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Ibrahimovic vuole diventare un film: "Ma serve una saga, uno non basta"

Lo svedese si sente pronto a diventare un personaggio del cinema: "Ma senza divieti per i più giovani, voglio che tutti vedano, immagino le famiglie col popcorn". E ancora: "Una serie tipo Rambo. Ecco, sì, li vedo bene. Ibracadabra I, Ibracadabra II, etc.". Dall'infanzia difficile alla gloria, i fans sono avvertiti
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ROMA - "Ho cose talmente clamorose da raccontare che forse un film non basterebbe". Zlatan Ibrahimovic è chiaramente un maledetto illuminato, uno destinato a restare nella memoria. Fra bravate e talento c'è soltanto da scegliere. Come tale, come uno che oscilla tra demonio e santità, perdizione e salvezza eterna, lo svedese si sente intimamente pronto, si sente cioè destinato a diventare un personaggio del cinema. "Ma senza divieti per i più giovani, voglio che tutti vedano, immagino le famiglie col popcorn". Il nome dell'attore non c'è ancora, come spiega il giocatore a un quotidiano del suo paese: "Non sono così preparato in materia, ma certo vorrei mettere bocca quando arriverà il momento di selezionare il protagonista". In realtà, a giudicare dai propositi, di attori ce ne vorrebbero almeno tre. Uno per epoca, infanzia, maturazione, gloria sportiva. I maledetti del cinema si di…
ROMA - "Ho cose talmente clamorose da raccontare che forse un film non basterebbe". Zlatan Ibrahimovic è chiaramente un maledetto illuminato, uno destinato a restare nella memoria. Fra bravate e talento c'è soltanto da scegliere. Come tale, come uno che oscilla tra demonio e santità, perdizione e salvezza eterna, lo svedese si sente intimamente pronto, si sente cioè destinato a diventare un personaggio del cinema. "Ma senza divieti per i più giovani, voglio che tutti vedano, immagino le famiglie col popcorn". Il nome dell'attore non c'è ancora, come spiega il giocatore a un quotidiano del suo paese: "Non sono così preparato in materia, ma certo vorrei mettere bocca quando arriverà il momento di selezionare il protagonista". In realtà, a giudicare dai propositi, di attori ce ne vorrebbero almeno tre. Uno per epoca, infanzia, maturazione, gloria sportiva. I maledetti del cinema si dividono fondamentalmente in due gruppi: gli attori che sono diventati maledetti a causa del cinema e gli attori diventati famosi per aver interpretato sempre gente perduta, infami, mascalzoni o diavoli. Tra i primi, tanto per capire, James Dean e River Phoenix. Tra i secondi, Boris Karloff e Bela Lugosi, ma anche Lee Van Cleef.

Il calcio partorisce creature di mezzo, un po' ci sono e un po' ci diventano, a causa del dono dei piedi, che è la ragione per cui esistono. Si parte dalla luce e poi, quando si scende nel buio, l'oscurità fa ancora più male. Affascinante. Chi possiede i piedi a volte non ha la testa per gestirli e passa dall'altra parte della barricata, scontando a volte una pena superiore alle proprie colpe. Chi ha troppa testa spesso manca l'obiettivo di ammaliare il popolo con suggestioni devianti, verso l'eccesso o il proibito. Rimane uno normale, che non buca. Ibrahimovic è uno di quegli sportivi "tranchant". Lui lo sa e qualche volta se ne approfitta. A volte però se ne approfittano anche gli altri, come è stato per l'ex medico della nazionale svedese d'atletica Karlsson, che lo ha accusato di essersi dopato nei suoi anni juventini e subito dopo s'è visto costretto, o meglio condannato dalla sua stessa sbadataggine, a una penosa retromarcia. "Ai miei film penso in forma di saga: tipo Rambo. Ecco, sì, Li vedo bene, Ibracadabra I, Ibracadabra II, etc.". Il concetto è chiaro. Ci aspetta una serie tv da leccarsi i baffi. Con tema unico Zlatan Ibrahimovic, il centravanti che dove va travolge, vince, divide, fa innamorare. "Vedo bene anche lo stile: proprio come certi action movies degli anni Ottanta. Del resto in tanti si divertono a fare film su di me, perché non potrei provarci io?".

