La fredda primavera del Barça, la squadra che non sa più vincere
dal nostro inviato ANGELO CAROTENUTOTra ottobre e marzo 39 partite senza perdere mai, con tre ko nelle ultime quattro gare gli uomini di Luis Enrique hanno rimesso in discussione la Liga e sono usciti nei quarti di Champions. Messi è un caso, ma non il solo
MADRID - C'è un granello da qualche parte che ha inceppato la più gloriosa macchina offensiva del calcio contemporaneo. In un mese e mezzo il Barcellona ha gettato via il suo vantaggio in campionato e la possibilità di rivincere la Champions. Tre sconfitte in quattro partite, dopo averne infilate 39 fra ottobre e marzo senza perdere mai. Segno che i record non raccontano mai tutto di una squadra. Di strepitosi avvii e rumorose cadute è piena la storia. È in primavera che i risultati pesano di più. Ma a questa primavera il Barcellona è arrivato da irriconoscibile. Una squadra di pietra, abbattuta dall'Atletico al Calderón nella maniera più oltraggiosa, senza che neppure paresse un'impresa.
Luis Enrique sa bene che "non è il nostro miglior momento. È un motivo d'orgoglio essere i favoriti sempre, perciò le sconfitte vanno accettate". Svanito il secondo Triplete consecutivo, obi…
Luis Enrique sa bene che "non è il nostro miglior momento. È un motivo d'orgoglio essere i favoriti sempre, perciò le sconfitte vanno accettate". Svanito il secondo Triplete consecutivo, obi…
MADRID - C'è un granello da qualche parte che ha inceppato la più gloriosa macchina offensiva del calcio contemporaneo. In un mese e mezzo il Barcellona ha gettato via il suo vantaggio in campionato e la possibilità di rivincere la Champions. Tre sconfitte in quattro partite, dopo averne infilate 39 fra ottobre e marzo senza perdere mai. Segno che i record non raccontano mai tutto di una squadra. Di strepitosi avvii e rumorose cadute è piena la storia. È in primavera che i risultati pesano di più. Ma a questa primavera il Barcellona è arrivato da irriconoscibile. Una squadra di pietra, abbattuta dall'Atletico al Calderón nella maniera più oltraggiosa, senza che neppure paresse un'impresa.
Luis Enrique sa bene che "non è il nostro miglior momento. È un motivo d'orgoglio essere i favoriti sempre, perciò le sconfitte vanno accettate". Svanito il secondo Triplete consecutivo, obiettivo annunciato addirittura dopo la finale di Berlino contro la Juve a giugno, adesso non sembra facile neppure l'accoppiata campionato-Coppa del re. Non in queste condizioni. Messi è un caso. Non segna da cinque partite. Vedere il miglior calciatore al mondo su un campo per sette ore e mezza di fila (452 minuti) senza fare un gol è uno stupore superiore a tutti quelli che il Barcellona di solito genera. A Messi non capitava dal 2010, quando di mezzo ci furono le due partite di Champions con l'Inter di Mourinho. Il peggior Messi degli ultimi sei anni incrocia il miglior Ronaldo mai visto in Coppa. È un caso solo per chi sottovaluta il potere della mente nelle faccende del pallone. Ma la questione è pure tecnica. C'è un dato degli analisti di Opta molto interessante. Nelle ultime 80 partite europee, solo in due occasioni Messi ha toccato il pallone meno di 60 volte, e sono proprio queste due ultime partite giocate contro l'Atlético di Simeone, la squadra delle marcature preventive: si spostano e difendono il campo per farti mandare il pallone dove vogliono loro. Dunque a Messi non lo fanno arrivare.Messi è un caso, ma non il solo nel Barcellona d'oggi. Rakitic è fuso. Iniesta viaggia con la marcia più bassa, ed è il migliore tra i peggiori. Neymar non segna da quattro partite, l'ultimo gol è arrivato su rigore, e adesso sembra uno dei tanti che non aggiungono e non tolgono, non il campione per il quale Psg e City sono disposti a far follie. Per uscire dall'anonimato, Suarez s'è rifugiato nell'antico ruolo del maledetto: un pugno all'andata, una gomitata al ritorno. L'occhio nero a Godin è uno dei molti dettagli della partita di ieri sfuggiti a Rizzoli. Ma sul più grosso di tutti, un mani da rigore di Gabi al 91' scambiato per un fallo fuori area, il Barcellona non riesce neppure a protestare sul serio, tanto è fiacco e consapevole della sua debolezza. Il catalano Mundo Deportivo è in edicola stamattina in Spagna con un titolo in prima pagina che è addolorato nella sua genialità: Campeoff, anziché Campeon. Ma senza alibi. Nella sua quotidiana vignetta, il disegnatore Kap mostra un tifoso sul divano, felice per il rigore non fischiato da Rizzoli. Mormora: "Lo avremmo sbagliato".
