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Albania-Serbia ad alta tensione: "Sicurezza per i giocatori serbi o non giochiamo". L'Uefa: "Si gioca"

Giocatore serbo agguanta il vessillo trasportato dal drone all'interno dello stadio del Partizan 
Dopo i gravi incidenti dell'andata, lo stadio di Elbasan e il quartier generale serbo saranno blindati, ma sassate hanno comunque raggiunto l'autobus che trasportava i giocatori. "In gioco c'è l'immagine del Paese", ha dichiarato il premier albanese Edi Rama. Ma non è la prima, né sarà l'ultima volta che il pallone si intreccia con altri interessi
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ROMA - E' la tipica situazione in cui c'è un confine sottilissimo: da una parte l'evento sportivo come possibile messaggio di distensione, dall'altra il serio rischio che quel perimetro venga violato, esaltando antichi e mai sopiti rancori. Appartengono alla prima 70 studenti: sono gli unici serbi, parte di un programma bilaterale che tende a promuovere tramite i giovani l'amicizia fra i due Paesi, che saranno presenti allo stadio di Elbasan, 35 km da Tirana. Giovedì sera vi si gioca Albania-Serbia: per la cronaca sportiva, i padroni di casa vincendo farebbero un passo praticamente decisivo verso la storica qualificazione alla fase finale degli Europei, mentre gli avversari sono già malinconicamente eliminati nonostante il tradizionale tasso tecnico che li accompagna. E per lo sport fermiamoci qui, accantonando anche la questione tifo. Questa partita di calcio è infatti diventata una questione politica che attinge motivazioni nell'odio etnico, e quel confine sottile è stato calpestato nella gara d'andata. "In gioco c'è l'immagine del Paese", ha dichiarato il premier albanese Edi Rama, che ha anche fatto visita al raduno della sua Nazionale.
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E' una frase forte, ma non esagerata: lo scorso ottobre allo stadio del Partizan di Belgrado la vergogna andò in scena in diretta mondiale. Un giovane albanese fece sbucare dalle tenebre un drone con i simboli della Grande Albania (che allarga i confini includendo anche il Kosovo): un cerino in una polveriera. I giocatori serbi agguantarono con rabbia il vessillo, gli albanesi reagirono. Ne nacque una rissa in campo che in un lampo scatenò l'ira sugli spalti dei tifosi, alcuni dei quali invasero il campo aggredendo i giocatori albanesi. Inevitabile la sospensione e la relativa querelle disciplinare: alla fine il Tas dalla parte degli albanesi, con lo 0-3 a tavolino. Tornando a oggi, premessa poco incoraggiante. L'ideatore del drone, il 33enne Ismail Morina, è stato arrestato dalla polizia di Tirana insieme ad altre tre persone che viaggiavano in macchina con lui dopo essere stato trovato in possesso di due pistole, munizioni e 36 biglietti per la partita...
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Insomma, non c'è da stare tranquilli, perché il messaggio di quei settanta studenti serbi potrebbe cadere nel nulla: è per questo che 1.500 agenti di polizia, oltre che dei servizi segreti, saranno impegnati per garantire l'ordine. La squadra serba arriverà allo stadio dopo un lungo isolamento: l'area intorno all'albergo dove alloggiano i giocatori è stata vietata anche ai pedoni, e già nove ore prima della partita la strada che collega Tirana con Elbasan sarà isolata per adibirla solo al trasferimento della squadra ospite allo stadio. Esagerazioni? Decisamente no, anche perché la precauzioni non hanno evitato sassate all'autobus con a bordo la nazionale serba a Tirana. Come ha riferito la Tanjug, citando il vicepresidente della Federcalcio serba (Fss) Savo Milosevic, l'incidente è avvenuto sulla strada dall'aeroporto all'hotel. Un vetro del bus è stato infranto, i calciatori sono rimasti scioccati ma nessuno ha riportato ferite, ha spiegato. L'ennesimo segnale, che si aggiunge a quando successo nell'andata e ad una infinità di episodi del passato.  "Se non sarà garantita la sicurezza" della nazionale nel match di questa sera in Albania, la Serbia potrebbe non scendere in campo: è quanto ha fatto sapere la federcalcio di Belgrado, dopo la sassaiola di ieri contro il pullman serbo a Tirana. Belgrado aveva inoltrato una nota di protesta ma l'ambasciatore albanese non si è presentato. In relazione all'episodio, il primo ministro serbo, Aleksandar Vucic, ha annullato il suo viaggio ad Elbasan. Poi la puntualizzazione: si giocherà regolarmente. E' quanto è emerso da una riunione fra i responsabili Uefa e delle due Federazioni calcistiche, secondo cui non vi sono problemi e rischi per la sicurezza.

