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Abidal, Kanu e Acerbi. Quei campioni che battono il male

Marco Russ (reuters)
Marco Russ, il capitano dell'Eintracht Francoforte sceso in campo dopo aver scoperto di avere un tumore, è solo l'ultimo caso di atleti che non si arrendono, ma che combattono la battaglia più difficile della loro vita e la vincono. Tornando poi in campo
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ROMA - Sono tanti. Calciatori, cestisti, ciclisti, giganti della Nba e della Nfl. Tutti contro il male, l'avversario più forte incontrato in carriera, la frase più utilizzata dai media in questi casi. Atleti iperallenati, passati allo scan dai medici praticamente ogni giorno. Ma umani, come tutti noi. L'ultimo caso tocca il capitano dell'Eintracht Francoforte, Marco Russ, un controllo antidoping che forse gli ha salvato la vita, livello anomalo di ormoni e diagnosi di tumore. E lo sconcerto che non gli ha impedito di pensare alla sua squadra: prima lo spareggio per la permanenza in Bundesliga contro il Norimberga, poi le cure.

Qualche settimana fa compariva davanti a un giudice per rivendicare oltre due milioni e mezzo di euro al Newcastle, risarcimento per discriminazione a causa della sua disabilità, Jonas Gutierrez, centrocampista argentino con presenze nell'Albiceleste, ammalatosi di tumore ai testicoli circa due anni fa, poi guarito e tornato in campo, nell'ovazione del St James's Park. La dirigenza dei Magpies si sarebbe servita del male di Jonas come pretesto del suo mancato rinnovo contrattuale, subordinato al raggiungimento di una quota fissa di presenze. E sempre nel calcio la lista di ammalati è lunga ma è alta la percentuale di happy end. Dal buco al polmone per Pietro Vierchowod, 25 anni fa, con il difensore che chiedeva il cambio a Vujadin Boskov nell'intervallo di una gara della Sampdoria, alla malformazione alla valvola aortica con intervento chirurgico per Nwankwo Kanu, con gli interisti che hanno potuto ammirare a singhiozzo il talento della punta nigeriana, a differenza dei tifosi dell'Arsenal. E sempre per problemi al cuore si sono fermati per poi riannusare il profumo dell'erba Antonio Cassano, Jonathan Biabiany. Un glaucoma ha imposto cure e occhiali protettivi - poi divenuti il simbolo della carriera - per Edgar Davids. Mentre Claudio Rivalta, centrale difensivo all'Atalanta poco dopo il trasferimento allo Spezia doveva affrontare un cancro maligno, superato con successo. Così come Nenad Kristicic, centrocampista della Samp, arrivato a pesare 50 kg per il linfoma di Burkitt, la corsa in ospedale con 48 ore di vita, quattro mesi di degenza e poi di corsa a recuperare il tempo perduto a Marassi. Francesco Acerbi si sta giocando una maglia agli Europei a Coverciano, la sua storia racconta di un cancro ai testicoli, una ricaduta, in mezzo chemioterapia, sofferenze, il ritorno in campo e la forza di riprendere, anzi rilanciare la sua carriera, tra Chievo e Sassuolo. Si è ripreso anche Leandro Castan, pilastro della Roma seconda in classifica alle spalle della la Juventus nel primo anno in giallorosso di Rudy Garcia, dall'intervento chirurgico al cervello per rimuovere un cavernoma. Ed è andata bene anche a Fabrice Muamba, centrocampista del Bolton che quattro anni fa sul campo del Tottenham sopravviveva a 78 minuti di arresto cardiaco. Per Muamba il ritiro e la laurea in giornalismo all'Università di Stafford e un posto in prima fila negli stadi della Premier League al microfono della Bbc.

Quello di Eric Abidal e il suo cancro al fegato che ha richiesto anche un trapianto è stato forse il caso più mediatico. Operato all'inizio del 2011, il laterale difensivo francese del Barcellona tornava in campo a maggio per la semifinale di Champions League contro il Real Madrid. La Coppa sollevata al cielo dopo il trionfo contro il Manchester United, la ricaduta, il trapianto l'anno successivo, sino al ritorno in maglia blaugrana. E come Abidal trionfava dopo un lungo calvario Lance Armstrong, 17 anni fa primo sul podio del Tour de France. Era la vittoria dell'eroe sul male, poi cancellata dall'onda doping che ha travolto il texano. Un cancro ai testicoli, con metastasi al cervello lo allontanava dalla bici, poi il rientro, più magro, i successi in fila alla Grand Boucle, le polaroid venute meglio per incoraggiare gli ammalati a non mollare mai, giocare la propria partita fino in fondo anche se dura come gli ultimi chilometri in vetta al Mont Ventoux.

Nella Nba i Miami Heat seguono la vicenda umana di Chris Bosh, che l'anno scorso era costretto a saltare buona parte della regular season per coaguli di sangue ai polmoni. Una lunga cura, il riposo assoluto, i primi canestri senza contatto: Bosh quest'anno era tornato in salute, annata da 20 punti e dieci rimbalzi di media, la chiamata all'All Star Game, gli Heat in ballo per un posto al sole nella Eastern Conference e la nuova sentenza: altro coagulo, stavolta a un polpaccio, la corsa contro il tempo per recuperare i playoffs, il parere negativo di Miami, che pensa di tagliarlo, qualora il rientro di Bosh non avvenga entro febbraio 2017. Mentre nella Nfl è tornato con l'armatura e paradenti dopo appena otto mesi di cure Eric Berry, Kansas City Chiefs, debilitato ma non sconfitto dal linfoma di Hogdkin.
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