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Guardiola e quell'annuncio che ha steso City e Bayern

L'ufficialità dell'arrivo dello spagnolo a Manchester ha creato un doppio problema: la corazzata inglese rischia di perdere seriamente il campionato, quella tedesca, troppo forte in Bundesliga per poter stare dietro, sembra non ruggire più. Decisivi gli impegni in Champions contro Dinamo Kiev e Juventus

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E' come certe dark ladies dei film americani degli anni Quaranta: con una sola decisione tenevano sotto scacco almeno due spasimanti, a volte li ammazzavano, a volte li costringevano ad ammazzarsi a vicenda. Pep Guardiola ha scelto con tale anticipo la sua prossima destinazione che, da qui a giugno, almeno due spasimanti, almeno due squadre, il Manchester City e lo stesso Bayern Monaco, vivranno mesi di tremenda incertezza, destrutturate nel profondo. L'ombra di Guardiola, che non è ancora in Inghilterra e non è più del tutto in Germania, si allunga su di loro, come l'effetto di una notte studiata a tavolino dai disegnatori di Walt Disney. Se qualcuno si ricorda la traduzione cinematografica de La notte sul monte calvo di Musorgskij in Fantasia, forse potrà più agevolmente visualizzare l'incombere minaccioso della tenebra. Nell'ultima giornata dei loro campionati, City e Bayern hanno cominciato a flettere. Non saranno più circostanze normali, quale che sia la competizione o l'avversario. Il sistema ha rigettato la sua vecchia struttura. I giocatori ne pagano immediatamente le conseguenze, smettendo di colpo di percorrere quel "metro in più a testa" che spesso fa la differenza tra una grande e le altre. Il City si è piegato al Leicester di Ranieri subendo tre reti in casa e  l'ultimo a dominare il City nel suo salotto era stato proprio il Bayern di Guardiola.

Ma la capitolazione ha avuto contorni inquietanti. I giocatori sembravano allontanarsi dal compagno per scelta, rallentavano la manovra, non ci credevano. Almeno quanto loro, il pubblico assisteva passivo, certo che le cose sarebbero andate male: "Ci aspettano tre mesi d'angoscia", è la frase più tenera dei bloggers che guardano in alto per cercare la loro protettiva "blue moon" (la canzone-inno) ma vedono solo il "blue", ossia la malinconia. "Non facciamoci condizionare", dice il presidente Mansour. Ma il punto non è se il boss del City dice o non dice la verità: il punto è se esiste qualcosa di concreto su cui costruire un futuro a tempo. E la sensazione è: no, non esiste. La maggior parte dei giocatori del City sa di essere sulla rampa di lancio e forse qualcuno di loro, già stanco e forse anche logoro di suo (Yaya Toure) sta già elaborando una exit strategy, intuendo quanto possa essere difficile, in siffatte condizioni, puntare al titolo nazionale o, mettiamo, a una semifinale di Champions. Guardiola è un muro di cinta. Oltre c'è la novità, il domani, e gran parte dell'organico extra-lusso del City sa di non farne parte. Con quali motivazioni giocheranno nei prossimi mesi? In panchina hanno un tecnico saggio come Manuel Pellegrini, salutato sabato scorso allo stadio con uno striscione che richiamava una leggendaria canzone degli Smiths ("this charming man").

Pellegrini ha capito la situazione, certo, non poteva opporsi, certo, ma essere sbolognato non fa piacere a nessuno (Heynckes al Bayern aveva annunciato il suo ritiro, nessuno l'aveva cacciato). E così, mescolando saggezza e rancore (inevitabile), sabato ha tolto i giocatori importanti quando il City era sotto (Toure, Silva), inserendo dei giovani. Come a dire: il ricco mercato non ha pagato. Il City è la squadra con l'età media più alta della Premier League (29,1). Per questo, nei prossimi mesi, i fiori sfioriranno più fretta, salvo miracoli, aspettando il nuovo giardiniere. Identica eppure completamente diversa la situazione al Bayern. Falcidiato dagli infortuni, Guardiola ha retto in Bundesliga solo perché la sua squadra non ha praticamente rivali. Se non fosse per i gol di Aubameyang, il Borussia Dortmund avrebbe 20 punti di distacco, invece di otto. Il Bayern di Guardiola è un sogno rimasto tale. Domenica ha pareggiato con il Leverkusen, mostrando la sua normalità, con interpreti sempre più pallidi e con giocatori costretti a inediti turn over.

Ormai il Bayern sembra una squadra scolorita, piena di musi lunghi, affetta da gigantismo improduttivo, aggredita da un vago senso di fallimento, proprio quel fallimento che l'arrivo di Guardiola, successivo al "triplete" di Heynckes, avrebbe dovuto scongiurare facendo spostare l'intero club verso vittorie ancora più esaltanti e belle a vedersi. Ora anche Pep, su quella panchina, vive da "dead man walking". E per sua stessa, legittima scelta. Anzi, oltre ai due tecnici, entrambi "dead man walking", si potrebbe quasi dire che abbiamo a che fare con due "dead teams walking". Gruppi destinati a profonde revisioni, tecniche e forse anche culturali. "Un annuncio così precoce", sostiene anche Fabio Capello, "non può che danneggiare le parti". Vedremo se sarà sempre così. E soprattutto sarà la Juventus, tra poco più di una settimana, negli ottavi di Champions, a dirci se il Bayern dei musi lunghi, destinato ad Ancelotti, ormai sganciato dai rigori guardioleschi, e forse anche dalla sua ipotetica imbattibilità, non ha più la forza di ruggire. O di reagire. Saranno la Juventus e la Dinamo Kiev (che sfiderà il City) a toccare con mano, anche per noi curiosi, il polso di quei due condannati a morte che camminano come zombie nel calcio europeo, pieni di futuro ma forse senza presente. L'ombra di Guardiola uccide. Come gli occhi di Veronica Lake. 
 
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