Forse è stato l'incrocio con Simeone a mandare in tilt la macchina da gol e il suo tridente dei record. Come all'epoca contro Mourinho, il Barcellona va in sofferenza di fronte al guru altrui. Al cospetto di un avversario sfrontato, il Barcellona sceglie il rispetto (mezz'ora di possesso vano sullo 0-0). Ma il suo calcio fatto di passaggi corti e rapidi, questo possesso che irrita e sfinisce, funziona se è giusto il contrario del rispetto. Se è una dichiarazione di superiorità. Quando è un olé ripetuto e non una melina. Se gli sottrai sicurezza e arroganza, resta un esercizio di stile senza sangue. La partita sporca e il corpo a corpo se lo sbranano. Ora Luis Enrique sceglie la strada del riposo. Oggi una corsetta e domani la squadra non si allena. Messi non salta un minuto da diciannove partite. I tre attaccanti sudamericani sono reduci dai viaggi a casa per le qualificazioni mondiali. Subito dopo lo shock di due anni fa con l'Atlético, il Barcellona perse di nuovo a Granada. Adesso c'è il Valencia. Ma qualunque squadra, a questo punto, farebbe paura come se fosse l'Ajax di Cruyff o il Santos di Pelé.
Luis Enrique sa bene che "non è il nostro miglior momento. È un motivo d'orgoglio essere i favoriti sempre, perciò le sconfitte vanno accettate". Svanito il secondo Triplete consecutivo, obiettivo annunciato addirittura dopo la finale di Berlino contro la Juve a giugno, adesso non sembra facile neppure l'accoppiata campionato-Coppa del re. Non in queste condizioni. Messi è un caso. Non segna da cinque partite. Vedere il miglior calciatore al mondo su un campo per sette ore e mezza di fila (452 minuti) senza fare un gol è uno stupore superiore a tutti quelli che il Barcellona di solito genera. A Messi non capitava dal 2010, quando di mezzo ci furono le due partite di Champions con l'Inter di Mourinho. Il peggior Messi degli ultimi sei anni incrocia il miglior Ronaldo mai visto in Coppa. È un caso solo per chi sottovaluta il potere della mente nelle faccende del pallone. Ma la questione è pure tecnica. C'è un dato degli analisti di Opta molto interessante. Nelle ultime 80 partite europee, solo in due occasioni Messi ha toccato il pallone meno di 60 volte, e sono proprio queste due ultime partite giocate contro l'Atlético di Simeone, la squadra delle marcature preventive: si spostano e difendono il campo per farti mandare il pallone dove vogliono loro. Dunque a Messi non lo fanno arrivare.Messi è un caso, ma non il solo nel Barcellona d'oggi. Rakitic è fuso. Iniesta viaggia con la marcia più bassa, ed è il migliore tra i peggiori. Neymar non segna da quattro partite, l'ultimo gol è arrivato su rigore, e adesso sembra uno dei tanti che non aggiungono e non tolgono, non il campione per il quale Psg e City sono disposti a far follie. Per uscire dall'anonimato, Suarez s'è rifugiato nell'antico ruolo del maledetto: un pugno all'andata, una gomitata al ritorno. L'occhio nero a Godin è uno dei molti dettagli della partita di ieri sfuggiti a Rizzoli. Ma sul più grosso di tutti, un mani da rigore di Gabi al 91' scambiato per un fallo fuori area, il Barcellona non riesce neppure a protestare sul serio, tanto è fiacco e consapevole della sua debolezza. Il catalano Mundo Deportivo è in edicola stamattina in Spagna con un titolo in prima pagina che è addolorato nella sua genialità: Campeoff, anziché Campeon. Ma senza alibi. Nella sua quotidiana vignetta, il disegnatore Kap mostra un tifoso sul divano, felice per il rigore non fischiato da Rizzoli. Mormora: "Lo avremmo sbagliato".
Forse è stato l'incrocio con Simeone a mandare in tilt la macchina da gol e il suo tridente dei record. Come all'epoca contro Mourinho, il Barcellona va in sofferenza di fronte al guru altrui. Al cospetto di un avversario sfrontato, il Barcellona sceglie il rispetto (mezz'ora di possesso vano sullo 0-0). Ma il suo calcio fatto di passaggi corti e rapidi, questo possesso che irrita e sfinisce, funziona se è giusto il contrario del rispetto. Se è una dichiarazione di superiorità. Quando è un olé ripetuto e non una melina. Se gli sottrai sicurezza e arroganza, resta un esercizio di stile senza sangue. La partita sporca e il corpo a corpo se lo sbranano. Ora Luis Enrique sceglie la strada del riposo. Oggi una corsetta e domani la squadra non si allena. Messi non salta un minuto da diciannove partite. I tre attaccanti sudamericani sono reduci dai viaggi a casa per le qualificazioni mondiali. Subito dopo lo shock di due anni fa con l'Atlético, il Barcellona perse di nuovo a Granada. Adesso c'è il Valencia. Ma qualunque squadra, a questo punto, farebbe paura come se fosse l'Ajax di Cruyff o il Santos di Pelé.