Già sette mesi fa Ibrahimovic aveva annunciato di volersi un giorno dedicare al cinema. Non era stato specificato il modo però: se da attore, da scrittore, da regista. O magari da produttore. La verità è che qualcuno lo aveva avvicinato con proposte concrete. Del suo libro "Io, Ibra", uscito nel novembre del 2011,  aveva colpito la parte dedicata all'infanzia nella periferia di Malmoe, nel celebre "slum" chiamato Rosengard, ossia roseto, costruito negli anni Sessanta, dal governo svedese nell'ambito del progetto "Miljionprogrammet", il programma di un milione, con il quale si intendeva risolvere il problema abitativo con la messa a disposizione della cittadinanza meno abbiente di un milioni di nuovi appartamenti, 331 ettari ("li conosco tutti uno per uno") in cui vivono 35 mila persone. Un luogo estremo diviso rigidamente in 10 zone (Apelgården, Emilstorp, Kryddgården, Herrgården, Persborg, Rosengård Centrum, Törnrosen, Västra Kattarp, Örtagården, Östra Kyrkogården) nelle quali, accanto a una chiesa cattolica e a una moschea, è fiorita la microcriminalità giovanile. "Si può fare", ha detto Ibrahimovic. E adesso torna sull'argomento, già sapendo da dove cominciare, dagli inizi difficili della sua famiglia bosniaca che ha pagato di persona il pesante scotto dovuto alla discriminazione razziale (mamma croata, papà bosniaco attaccato alla bottiglia), sino ad arrivare a Mido che negli spogliatoi dell'Ajax lo minacciava e lo rincorreva con un coltello in mano. Ibrahimovic come Tevez. Emarginati in partenza, trionfatori alla fine: "Era come vivere fuori dal perimetro della vera Svezia".

E così Carlitos, il "bandido" redento: "Avevamo un'occasione a testa per uscire. Se la mancavi eri perso per sempre". Fu addirittura la Disney, un giorno, a interessarsi del Tevez bambino perduto negli anfratti del barrio più malfamato di Buenos Aires, il celeberrimo Fuerte Apache (ma il progetto non è mai partito). I genitori di Zlatan si separarono quando lui aveva due anni. "Casa mia era un terreno di guerra, era più facile essere colpiti che abbracciati".  Il male attira il pubblico come le mosche. La faticosa uscita dalla melma di uno o due campioni ancora di più. Gli stracci che facevano paura ad Andreotti potrebbero essere il sale di una nuova oggettività dello sport, con i suoi eroi passati sulla griglia della miseria. La sofferenza ha un prezzo ma dopo, quando diventa romanzo, un romanzo per moderni Oliver Twist, ha anche un senso letterario, cinematografico. E forse economico. Soprattutto se, come aveva fiutato la Disney, è possibile ricostruire certe esperienze di vita con un taglio romantico, sino all'inevitabile happy end. Zlatan l'ha capito e quando smetterà di giocare, o forse prima, vorrebbe raccontare la sua vita da Rambo in miniatura, o da nordico sciuscià che colpiva per non essere colpito e che soprattutto rubava, rubava di tutto: biciclette, dolci, macchine, perché "quando avevamo bisogno di qualcosa entravamo nei negozi e ce la portavamo a casa, ma senza pagare". Il suo capolavoro fu di rubare la bicicletta del postino: "Una bicicletta militare". Poi rubò la bicicletta sbagliata: "Solo quando arrivai al campo d'allenamento scoprii che era la bicicletta del mio coach!". Altro che Rambo. Questo sarebbe stato cinema per De Sica.