ROMA - Una multinazionale per affermare il calcio la dove una volta la parola d'ordine era 'socialismo reale'. Dopo sette anni la Bundesliga, il campionato tedesco, riaccoglie tra le sue fila una squadra dell'est della Germania. La RB (Rasenballsport, ma anche le iniziali della proprietaria Red Bull) Lispia ha infatti ottenuto la promozione nella massima serie conquistando il secondo posto nella Zweite Liga. Era dal 2009 che all'est non si respirava il calcio che conta. L'ultima presenza, quella dell'Energie Cottbus: sin dai tempi dell'Oberliga (il campionato della DDR) una ragazza, Angela Merkel, di quella squadra non perdeva una partita. Poi il nulla, una crisi senza uscita, fino al grande ritorno.
Proprio in quel fatidico 2009 l'entrata decisa del colosso austriaco Red Bull GmbH: con il calcio va forte anche in patria con il Salisburgo, negli Usa, a New York, propone parate di stelle (su tutti un certo Henry), per non parlare poi dei trionfi in Formula Uno. Investimenti importanti ed un taglio con il passato. Pensi a Lipsia, la logica vorrebbe il potenziamento della mitica Lokomotive, che una trentina di anni or sono contese all'Ajax una Coppa delle Coppe inchinandosi solo al cigno van Basten. Invece la Red Bull acquista il titolo sportivo dell' SSV Markranstädt (quinta divisione), dando il via ad una scalata irresistibile. L'artefice tecnico è Ralf Rangnick, che oltre a ricostruire il calcio in questa zona dell'est, ha ricostruito anche se stesso: quando guidava lo Schalke 04 infatti fu costretto a lasciare, vinto da una forma depressiva.
Eppure in questa rinascita non sono tutte rose e fiori. I tifosi del Lokomotive e del Sachsen (che tra l'altro è pure fallita), la Red Bull non riescono ad amarla: 1896 e 1899, club con questa data di fondazione non ce la fanno a nutrire simpatia per il giovane opulento che si prende tutto e subito. Non possono, perché alcuni di loro sono ancora legati all'operaio Jurgen. Ricordano quel giorno al Volksparkstadion di Amburgo. Quelli dell'ovest erano i ricchi, mentre i tanti venuti dall'est avevano un abbigliamento che sapeva di oltre cortina. Ed anche i giocatori erano diversi: boriosi della loro forza i panzer dell'ovest, sicuri di poter passare sopra tutto e tutti. Pulcini spauriti quelli dell'est. Vero, alcuni sono frequentatori del calcio internazionale, anche a livelli altissimi nelle coppe, altri hanno sfiorato il titolo olimpico. Ma forse proprio per questo sono rassegnati al ruolo di vittime designate. Poi però capita che dal nulla spunta Jurgen, l'operaio della Sassonia, e tra lo stupore generale violenta quella porta gelosamente custodita da Sepp Maier sotto la direzione, elegante al limite della spocchia di un Kaiser di nome Beckenbauer.
E' il 22 giugno del 1974, Repubblica Democratica tedesca batte Repubblica federale 1-0, sono i mondiali che meno di venti giorni dopo a Monaco consacreranno l'ovest e faranno impallidire l'orange di Cruyff. Quello Jurgen di cognome fa Sparwasser ed è l'unico simbolo di vera emancipazione del calcio della Germania est rispetto a quello dell'ovest. Perché quindici anni dopo quel gol crolla il muro di Berlino, e con esso va giù il calcio della DDR. La Germania si unisce, ma nel pallone i muri si moltiplicano. Il complesso di inferiorità, che c'è sempre stato, si accentua. La DDR esprime giocatori forti e squadre di qualità, ma c'è sempre quel qualcosa... Nel 1974 arriva anche il trofeo europeo, la Coppa delle Coppe che il Magdeburgo conquista battendo 2-0 il Milan a Rotterdam in uno stadio incredibilmente deserto per una finale europea. Potrebbe essere il puntino sulla i, ma il gigante Bayern Monaco dopo una doppia finale romanzesca batte l'Atletico Madrid e si prende la coppa più grossa, quella dei campioni. Già, il Bayern. Pochi mesi prima di quelle due partite incontra i campioni dell'est, i poliziotti di Sassonia della Dinamo Dresda. I bavaresi vanno sotto in casa, poi ribaltano e vincono 4-3. Anche al ritorno il Bayern è sull'orlo del baratro, ma se la cava: 3-3!
Nel 1981 non ci sono squadre dell'ovest in finale di coppa, l'est potrebbe finalmente prendersi una vendetta, ma niente. Il Carl Zeiss Jena (che ribalta la Roma al primo turno (da 0-3 a 4-0) in una partita molto discussa a causa del ritmo spaventoso tenuto dai tedeschi per tutti i 90', si arrende in finale ad un mito del calcio sovietico, la Dinamo Tbilisi. Negli anni a seguire la potentissima Stasi assegna alla Dinamo Berlino il compito di sfidare l'ovest. Forte con i deboli (in patria vince una decina di titoli in fila), debole con i forti. Una volta, in coppa dei campioni, rifila tre gol al Werder Brema, poi nel ritorno è un naufragio, nel fagotto del ritorno ci sono 5 reti. Un'altra, nel massimo risultato europeo, in un quarto di finale contro la Roma (i giallorossi vinsero 3-0 all'Olimpico, sconfitti 2-1 in Germania). Dopo il fatidico novembre del 1989, il nulla o quasi. La squadra più caparbia nel resistere è l'Hansa Rostock. Rappresenta un Land depresso, si porta dietro ultras particolarmente tosti, eppure resiste stoicamente per più di una stagione. Ora volta pagina, anzi, prova a cambiare proprio libro la Red Bull Lispia: Bayern Monaco e Borussia Dortmund sono avvertite, il progetto è di portare ad est per la prima volta il 'meisterschale'. E' ovviamente prematuro parlarne, ma sarebbe una svolta storica. A sensazione però quelli di Lokomotive, Union, Magdeburgo, Hansa, Dresda e tante altre, non salterebbero di gioia. Pensando anche a quell'operaio di nome Jurgen.
