ROMA - La Premier è una calamita inesauribile. Attrae per definizione e per legge fisica. E' un traguardo professionale ed economico unico nel calcio attuale, lo è per i finanziatori, i presidenti, gli sponsor, le televisioni, gli allenatori, i giocatori e i tifosi (da stadio o da salotto). In alcuni momenti al magnetismo si sovrappone il "magnatismo", che si basa su altre leggi, quelle fatte da quei magnati, in genere provenienti dall'est europeo, dai paesi arabi o dalla Thailandia come l'ex proprietario del City Shinawatra o l'attuale padrone del Leicester Srivaddhanaprabha, imprenditori o possidenti piccoli e meno piccoli, oppure grandissimi come Abramovich, che hanno denaro a sufficienza per acquistare club importanti o tentare di risollevare club meno importanti. Ci provò persino Elton John nel '77 col Watford. Ma se la Premier accoglie vuol dire che fa anche l'opposto: respinge, espelle dal sistema. Non ci possono essere trenta allenatori se le squadre sono venti. E con i cambiamenti in corso, con il Leicester che rischia di vincere il titolo, gli equilibri di forza sono radicalmente cambiati (almeno per questa stagione). Le turbolenze che scuotono le panchine delle più forti, delle squadre storicamente dominanti (United, Chelsea, Arsenal, City, Liverpool) sono la conferma che nessuno si sente più al riparo dalle frustate nel nuovo che avanza e che, secondo alcuni studi effettuati negli Stati Uniti (i boss di Arsenal, United, Liverpool, Crystal Palace e Aston Villa sono americani!), potrebbe essere molto più di un episodio circoscritto all'eventuale exploit di Ranieri.
Corre voce, fra gli investitori e i programmatori del futuro marketing, che una Premier meno scontata (non si discute la bellezza e la rapidità del gioco) farebbe incassare molti più soldi ai "fornitori" e produrrebbe ancor più ricchezza e fascino ai "facitori". In pratica, la Premier che qualcuno sogna sarebbe una specie di NFL del calcio europeo, non tanto per la cultura del "franchising" quanto per l'imprevedibilità del risultato finale: il football americano ha regalato otto squadre campione diverse in otto Super Bowl. Non da meno il baseball, le cui World Series sono state vinte dai sei squadre negli ultimi otto anni, cinque squadre invece hanno vinto l'Nba. Il vizio di forma che vincolerebbe molti capitali "possibili" sta scritto negli annali del calcio inglese degli ultimi vent'anni. Una sola squadra che non si chiami Manchester United, Manchester City, Chelsea e Arsenal, è riuscita a vincere la Premier dal '95: il Blackburn di Alan Shearer. E fra 1996 e 2004 la vittoria è stata una questione riservata soltanto a United e Arsenal. Uno strapotere dovuto al potere economico. Quindi è il potere economico stesso, ristretto a quattro o cinque soggetti, che impedisce ad altri fondi di accedere e di ingrandire l'affare globale. Tanto ormai non ci scandalizziamo più se diciamo che lo sport è il braccio armato del capitalismo e che Messi, ogni tanto, ci fa dimenticare come stanno veramente le cose.
E i soldi in Premier arrivano a tutti, anche se alla fine vincono sempre le stesse. Ed è proprio la "mutualità" che potrebbe lievitare, se al comando si alternassero più squadre, pensano gli esperti di marketing. I soldi della Premier non li trovi da nessuna parte. Basta un esempio: per aver vinto la Champions League dello scorso anno il Barcellona ha ricevuto dall'Uefa 61 mln di euro. Per essere arrivato ultimo lo scorso anno in Premier il Queens Park Rangers ne ha incassati 83. Il presidente del Barça Bartomeu non poteva che ammirare: "Sono visibili perché sono in Premier". Non c'è diritto televisivo più esteso, capillare e redditizio. Non c'è stadio che non sia pieno (si occupa il 95% dei posti disponibili).
La nervotica febbre e i dubbi che stanno cogliendo i grandi club sono forse l'inizio dell'era auspicata dai ricercatori americani. Stiamo forse entrando nella fase in cui potrebbe essere il nono presidente più ricco a vincere la Premier (quello del Leicester) e non Abramovich, che pure è l'unico proprietario di una squadra di calcio a entrare nella più recente classifica dei paperoni dello sport (è 10° su 10 con 7.300 mln di capitale, gli altri sono tutti americani e possiedono squadre americane dei quattro sport guida, football, basket, baseball e hockey). E domani chissà, magari il West Ham. Se Pochettino oscilla fra Tottenham e Chelsea, se al Chelsea potrebbe andare Conte se Pochettino non accetta, se Allegri potrebbe andare al Chelsea se Conte e Pochettino vanno da qualche altra parte o restano dove sono, se il Manchester City, per evitare incomprensioni, si è già assicurato Guardiola, se lo United pare aver fatto marcia indietro su Mourinho, che non sembrerebbe adatto ad avallare una possibile politica dei giovani (e se ne sono accorti adesso?), ributtandosi su Giggs, se l'Arsenal avrebbe quasi deciso di picconare la statua Wenger (l'unico modo di spostarlo): ebbene tutto ciò lo si deve al fatto che il West Ham di Bilic sta lì, come il Southampton di Koeman. E non si è ancora capito perché nessuna "grande" abbia deciso di puntare su Martinez dell'Everton. L'unico tranquillo, perché sa che non ha alcuna speranza di restare, è Louis Van Gaal. L'olandese certo non sarà simpatico (nemmeno ai suoi giocatori) ma sicuramente è pure un po' sfigato. Appena lancia un giovane quello si monta la testa e la squadra subito dopo, per contrappasso, perde una partita che non avrebbe mai dovuto perdere (l'ultima con il West Bromwich). Sono mesi che lo United se ne stà lì, sul binario, ad aspettare un treno che perderà. Nella "livella" Ranieri sta facendo la figura di chi con due soldi ha messo in piedi una squadra di entusiasti di qualità. Corriamo perché siamo come Forrest Gump, ha detto. Lo scorso anno il suo presidente thailandese, da Bangkok, gli disse che era pronto a scucire 140 mln di sterline. Poi Fuchs lo hanno preso gratis. E in panchina c'è Wasilewski. E potrebbe vincere contro le grandi potenze commerciali. E in America si preparano a salutare la nuova Premier dove nessuno è più grande a priori e dove non si vince più soltanto coi soldi. Ma dove i soldi arrivano con i cargo.