Tensione, tensione e ancora tensione. Gli episodi, anche nel passato, si precano. Ivan Bogdanov, il famigerato ultras serbo che capeggiò le operazioni di quell'Italia-Serbia sospesa a Genova, bruciò la bandiera albanese, ma in generale tutta la regione balcanica si è spesso incendiata con il calcio a fare da pretesto. Nel maggio del 1990 il calcio fu solo la scintilla che incendiò gli animi durante un Dinamo Zagabria-Stella Rossa di Belgrado. Scontri tra ultras, poi l'intervento dei militari di una federazione jugoslava ormai in via di dissoluzione rivolto più che altro verso i croati, che suscitò la reazione di Zvonimir Boban, futuro giocatore del Milan. Boban, ora commentatore per Sky, dà costante prova di equilibrio e intelligenza nei suoi giudizi, eppure neanche lui -sia pure giovanissimo con tutte le scusanti del caso- non si potè sottrarsi a quel clima.
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Elbasan e Zagabria sono divisi da venticinque anni, ma la storia più o meno si somiglia. E andando dietro nel tempo gli esempi di calcio-strumento non mancano. Nell'ottobre del 1975 la Lazio non scese in campo nella gara d'andata dei sedicesimi di coppa Uefa contro il Barcellona di Johan Cruyff: protesta contro il regime franchista che aveva giustiziato degli oppositori, il che tra l'altro provocò reazioni dalla nutritissima parte catalana che con Franco c'entrava poco. Due anni prima era stata l'Unione Sovietica a non giocare a Santiago del Cile, nello stadio dove poco prima il neonato regime di Pinochet aveva perpretrato atrocità. La nazionale cilena, per regolamento della Fifa, scese in campo ugualmente e senza avversari, una partita fantasma per mettere a segno il gol più surreale della storia che la qualificò ai Mondiali di Germania. Per non parlare di quello che successe nel 1969 in America Latina. Honduras ed El Salvador erano paesi i cui dittatori, entrambi filoamericani, avevano firmato un accordo sull'immigrazione che però si ruppe: moltissimi salvadoregni entrati in Honduras per coltivare la terra furono rispediti a casa, ma il caso volle che le nazionali dovettero giocarsi lo spareggio di qualificazione ai mondiali dell'anno successivo in Messico. Partite di andata a ritorno che si svolsero in un clima intimidatorio per la squadra in trasferta: una vittoria per parte -quasi inevitabile- rese necessario lo spareggio all'Azteca di Citta del Messico. Vinse El Salvador, ma le tifoserie vennero a contatto e ci furono violenti incidenti. Era il preludio dell'incredibile: l'esercito di El Salvador attaccò senza preavviso, l'Honduras riuscì a reagire e per cinque giorni ci fu quella che resterà famosa come la 'Guerra del calcio'.

Dall'Europa al Sudamerica, all'America Latina. Tutto il mondo è paese dunque. Intanto la Federcalcio albanese ha comunicato di aver ricevuto oltre 100 mila richieste (allo stadio ne potranno accedere solo 13 mila) per la sfida alla Serbia. La speranza è che i droni e gli insulti restino a casa e che per quei settanta studenti serbi ci sia solo rispetto. Le premesse però indicano ben altro, ma il messaggio arriva dal premier albanese, che ha incontrato stamattina gli studenti, è importante: "Sono dispiaciuto della vicenda che ha avuto come protagonista un ragazzo di 14-15 anni -dice riferendosi al lancio dei sassi contro il bus dei serbi-. Ma ciò dimostra che c'è molto da fare, perché a differenza dei vostri sogni per un nuovo mondo il rischio del nazionalismo e dell'odio è sempre presente". Presente anche il ministro serbo dell'Istruzione Srjdan Verbic: "Dalla partita di questa sera ci sarà un solo vincitore, ma della nostra partita invece, potranno beneficiare entrambi i nostri paesi, perciò bisogna lavorare molto in questa direzione".
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