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Coppa d'Africa, l'hombre vertical è tornato: Cuper contro la maledizione della sconfitta

In semifinale con l'Egitto: l'ex tecnico dell'Inter tenta di conquistare un trofeo che lo allontanerebbe dall'antico ruolo di eterno secondo
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ROMA - L'hombre vertical è tornato. Certo, l'aria è sempre triste, seriosa. Ma era parecchio tempo che Hector Cuper interpretava il ruolo di caratterista della panchina. Nel ruolo per qualche mese, ingaggi in Arabia Saudita, in Turchia, zero risultati, valigia sempre aperta, in attesa di una telefonata. Invece domani sera si gioca con l'Egitto contro il Burkina Faso la finale di Coppa d'Africa. Nel Paese africano è finito nel pantheon delle divinità, nella seconda partita del torneo si è dovuto affidare, visto l'infortunio del portiere titolare, al 44enne El Hadary, da allora zero gol concessi, sbarazzandosi nei quarti di finale della Nigeria, una delle favorite del lotto per il successo finale. E' favorito per la finale, dove forse se la giocherà con il Ghana, la Germania della competizione africana, sempre in fondo ma, a differenza dei tedeschi, vince poco, l'ultima volta nel 1982. Invece l'Egitto di Momo Sala…
ROMA - L'hombre vertical è tornato. Certo, l'aria è sempre triste, seriosa. Ma era parecchio tempo che Hector Cuper interpretava il ruolo di caratterista della panchina. Nel ruolo per qualche mese, ingaggi in Arabia Saudita, in Turchia, zero risultati, valigia sempre aperta, in attesa di una telefonata. Invece domani sera si gioca con l'Egitto contro il Burkina Faso la finale di Coppa d'Africa. Nel Paese africano è finito nel pantheon delle divinità, nella seconda partita del torneo si è dovuto affidare, visto l'infortunio del portiere titolare, al 44enne El Hadary, da allora zero gol concessi, sbarazzandosi nei quarti di finale della Nigeria, una delle favorite del lotto per il successo finale. E' favorito per la finale, dove forse se la giocherà con il Ghana, la Germania della competizione africana, sempre in fondo ma, a differenza dei tedeschi, vince poco, l'ultima volta nel 1982. Invece l'Egitto di Momo Salah ha sollevato la Coppa sette volte.

E l'uomo che batte sul petto dei suoi calciatori un attimo prima dell'ingresso in campo potrebbe cavalcare la tradizione vincente dei Faraoni - che allena dal 2015 - per liberarsi della maledizione del secondo posto. Sempre a un passo dal trionfo e poi in posa con i fotografi con la coppa riservata ai perdenti. Un cultore dell'arte della sconfitta. E un percorso del dolore cominciato all'Huracan, 23 anni fa: ultima giornata del Torneo Clausura, un punto con l'Independiente distante due punti per sigillare il successo finale, ma quattro gol subiti, partita persa e titolo sfumato. Sino al 5 maggio 2002. I quattro gol (come all'Huracan) subiti dai nerazzurri dalla Lazio in vacanza da settimane. Quel pomeriggio di 15 anni fa mai svanito nella mente dei tifosi interisti, nonostante gli scudetti con Mancini e il Triplete con Mou. Una traccia sul cuore, nella mente le lacrime di Ronaldo seduto su una panchina dell'Olimpico che s'intrecciavano alla gioia juventina a Udine. In quel momento - o forse prima, perché i grandi campioni pesano subito le qualità di un allenatore top - il Fenomeno decideva di mollarlo, chiedendo a Moratti di mandarlo via, altrimenti avrebbe fatto lui le valigie, come poi avvenuto, in direzione Madrid. E in mezzo alle disfatte con Huracan e Inter, per Cuper anche le due finali perdute di Champions League con il Valencia - contro Real Madrid e Bayern Monaco - che pure divenne un modello nella Liga. Al Valencia era finito per la Supercoppa spagnola vinta con il Maiorca contro il Barcellona ma soprattutto per la finale (persa, ancora) contro la Lazio di Sven Goran Eriksson, un coro di fuoriclasse, da Vieri a Boksic, Nesta, Mancini, Nedved.

Lui ribatteva con Mendieta, Farinos, Kily Gonzalez (finiti in Italia a suon di miliardi di vecchie lire, con risultati rivedibili), il prodigio Gerard poi svanito al Barça, centrocampo di qualità e quantità difesa a oltranza e contropiede per Claudio Lopez, el Piojo, pure visto dalle nostre parti, alla Lazio. Trabajo, suerte y silencio le sue chiavi per il successo, mandate poco a memoria dai calciatori interisti nella sua sosta milanese. Ma nella lista delle sconfitte del tecnico argentino c'è anche una finale (persa) di Coppa di Grecia sulla panca dell'Aris Salonicco, forse l'unico periodo a colori tra le esperienze successive a quella nerazzurra. Male il bis al Maiorca e alla Stella Rossa, un cameo drammatico al Parma, nessun successo sulla panchina della nazionale georgiana nelle qualificazioni per i Mondiali sudafricani. Nelle ultime stagioni invece Cuper non ha manco avvertito il profumo di una finale. Fallimento al Racing Santander, due annate senza pepe all'Orduspor, in Turchia. E linea piatta all'Al Wasl, tra i sauditi. Nel curriculum è finita pure la sua presenza in un'inchiesta della Dda, suggeritore di risultati di partite truccate - emersa nell'ambito di un'indagine dell'Antimafia a Napoli, tra il 2011 e 2012 - con ricompensa da 200 mila euro di due scommettitori di Castellammare di Stabia. Cuper nel registro degli indagati per riciclaggio e frode sportiva. Una storiaccia, non da hombre vertical. La sceneggiatura da perdente ora gli offre la chance per ripartire, alla guida dei Faraoni. La finale è vicina, il trofeo un po' meno...