aree: il modo il cui leggo la partita, come la preparo, come alleno i giocatori. Mi sento via via sempre migliore. Ma c'è una cosa che non posso cambiare: il modo in cui affronto i media, non sarò mai un ipocrita". "Non sono così vecchio, a 52 anni credo di avere altri 20 anni da allenatore - racconta lo Special One - Ma mi sento una 'vecchia volpe', niente mi spaventa o mi preoccupa troppo, è come se niente di nuovo potesse capitarmi. Sono molto, molto stabile nel controllare le mie emozioni anche se ho bisogno del mio tempo per riflettere, per provare ad anticipare i problemi. E devo provare a nascondere le mie emozioni, devo convivere con la vittoria e la sconfitta".

Guardando a tutta la strada fatta, adesso Mourinho è fiero di allenare: "La cosa più importante non è essere preparati dal punto di vista tecnico ma il rapporto che instauri con la persona. Il centro di tutto è l'empatia, non solo col singolo individuo ma con la squadra. E perché ci sia empatia, tutti dobbiamo dare qualcosa. Non si tratta di stabilire la relazione perfetta fra me e te ma col gruppo perché è il gruppo che vince". E nonostante i contrasti, il tecnico di Setubal si dice d'accordo con Wenger sul Pallone d'Oro: "Perché in questo momento il calcio sta un po' perdendo il concetto di squadra concentrandosi di più sulle individualità. Guardiamo sempre alle prestazioni individuali, a chi corre di più, ma non è che se uno corre 11 km e l'altro 9, allora il primo ha fatto un lavoro migliore, magari i nove chilometri sono stati più importanti degli 11. Le individualità sono le benvenute se migliorano il gruppo ma sei tu che devi lavorare per noi e non noi per te. Quando arriva un top player non è Colombo che scopre l'America, arriva per aiutarci a essere migliori come squadra".

Sui giovani talenti: "Una volta i calciatori iniziavano a giocare aspettandosi di essere ricchi a fine carriera, adesso si aspettano di essere ricchi prima ancora di aver disputato la prima partita. L'unica cosa che non puoi dare a un calciatore è il talento ma ogni giocatore è il prodotto di qualcosa. Occorre che abbiano fortuna coi genitori, con gli agenti, hanno bisogno di educazione. Quando ho avuto i primi veri soldi, ero al Porto nel 2003, avevo trent'anni e qualcosa, ero sposato, ero pronto. Questi ragazzi hanno 16, 17, 19, 20 anni, non sanno come reagire, cosa fare".Per quanto riguarda il ruolo di allenatore all'interno di una società:"Non è la persona più importante in un club ma al primo posto ci sono i tifosi, poi la proprietà, quindi i giocatori e infine l'allenatore. Anche se poi è a lui che tutti guardano".

Si spazia poi dalla religione ("Prego ogni giorno, ogni giorno parlo con Dio. Ma mai di calcio") alla famiglia ("Penso di essere una brava persona. Commetto errori? Sì. E la mia vita professionale è solo una parte, una persona è molto di più che il suo lavoro"). Fino ad arrivare alla sua vita in Inghilterra. "A Londra posso condurre una vita normale, la gente capisce cosa disturba e cosa no, capiscono che una persona ha bisogno di spazio e rispetto. Se qualcuno mi disturba. Non è inglese. E' impossibile che a Londra qualcuno ti disturbi per colpa di un risultato negativo mentre passeggi per strada con la famiglia, a Madrid e Milano succede sempre". Infine su Alex Ferguson:"Ho visto le sue due facce, da un lato l'uomo competitivo, che ha provato a vincere tutto, poi l'uomo di principi, che rispetta l'avversario", l'elogio di Mou che rifiuta l'etichetta di Machiavelli del calcio, "Non mi vedo 'Machiavellico anche se ammetto che alle volte può esserci qualcosa di 'Machiavellico nei miei commenti ma niente di più".