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Klopp, l'allenatore mai banale che farà ballare la Kop

L'ex del Borussia Dortmund riparte dal Liverpool, una grande che ha smesso di vincere. Un tecnico che ride degli altri e di sè, che in panchina esulta per un pallone recuperato. E che ora porta il suo calcio heavy metal nella città dei Beatles

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Adesso che il calcio ritrova Jurgen Klopp, tutto ci pare coerente e normale. Da dove poteva ricominciare, se non da Liverpool. Non un posto banale per un uomo che non lo è stato mai. Non lo era quando con il neopromosso Mainz portò la squadra in ritiro in Svezia, in un posto dove non c'era l'energia elettrica e dove si doveva dormire in tenda. Il cibo? Lì c'è il laghetto, andatevelo a pescare. Aveva insegnato il 4-4-2 di Sacchi ai suoi giocatori, adesso gli insegnava l'arte della sopravvivenza: in serie A gli sarebbe servita. Non era banale da opinionista in tv: ascolti da record quando durante i Mondiali la seconda voce era lui. Poteva sembrare l'anti-convenzionalità di un eccentrico, alla fine uno dei tanti, invece era qualcosa in più. Era diversità.

Non è stato banale a Dortmund, dove erano quasi falliti, non vincevano da nove anni e con lui sono arrivati due titoli e una finale di Coppa dei Campioni. Del resto nemmeno Dortmund è banale, uno stadio sempre pieno - uno stadio da 81mila posti, non da 40mila - anche quando le cose vanno male. Klopp è capace di arrivare in conferenza stampa, fissare chi ha di fronte e dire: "Non so se tu hai una domanda da farmi, di certo ne ho io una per te: dove hai imparato a farti così male il nodo delle cravatte?". Ride, Klopp, e questa è un'altra grande anomalia nel calcio contemporaneo. Ride degli altri e di sé, dei tic e dei vezzi del calcio, di tutto ciò che gli gira intorno. Ride dei miti. Del Barcellona che fu di Guardiola, per esempio, "una squadra che suona come un'orchestra", disse una volta, "mentre a me piace il calcio heavy metal". Nel senso che la sua idea di gioco è ritmo, movimento, corsa. "Le mie squadre devono sempre correre un chilometro più degli avversari". Klopp esulta in panchina anche per un pallone recuperato, per un contrasto vinto.
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Ora porta questo suo heavy metal ad Anfield Road e nella città dei Beatles, davanti alla Kop, la leggendaria curva dei Reds, l'ultimo posto che nel calcio si possa definire ovvio. Liverpool non vince il campionato dal 1990. Sono fermi alla Champions di Benìtez e al ricordo nostalgico per la sua Rafalution. Arriva ora un altro grande eretico per provare a raddrizzare la barca prima, e scompaginare le gerarchie poi. Entrerà in campo toccando lo scudo rosso che c'è negli spogliatoi come fece qualche anno fa già da avversario, e uscirà sul prato con lo stesso spirito di Dortmund, dove - diceva - "ogni volta che esco dal tunnel mi pare di essere partorito di nuovo da mia madre". Arriva per vincere, o - cosa più importante - arriva per provarci . Di certo Klopp irrompe a Liverpool per divertire e divertirsi, che non è mai una brutta prospettiva.
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