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Dortmund, l'ex Nevio Scala: "Se attaccano il calcio è la fine del mondo"

L'allenatore, a lungo sulla panchina dei gialloneri, parla dell'attentato: "Eppure come tutti gli sport è fratellanza, gioia, amicizia..."

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ROMA - "Mi può richiamare tra una mezz'ora? Adesso sono sul trattore". Nevio Scala, 69 anni di Lozzo Atestino, risponde al telefono dai campi dove produce tabacco e vino, nella provincia di Padova. Ma il grande allenatore di calcio italiano con il cuore è sempre a Dortmund, in Germania, dove martedì sera c'è stato il terribile attacco-bomba al pullman del Borussia, che lui ha allenato nel 1997-98 vincendo una Coppa Intercontinentale e arrivando alle semifinali di Coppa Campioni. "Un'annata strana", racconta, "i calciatori erano sazi dopo aver vinto la Champions l'anno prima, arrivammo solo decimi in campionato, ma negli appuntamenti importanti veniva fuori quella squadra straordinaria". Squadra cui ancora oggi è legatissimo: a Dortmund vive la nipote e poi Scala ha moglie tedesca, di Ingolstadt (in Baviera, dove ha tuttora una casa).

Come ha reagito alla notizia dell'attentato al pullman del "suo" Borussia, signor Scala?
"Sono rimasto davvero esterrefatto, soprattutto perché il fatto è accaduto a ridosso di una partita così importante: i controlli erano al massimo, ma i cani sciolti sono difficili da controllare. E' incredibile come anche il mondo del calcio debba tenere gli occhi aperti per certe cose".
Hanno fatto bene le autorità a far giocare la partita il giorno dopo, secondo lei?
"Assolutamente sì. E' stata una scelta molto saggia. Aspettare avrebbe generato troppe polemiche e poi comunque non sarebbe stato giusto rinunciare. Bisognava reagire così: non bisogna assolutamente farsi prendere dalla paura, il mondo del calcio doveva trasmettere un messaggio di coraggiosa normalità". 
Il calcio è ufficialmente sotto attacco dei terroristi?
"Sì, purtroppo. Eppure come tutti gli sport è fratellanza, gioia, amicizia... se anche lo sport viene travolto da questa furia distruttiva dove andremo a finire? Se finisce il calcio finisce anche il mondo".
Perché tutto questo odio nei confronti del calcio?
"Credo sia figlio di un'esasperazione a livello mondiale, dalla perdita di fiducia nella convivenza, alla mancanza di dialogo. Sempre più violenza scaturisce da un disagio globale, da gente rabbiosa, da problematiche di una parte della società e del mondo che non riusciamo più a capire".
Mi scusi, ma quella di Dortmund è stato un atto di violenza ingiustificabile e indiscriminato verso calciatori innocenti che ha poco a che fare con il disagio sociale.
"Assolutamente sì. Infatti queste persone, e vedremo chi sono i responsabili, reagiscono in maniera sbagliata, inconcepibile e ingiustificata. Dico solo che in Italia, in Germania e nel mondo c'è una esasperazione collettiva, una guerra generale di difficoltà enormi e soluzioni quasi impossibili. Il compito della polizia e della magistratura è difficilissimo e così la paura aumenta per tutti. Il calcio dovrebbe dare al mondo il messaggio opposto".
E non lo fa?
"No. Oggi nel calcio c'è il risultato materiale prima di ogni cosa: non si può più arrivare più secondi, siamo travolti da notizie di scandaletti dei calciatori, parolacce, troppi soldi. Il calcio è tecnicamente migliorato perché è più veloce ma paradossalmente è meno spettacolare del passato, quando era uno sport simpatico, sereno, amichevole. Perciò mi sono dimesso lo scorso novembre da presidente del Parma 1913: non sono riuscito a trasmettere i veri valori del calcio. Oggi contano solo i risultati e i soldi. Che amarezza".
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