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Barcellona, Messi condannato a 21 mesi per frode fiscale

Dopo il ko con l'Argentina in finale, il fuoriclasse del Barça è sanzionato insieme al padre Jorge dal tribunale di Barcellona per frode al fisco spagnolo per un totale di 4,1 milioni. Eviterà il carcere: se la sentenza fosse stata di 3 mesi più pesante, sarebbe finito dietro le sbarre. Il Barça: "Non ha responsabilità legali"

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ROMA - Un'estate maledetta, quella di Lionel Messi. Il Tribunale di Barcellona ha condannato in primo grado il Pallone d'oro e il padre Jorge a 21 mesi di carcere. L'accusa nei confronti del fuoriclasse del Barcellona è quella di frode fiscale aggravata. Quantomeno, Leo eviterà il carcere: la pena infatti è di appena 3 mesi inferiore ai 24 mesi, che avrebbero reso necessaria la misura cautelare. L'ennesima pagina nera di un mese in cui il mondo intero ha assistito al suo crollo emotivo dopo il ko nella finale di Coppa America contro il Cile ai rigori. Il secondo consecutivo dopo quello del 2015, il terzo compresa la finale mondiale del 2014: abbastanza per convincere il calciatore più forte del mondo a dire addio alla nazionale, dopo quel rigore sparato nel cielo del New Jersey come Roby Baggio a Pasadena 22 anni prima. Le sue lacrime sul campo del MetLife stadium mentre i cileni festeggiavano il trofeo avevano commosso il mondo, convinto Maradona a spendersi per lui, perché non lasciasse: maestre elementari e tifosi accaniti erano scesi in campo supplicandolo di non ritirarsi. Ora il culmine della sua estate buia è una macchia di fango sul curriculum del più forte: il giudizio che lo rende a tutti gli effetti un evasore. Messi e il padre erano comparsi davanti alla corte a inizio giugno, per discutere l'accusa di frode all'Agenzia delle entrate spagnola, per un totale di 4,1 milioni di euro: l'indice della corte puntava dritto sulla gestione dei diritti di immagine negli anni 2007, 2008 e 2009, su cui il calciatore - su indicazione del genitore - non avrebbe pagato le tasse.

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Durissima, lo scorso 2 giugno, l'avvocatura di stato a proposito di Leo: "È come il perno di una struttura criminale. Sopra c'è il capo - spiegava Mario Maza, rappresentante della Hacienda, l'agenzia delle entrate spagnola - il boss, che non è a conoscenza degli affari. Leo Messi non si occupava di incontrare gli avvocati, ma solo di giocare a calcio e di rendere nelle partite ( ... ) A Messi interessava solo il risultato finale e questo era la mancata tassazione dei diritti d'immagine". E la versione del calciatore che s'era discolpato dicendo "non sapevo cosa firmavo, mi fidavo di mio padre e dei miei legali", s'è scontrata con lo scudiscio dell'avvocatura: "Credibilità zero".
Più tenera era stata la Procura, che credendo alla sua versione aveva addirittura proposto l'assoluzione. Proponendo anche per il genitore una opena inferiore: 18 mesi contro i 22 della condanna effettiva.[[ge:rep-locali:repubblica:143538402]]Ora si attende la reazione del fuoriclasse, che potrebbe fare ricorso al "Tribunale supremo". Restano le parole durissime dell'accusa nei confronti di quel Leo Messi evidentemente più a suo agio con pantaloncini e scarpe chiodate piuttosto che dietro la sbarra di un tribunale: "Lui e il padre sono profani in materia tributaria ma sono capaci di capire cosa significa pagare le tasse. Lo capisce anche un bambino di dieci anni e questo Messi dovrebbe capirlo senza alcun problema".
Eppure in suo favore prende posizione il Barcellona: "Il club - si legge in una nota - esprime il suo pieno sostegno a Leo Messi e suo padre, in relazione alla condanna per frode fiscale. La società, in conformità con i criteri espressi dal pubblico ministero, ritiene che il giocatore, che ha già regolarizzato la sua situazione all'Agenzia delle Entrate spagnola non è in alcun modo penalmente responsabile in relazione ai fatti rimarcati in questa vicenda". Aggiungendo poi che il Barça "resta a disposizione di Leo Messi e della sua famiglia per sostenerli in tutte le iniziative che si possono intraprendere in difesa della loro onestà e dei loro interessi legali".
 
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