Corre voce, fra gli investitori e i programmatori del futuro marketing, che una Premier meno scontata (non si discute la bellezza e la rapidità del gioco) farebbe incassare molti più soldi ai "fornitori" e produrrebbe ancor più ricchezza e fascino ai "facitori". In pratica, la Premier che qualcuno sogna sarebbe una specie di NFL del calcio europeo, non tanto per la cultura del "franchising" quanto per l'imprevedibilità del risultato finale: il football americano ha regalato otto squadre campione diverse in otto Super Bowl. Non da meno il baseball, le cui World Series sono state vinte dai sei squadre negli ultimi otto anni, cinque squadre invece hanno vinto l'Nba. Il vizio di forma che vincolerebbe molti capitali "possibili" sta scritto negli annali del calcio inglese degli ultimi vent'anni. Una sola squadra che non si chiami Manchester United, Manchester City, Chelsea e Arsenal, è riuscita a vincere la Premier dal '95: il Blackburn di Alan Shearer. E fra 1996 e 2004 la vittoria è stata una questione riservata soltanto a United e Arsenal. Uno strapotere dovuto al potere economico. Quindi è il potere economico stesso, ristretto a quattro o cinque soggetti, che impedisce ad altri fondi di accedere e di ingrandire l'affare globale. Tanto ormai non ci scandalizziamo più se diciamo che lo sport è il braccio armato del capitalismo e che Messi, ogni tanto, ci fa dimenticare come stanno veramente le cose.
E i soldi in Premier arrivano a tutti, anche se alla fine vincono sempre le stesse. Ed è proprio la "mutualità" che potrebbe lievitare, se al comando si alternassero più squadre, pensano gli esperti di marketing. I soldi della Premier non li trovi da nessuna parte. Basta un esempio: per aver vinto la Champions League dello scorso anno il Barcellona ha ricevuto dall'Uefa 61 mln di euro. Per essere arrivato ultimo lo scorso anno in Premier il Queens Park Rangers ne ha incassati 83. Il presidente del Barça Bartomeu non poteva che ammirare: "Sono visibili perché sono in Premier". Non c'è diritto televisivo più esteso, capillare e redditizio. Non c'è stadio che non sia pieno (si occupa il 95% dei posti disponibili).
La nervotica febbre e i dubbi che stanno cogliendo i grandi club sono forse l'inizio dell'era auspicata dai ricercatori americani. Stiamo forse entrando nella fase in cui potrebbe essere il nono presidente più ricco a vincere la Premier (quello del Leicester) e non Abramovich, che pure è l'unico proprietario di una squadra di calcio a entrare nella più recente classifica dei paperoni dello sport (è 10° su 10 con 7.300 mln di capitale, gli altri sono tutti americani e possiedono squadre americane dei quattro sport guida, football, basket, baseball e hockey). E domani chissà, magari il West Ham. Se Pochettino oscilla fra Tottenham e Chelsea, se al Chelsea potrebbe andare Conte se Pochettino non accetta, se Allegri potrebbe andare al Chelsea se Conte e Pochettino vanno da qualche altra parte o restano dove sono, se il Manchester City, per evitare incomprensioni, si è già assicurato Guardiola, se lo United pare aver fatto marcia indietro su Mourinho, che non sembrerebbe adatto ad avallare una possibile politica dei giovani (e se ne sono accorti adesso?), ributtandosi su Giggs, se l'Arsenal avrebbe quasi deciso di picconare la statua Wenger (l'unico modo di spostarlo): ebbene tutto ciò lo si deve al fatto che il West Ham di Bilic sta lì, come il Southampton di Koeman. E non si è ancora capito perché nessuna "grande" abbia deciso di puntare su Martinez dell'Everton. L'unico tranquillo, perché sa che non ha alcuna speranza di restare, è Louis Van Gaal. L'olandese certo non sarà simpatico (nemmeno ai suoi giocatori) ma sicuramente è pure un po' sfigato. Appena lancia un giovane quello si monta la testa e la squadra subito dopo, per contrappasso, perde una partita che non avrebbe mai dovuto perdere (l'ultima con il West Bromwich). Sono mesi che lo United se ne stà lì, sul binario, ad aspettare un treno che perderà. Nella "livella" Ranieri sta facendo la figura di chi con due soldi ha messo in piedi una squadra di entusiasti di qualità. Corriamo perché siamo come Forrest Gump, ha detto. Lo scorso anno il suo presidente thailandese, da Bangkok, gli disse che era pronto a scucire 140 mln di sterline. Poi Fuchs lo hanno preso gratis. E in panchina c'è Wasilewski. E potrebbe vincere contro le grandi potenze commerciali. E in America si preparano a salutare la nuova Premier dove nessuno è più grande a priori e dove non si vince più soltanto coi soldi. Ma dove i soldi arrivano con i cargo.