ROMA - Qualche mese fa erano vintage. Ex che qualche pagina di pallone pure l'avevano pure scritta ma con il serbatoio in rosso. Fuori dal giro dei top club, neppure la Cina aveva lanciato messaggi di fumo. Poi la brezza della Costa Azzurra, la ripartenza. E forse la rinascita definitiva. Mario Balotelli e Radamel Falcao. Talento, senso del gol, forza fisica. Assieme compongono il profilo del centravanti perfetto, arma letale dentro e fuori l'area di rigore. Sabato il derby Monaco-Nizza del sud della Francia che si è preso la scena della Ligue 1 -pari punti in testa a quota 49- passa attraverso i graffi dei due numeri nove. Dai loro gol. Sono tanti, in questa stagione. Non accadeva da anni. Nove in 11 partite di Ligue 1 (uno ogni 98 minuti, l'ultimo con il Guingamp), 11 complessivi per SuperMario, che ora davvero merita il soprannome che si porta dietro da un decennio. Non lo meritava l'anno scorso, con zero alla voce gol realizzati. Da agosto, doppiette, soluzioni da campione, rigori, i soliti falli evitabili, gli immancabili infortuni che spesso bloccano il flusso. Segni particolari: prima del Nizza, in estate non lo voleva quasi nessuno.
Nonostante Mino Raiola possa scrivere un trattato su come valorizzare i suoi assistiti. Ora è la star mediatica del campionato francese in crisi d'astinenza da Zlatan Ibrahimovic, che per quattro anni ha regnato a Parigi più che Sua Maestà in terra britannica. Cavani segna di più, segnerà sempre più di lui. Questione di cattiveria, avidità, aggressione alle giugulare della partita, mentre l'italiano spesso spegne il motore, parcheggia ai margini della gara, poi rientra, ingrana un paio di marce e va in porta. A Nizza, dove ancora sono increduli di trovarsi in testa alla Ligue 1, non sanno più cosa inventarsi per celebrarlo, temendo di perderlo tra qualche mese. A lui piace il mare della Costa e potrebbe vincere - stavolta da primattore - un titolo con una squadra che sulla carta dovrebbe piazzarsi alle spalle delle riserve del Paris Saint Germain di Unay Emery. Ma per continuare a far sognare deve evitare la sconfitta nel Principato.
Invece Falcao, 31 anni tra una settimana, 17 reti in 23 partite sinora, 12 in Ligue 1 (un timbro ogni 85 minuti), è inatteso barometro della nuova gestione imposta dal patron-oligarca Rybolovlev: stop alle spese folli - come avvenuto in passato per lo stesso Falcao e per James Rodriguez -, minuti ai giovani di qualità sotto la guida del portoghese Jardim. El Tigre è tornato e poi rimasto a Montecarlo non per la tassazione da riccone privilegiato o per il profumo del mare. Come Balotelli, non era l'attrazione dell'ultimo mercato estivo. Il peso dell'ingaggio milionario, certo. Ma anche la lunga essenza dell'assenza nelle aree avversarie. La Juventus aveva speso un pensiero per lui. Mentre in Inghilterra le fiches erano finite, dopo la doppietta tra Manchester United e Chelsea senza lasciare traccia. Cinque reti in due stagioni. La polaroid ingiallita del numero nove più forte al mondo tra il 2010 e il 2012, forse fino all'infortunio ai legamenti che gli fece saltare i Mondiali brasiliani. Allora si discuteva del Tigre come avviene ora per Higuain, Lewandowski, Suarez. Quello era il target del colombiano.
Miglior marcatore di sempre con il Porto in Europa, 27 reti in due edizioni di Europa League, 70 in due annate con l'Atletico Madrid (il figlio del Cholo Simeone lo venera). La Premier League, il Pallone d'oro legittima aspirazione, prima della marcia indietro. La cicatrice al ginocchio gli costava l'esplosività in area di rigore - evidente anche ora che la Luna è girata -, un po' come capitava poco più di 15 anni fa a un altro top centravanti sudamericano che per caratteristiche e movenze gli somiglia, Marcelo Salas, stella alla Lazio, sfortunato alla Juventus. Ora Falcao dopo le scottature inglesi ha ripreso a ruggire. E forse l'ultima chance in un top club europeo passa per il titolo in Ligue 1. Ma deve chiedere il pass a SuperMario.
Nonostante Mino Raiola possa scrivere un trattato su come valorizzare i suoi assistiti. Ora è la star mediatica del campionato francese in crisi d'astinenza da Zlatan Ibrahimovic, che per quattro anni ha regnato a Parigi più che Sua Maestà in terra britannica. Cavani segna di più, segnerà sempre più di lui. Questione di cattiveria, avidità, aggressione alle giugulare della partita, mentre l'italiano spesso spegne il motore, parcheggia ai margini della gara, poi rientra, ingrana un paio di marce e va in porta. A Nizza, dove ancora sono increduli di trovarsi in testa alla Ligue 1, non sanno più cosa inventarsi per celebrarlo, temendo di perderlo tra qualche mese. A lui piace il mare della Costa e potrebbe vincere - stavolta da primattore - un titolo con una squadra che sulla carta dovrebbe piazzarsi alle spalle delle riserve del Paris Saint Germain di Unay Emery. Ma per continuare a far sognare deve evitare la sconfitta nel Principato.
Invece Falcao, 31 anni tra una settimana, 17 reti in 23 partite sinora, 12 in Ligue 1 (un timbro ogni 85 minuti), è inatteso barometro della nuova gestione imposta dal patron-oligarca Rybolovlev: stop alle spese folli - come avvenuto in passato per lo stesso Falcao e per James Rodriguez -, minuti ai giovani di qualità sotto la guida del portoghese Jardim. El Tigre è tornato e poi rimasto a Montecarlo non per la tassazione da riccone privilegiato o per il profumo del mare. Come Balotelli, non era l'attrazione dell'ultimo mercato estivo. Il peso dell'ingaggio milionario, certo. Ma anche la lunga essenza dell'assenza nelle aree avversarie. La Juventus aveva speso un pensiero per lui. Mentre in Inghilterra le fiches erano finite, dopo la doppietta tra Manchester United e Chelsea senza lasciare traccia. Cinque reti in due stagioni. La polaroid ingiallita del numero nove più forte al mondo tra il 2010 e il 2012, forse fino all'infortunio ai legamenti che gli fece saltare i Mondiali brasiliani. Allora si discuteva del Tigre come avviene ora per Higuain, Lewandowski, Suarez. Quello era il target del colombiano.
Miglior marcatore di sempre con il Porto in Europa, 27 reti in due edizioni di Europa League, 70 in due annate con l'Atletico Madrid (il figlio del Cholo Simeone lo venera). La Premier League, il Pallone d'oro legittima aspirazione, prima della marcia indietro. La cicatrice al ginocchio gli costava l'esplosività in area di rigore - evidente anche ora che la Luna è girata -, un po' come capitava poco più di 15 anni fa a un altro top centravanti sudamericano che per caratteristiche e movenze gli somiglia, Marcelo Salas, stella alla Lazio, sfortunato alla Juventus. Ora Falcao dopo le scottature inglesi ha ripreso a ruggire. E forse l'ultima chance in un top club europeo passa per il titolo in Ligue 1. Ma deve chiedere il pass a SuperMario.