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Crollo Barcellona dalla Champions alla Liga: è finito un ciclo?

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ROMA - "Cazados!" Cacciati, presi, agganciati, azzannati, intrappolati. Insomma quella roba lì, come un animale preso nella rete. In questo caso Gerard Piqué, quintessenza del barcellonismo, difensore centrale ultramoderno, 29 anni, fighissimo, fidanzato di Shakira, riverso a terra, disperato e con le mani in faccia. Tutte le copertine dei perfidi giornali spagnoli (Marca e AS di Madrid, Mundo Deportivo e Sport di Barcellona) lo riportano così: un attimo dopo che ha sbagliato un gol fatto a porta vuota contro il Valencia. Per capirsi, qualcosa che in Italia riesce alla perfezione a Dzeko con la Roma. Solo che se lo fa uno del Barcellona probabilmente siamo vicini al giudizio universale.  Il Barcellona è groggy, un grande pugile che non si regge in piedi, che non riesce nemmeno a tenere le braccia alte per difendersi. Come se qualcuno avesse girato l'interruttore su off: così, all'improvviso. Siamo alla quarta sconfitta consecutiva, il totem sta crollando. Succede che il Barcellona prima infila una serie di risultati grandissimi (dodici vittorie) in campionato, più o meno come la Juve: fa gol a raffica come nessuno, sommerge di reti squadre come il Bilbao, il Celta, il Rayo Vallecano, il Getafe. Poi c'è un primo sintomo nel rocambolesco pareggio col Villarreal e all'improvviso il black out: perde al Camp Nou contro il Real Madrid in dieci, perde contro la Real Sociedad, e ancora al Camp Nou col Valencia. E in mezzo ci incastra la sconfitta peggiore quella con l'Atletico Madrid in Champions League. E' il cazzotto peggiore, più umiliante. Perché è Madrid prima di tutto, e perché l'Atletico - più ancora del Real - è l'AntiBarcellona per antonomasia. Il Barcellona è il bello assoluto, la contemplazione del paradiso, l'Atletico è brutto, sporco e cattivo. L'antiBarcellona,  l'anticalcio, soprattutto l'anti-tikitaka.

 La Spagna è un grande paese per il calcio, ma è assai meno sportiva - nel football - delle leggende che si raccontano. Se a Barcellona si chiedono cosa stia succedendo alla squadra più forte del mondo (ultima Champions League vinta contro la Juve, 4 titoli negli ultimi dieci anni), che ha l'attaccante migliore del mondo (Messi), che ha il trio di giocatori più spettacolari del mondo (Messi, Suarez, Neymar), a Madrid godono su tutti i fronti. E' festa grande. Dice infatti la classifica: Barcellona e Atletico Madrid 76, Real Madrid 75. Dal dominio assoluto al crac, da otto punti di distacco a zero, la Liga è completamente riaperta.  
   Il paradosso oggi è che c'è tanta Spagna che ride, gioisce e vince, mentre Barcellona piange. Real Madrid e Atletico Madrid sono nelle semifinali di Champions League, Siviglia e Villarreal in quelle di Europa League. Si potrebbe persino arrivare a due finali spagnole al 100%. E senza il Barcellona. Era dagli inizi degli anni duemila che non si vedeva un Barcellona così, fisicamente e psicologicamente malconcio, depresso.   "Affronteremo le prossime partite a testa alta - dice Luis Enrique - il futuro dipende solo da noi. Faccio i complimenti ai giocatori, se abbiamo perso è stata solo questione di sfortuna". E' un tipo strano Luis, in una partita che stai perdendo e giocata male da tutti i protagonisti - forse solo Messi si è salvato - non ha cambiato nessuno. La sua reazione è quella stessa di Guardiola, perdere rientra nella normalità, può accadere. Loro - Guardiola, Enrique e tutti i tecnici del genere - guardano al gioco. Anche se non c'è più nemmeno quello, questa è la verità nascosta. Enriquetto alza le spalle, sembra tornato quello frastornato dei tempi della Roma.

Neymar pensa più che altro ai soldi e al contratto. E' nervosissimo, ha tirato una bottiglia d'acqua verso gli avversari. Preso in giro. "Che fai adesso non balli più?" gli ha sibilato in faccia nel tunnel Barragan del Valencia, vendicandosi di quando il brasiliano gli disse "Io guadagano dieci volte più di te". Nemmeno Messi sta bene. I suoi gol continua a farli: 23 nella Liga, 38 in totale. Ma ha smarrito per il momento la polverina magica. Non corre, non scatta, cammina, pensa al suo gol, cerca di salvarsi dal tracollo. Soffre alla distanza anche del confronto con Cristiano Ronaldo, che invece è il dominatore assoluto, esuberante con quella tripletta in Champions League al Wolfsburg. Sono in molti a pensare che il portoghese sia un giocatore più grande di Messi, solo che sia capitato in una squadra un po' meno grande. E intanto si esibisce in selfie, facendo pose da wrestler, in mutande, con un fisico scolpito come una statua greca. E' una strategia precisa, martella l'avversario, il rivale diretto. Come il pugile che ti provoca e ti invita a venire avanti.

Sono tempi pessimi per il barcellonismo e il tiki-taka. Il gioco passa attraverso le gambe dei campioni, sono loro che fanno la differenza. Non quella rete sfiancante e spesso noiosa di passaggi. Mancano le accelerazioni dei grandi giocatori a vitalizzare quel gioco adesso sterile. Mancano i migliori Iniesta e Xavi, c'è una squadra semplicemente più invecchiata, come capita a tutte le squadre del mondo. E non sempre la tanto amata Masia ti tira fuori dieci, venti campioni uno dopo l'altro, in tutte le generazioni: da Pujol a Messi. L'Atletico Madrid ha matato il Barcellona col solo 22% di possesso palla. Già a che serve avere la palla tra i piedi se non ci fai nulla? A Barcellona cominciano a chiedersi pure questo. E un giorno forse si domanderanno perfino: ma se con noi non ci fosse stato Messi come sarebbe andata questa storia?
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