Cruyff secondo Cruyff: memorie di un rivoluzionario del calcio
di GIANNI MURA
I trucchi del papà. I milioni gettati via. Le liti, i nemici, i trionfi con Ajax e Barcellona A sei mesi dalla morte l'autobiografia dell'olandese
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CRUJIFF o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell'autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: "La mia rivoluzione". Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni Settanta, quando arrivò due volte in finale del Mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel 1978 Cruyff non c'era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni. Perchi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: "Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell'interesse del compagno".
Johan Cruyff, tributo al 'Profeta del gol' degli anni Settanta
Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. "È una squadra-cicala", diceva dell'Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale. Ma di Cruyff c'era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell'Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d'orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l'ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore. Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall'incompleto Milan di Capello.
Johan Cruyff: dall'Olanda al Barcellona, fotostoria del 'profeta' del calcio totale
Se ne va uno dei migliori giocatori della storia del calcio mondiale. Johan Cruyff era nato ad Amsterdam il 25 aprile 1947. Protagonista con l'Ajax di fine anni Sessanta e inizio dei Settanta, Cruyff fu l'emblema della rivoluzione tattica portata dall'Olanda, quella del 'calcio totale' che arrivò a sfiorare la vittoria al mondiale del 1974. Nel 1973 si trasferì dall'Ajax, dopo un clamoroso colpo di mercato, al Barcellona e in Catalogna dove poi è rimasto a vivere, anche se la sua carriera calcistica si concluse in Olanda. Insieme a Michel Platini e Marco van Basten detiene il record di tre Palloni d'oro vinti in carriera: nel 1971, nel 1973 e nel 1974. Da allenatore, Cruyff ha poi guidato per tre anni l'Ajax (dal 1985 al 1988) e per otto anni il Barcellona (dal 1988 al 1996), avviando e ispirando quella struttura di gioco dalla mentalità prettamente offensiva e portando il club catalano a vincere anche in Europa e nel mondo. La carriera da allenatore di Cruyff si interruppe presto, a neppure 50 anni, a causa dei suoi problemi di salute. Già nel 1991 aveva dovuto subire un'operazione, in seguito a un infarto, finché le condizioni del suo cuore gli imposero il ritiro, per evitare eccessivi stress. Da allora Cruyff, che è stato anche protagonista di una campagna contro il tabacco e che per i suoi problemi di salute smise di fumare, si è dedicato al ruolo di 'padre della patria' nel calcio catalano, ha ricoperto il ruolo di consigliere dell'ex presidente Joan Laporta. E' considerato amico e ispiratore di Pep Guardiola. Finita l'era di Laporta e Guardiola al Barcellona, e con l'insediamento di una nuova guida dirigenziale, Cruyjff si è allontanato. Negli ultimi anni si è dedicato a un progetto di rilancio del suo antico club, l'Ajax di Amsterdam, di cui ha curato personalmente, anche se a distanza, il rinnovo dei quadri dirigenziali. In queste immagini dall'archivio Getty Images, la fotostoria del 'Profeta del gol' degli anni Settanta
A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d'oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi, quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti in Olanda. Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l'occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dell'Ajax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli fa da procuratore, segue i suoi affari. Nel 1968 si presenta ai dirigenti dell'Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: "Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?".
Addio Cruyff, il gol impossibile del '73 raccontato da Sandro Ciotti
Quando Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui, dice, il denaro è secondario. "Ovviamente i soldi contano, sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell'Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. È un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo". Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva. Fu chiamato a votare l'intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, in Olanda pagava il 70 per cento di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi. Perché tra i meriti di Cruyff non c'è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand'era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all'indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull'interscambiabilità. Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello. Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno ("A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana"). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate. Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un'allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l'8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero? Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l'immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d'accordo. Sulla velocità meno. "Non era un calcio dispendioso. Certo c'era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto". Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.
Barcellona-Real, "Gràcies Johan": l'omaggio a Cruyff è spettacolare
Emozionante omaggio a Johan Cruyff prima del fischio d'inizio del 'Clasico' tra Barcellona e Real Madrid. Il Barca ha trasmesso sui maxischermi del Camp Nou un video con le immagini del leggendario giocatore e poi allenatore blaugrana nel quale ex giocatori, da Zubizarreta a Guardiola, da Busquets a Stoichkov hanno salutato l'olandese. Sugli spalti, suggestiva coreografia con la maglia numero 14 accompagnata dalla gigantesca scritta in catalano 'Gràcies Johan". Al minuto 14 ovazione spontanea dei 100mila presenti sugli spalti: tutti in piedi ad applaudire al grdo "Johan Johan" per ricordare l'ex giocatore e tecnico del Barcellona.
In quella squadra, ricorda Cruyff, c'era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c'erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni "Tuttifrutti". Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa. L'abilità innata di Cruyff stava nell'inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14. Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.
Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l'Ajax dicendo: "Adesso voi fate come dico io". Con il secondo ("Esprimetevi liberamente") il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l'inizio della fine. Meno interessante, ma era giusto trattarne, la parte che riguarda l'incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.