Proprio in quel fatidico 2009 l'entrata decisa del colosso austriaco Red Bull GmbH: con il calcio va forte anche in patria con il Salisburgo, negli Usa, a New York, propone parate di stelle (su tutti un certo Henry), per non parlare poi dei trionfi in Formula Uno. Investimenti importanti ed un taglio con il passato. Pensi a Lipsia, la logica vorrebbe il potenziamento della mitica Lokomotive, che una trentina di anni or sono contese all'Ajax una Coppa delle Coppe inchinandosi solo al cigno van Basten. Invece la Red Bull acquista il titolo sportivo dell' SSV Markranstädt (quinta divisione), dando il via ad una scalata irresistibile. L'artefice tecnico è Ralf Rangnick, che oltre a ricostruire il calcio in questa zona dell'est, ha ricostruito anche se stesso: quando guidava lo Schalke 04 infatti fu costretto a lasciare, vinto da una forma depressiva.
Eppure in questa rinascita non sono tutte rose e fiori. I tifosi del Lokomotive e del Sachsen (che tra l'altro è pure fallita), la Red Bull non riescono ad amarla: 1896 e 1899, club con questa data di fondazione non ce la fanno a nutrire simpatia per il giovane opulento che si prende tutto e subito. Non possono, perché alcuni di loro sono ancora legati all'operaio Jurgen. Ricordano quel giorno al Volksparkstadion di Amburgo. Quelli dell'ovest erano i ricchi, mentre i tanti venuti dall'est avevano un abbigliamento che sapeva di oltre cortina. Ed anche i giocatori erano diversi: boriosi della loro forza i panzer dell'ovest, sicuri di poter passare sopra tutto e tutti. Pulcini spauriti quelli dell'est. Vero, alcuni sono frequentatori del calcio internazionale, anche a livelli altissimi nelle coppe, altri hanno sfiorato il titolo olimpico. Ma forse proprio per questo sono rassegnati al ruolo di vittime designate. Poi però capita che dal nulla spunta Jurgen, l'operaio della Sassonia, e tra lo stupore generale violenta quella porta gelosamente custodita da Sepp Maier sotto la direzione, elegante al limite della spocchia di un Kaiser di nome Beckenbauer.
E' il 22 giugno del 1974, Repubblica Democratica tedesca batte Repubblica federale 1-0, sono i mondiali che meno di venti giorni dopo a Monaco consacreranno l'ovest e faranno impallidire l'orange di Cruyff. Quello Jurgen di cognome fa Sparwasser ed è l'unico simbolo di vera emancipazione del calcio della Germania est rispetto a quello dell'ovest. Perché quindici anni dopo quel gol crolla il muro di Berlino, e con esso va giù il calcio della DDR. La Germania si unisce, ma nel pallone i muri si moltiplicano. Il complesso di inferiorità, che c'è sempre stato, si accentua. La DDR esprime giocatori forti e squadre di qualità, ma c'è sempre quel qualcosa... Nel 1974 arriva anche il trofeo europeo, la Coppa delle Coppe che il Magdeburgo conquista battendo 2-0 il Milan a Rotterdam in uno stadio incredibilmente deserto per una finale europea. Potrebbe essere il puntino sulla i, ma il gigante Bayern Monaco dopo una doppia finale romanzesca batte l'Atletico Madrid e si prende la coppa più grossa, quella dei campioni. Già, il Bayern. Pochi mesi prima di quelle due partite incontra i campioni dell'est, i poliziotti di Sassonia della Dinamo Dresda. I bavaresi vanno sotto in casa, poi ribaltano e vincono 4-3. Anche al ritorno il Bayern è sull'orlo del baratro, ma se la cava: 3-3!
Nel 1981 non ci sono squadre dell'ovest in finale di coppa, l'est potrebbe finalmente prendersi una vendetta, ma niente. Il Carl Zeiss Jena (che ribalta la Roma al primo turno (da 0-3 a 4-0) in una partita molto discussa a causa del ritmo spaventoso tenuto dai tedeschi per tutti i 90', si arrende in finale ad un mito del calcio sovietico, la Dinamo Tbilisi. Negli anni a seguire la potentissima Stasi assegna alla Dinamo Berlino il compito di sfidare l'ovest. Forte con i deboli (in patria vince una decina di titoli in fila), debole con i forti. Una volta, in coppa dei campioni, rifila tre gol al Werder Brema, poi nel ritorno è un naufragio, nel fagotto del ritorno ci sono 5 reti. Un'altra, nel massimo risultato europeo, in un quarto di finale contro la Roma (i giallorossi vinsero 3-0 all'Olimpico, sconfitti 2-1 in Germania). Dopo il fatidico novembre del 1989, il nulla o quasi. La squadra più caparbia nel resistere è l'Hansa Rostock. Rappresenta un Land depresso, si porta dietro ultras particolarmente tosti, eppure resiste stoicamente per più di una stagione. Ora volta pagina, anzi, prova a cambiare proprio libro la Red Bull Lispia: Bayern Monaco e Borussia Dortmund sono avvertite, il progetto è di portare ad est per la prima volta il 'meisterschale'. E' ovviamente prematuro parlarne, ma sarebbe una svolta storica. A sensazione però quelli di Lokomotive, Union, Magdeburgo, Hansa, Dresda e tante altre, non salterebbero di gioia. Pensando anche a quell'operaio di nome Jurgen.