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Mourinho-Guardiola, gli eterni nemici: che sfida nel Manchester day

United-City sarà il primo incrocio in terra inglese dei due tecnici. Venti anni fa si stimavano quando entrambi erano al Barcellona, poi le cose sono cambiate ed ora la loro rivalità tiene banco al pari dell'attesissimo derby

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ROMA - Si stringeranno la mano, domani, sotto gli occhi dei 70 mila dell'Old Trafford e di tutte le tv del mondo puntate sulla Premier. Cosa altro potrebbero fare due attori che hanno mandato a memoria il copione di questo dualismo plasmandolo a piacimento? Certo, quasi 20 anni fa tra Pep Guardiola e José Mourinho c'erano abbracci, pacche sulle spalle. Lo spagnolo era il vigile del centrocampo del Barcellona che doveva giocare in verticale per Ronaldo, il Fenomeno -poi il brasiliano sapeva cosa farne, di quella sfera- mentre Mou era tra gli assistenti del tecnico blaugrana Bobby Robson. Poi Pep si è piazzato in panchina e tutti hanno scoperto che era bravo, bello e carismatico almeno quanto il portoghese. Un vincente. E con un ego smisurato, come l'uomo da Setubal. Il punto di rottura sarebbe dovuto a quella panchina del Barça senza dipendente nel 2008 che Mou voleva occupare, addirittura proponendo lui stesso Pep assistente e che invece finiva allo stesso Guardiola. Ecco il tiki taka, il calcio concettuale del Pep, poi la manita subita dal primo Real Madrid di Mou al Camp Nou e quella strana coincidenza fatta notare dal portoghese, le sue squadre per cinque volte in fila rimaste in dieci uomini contro il Barça del Pep. Letteratura conosciuta.

Domani per la prima volta si sfidano in Premier League, nel Manchester Day, in attesa di gesti, sguardi per capire se davvero si detestino. Oppure se si tratti di una querelle ingigantita, favoleggiata come quella tra Beatles e Rolling Stones, per la curiosità degli inglesi tra gli anni Sessanta e Settanta, anche se Manchester è terra di Oasis, Stone Roses. Pep è un po' il quinto beatle, il finto buono che prende in giro il mondo. Il look con vestito, gilet e cravatta perfettamente annodata ricorda quello dei primi Fab Four, quelli di Hard's Day Night, prima dei flussi di Revolver. Mentre Mou appartiene agli altri, agli Stones, è un po' più sporco, più rock, flirta con il Diavolo pur di vincere, anzi si è messo sulla panca dei diavoli, dei Red Devils per tornare in vetta alla Premier, stimola gli istinti peggiori negli avversari, per vincere allo United si è portato dietro Ibra, altro matricolato demone del pallone. Ma al di là del risultato al triplice fischio è certo che in questo frame di carriera - pur restando diversi, diversissimi - hanno diverse cose in comune, oltre alla consapevolezza della propria grandezza, alla cura dei dettagli, alla voglia di vincere, le uniche password d'accesso verso il successo. Per esempio entrambi fiutano il rumore dei nemici, linfa vitale per Mou dai tempi dell'Inter, delle manette, degli zeru tituli delle avversarie dei nerazzurri ma anche Guardiola comincia ad annotare haters sul taccuino.

L'ultimo è Thomas Muller - altra prova che al Bayern Monaco non è tra i ricordi preferiti da squadra e dirigenza -, poi le vecchie ruggini con Ibra, Mino Raiola che racconta alla stampa di ritenerlo senza attributi, nella lista anche Yayà Touré e il suo agente e neppure la punta della Juventus Mario Mandzukic (per un anno con lui in Baviera) gli ha spedito in passato messaggi da posta del cuore. Entrambi rischiano nell'avventura di Manchester, oltre 350 milioni di euro complessivi fatti investire sul mercato ai due club. Forse Mou si gioca più di Pep. Viene da un esonero sanguinoso, mezzo Chelsea si è messo in pantofole poche settimane dopo la Premier League vinta al suo ritorno dal Real Madrid, è stato fuori dal giro per qualche mese, decenni per uno come lui che arriva primo, secondo e terzo sul podio degli ipercompetitivi. Lo spagnolo ha passeggiato in Bundesliga impiantando il brand del possesso palla nei bavaresi ma non ha vinto la Champions League, tre semifinali in tre anni, il brand del possesso palla impiantato in Baviera, un fallimento ammesso senza giri di parole, prima dei saluti e degli auguri di buon lavoro rivolti a Carlo Ancelotti. Per questi motivi in fondo per entrambi all'Old Trafford potrebbe anche andar bene un punto. Per poi sorridere della loro rivalità al bar, come i buoni amici Lennon e Richards.
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