LONDRA - E' arrivato, ha visto, ha vinto. In pochi mesi, appena nove: dall'esordio il giorno di Ferragosto, 2-1 al West Ham a Stamford Bridge, fino alla matematica certezza nelle Midlands, al "The Hawthorns" di West Bromwich. Il tutto con la sbrigativa e ruvida efficienza dei grandi condottieri, alla cui stirpe merita di appartenere. Stirpe italianissima, la stessa di Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Claudio Ranieri, gli altri tre tecnici che dal 2010 a oggi hanno vinto una Premier League alla guida di Chelsea, Manchester City e Leicester, a conferma dell'eccellenza della nostra scuola di allenatori. Antonio Conte non poteva essere da meno. Di fatto, è al suo quarto scudetto consecutivo: dopo il triennio vincente alla Juventus (2011-2012, 2012-2013 e 2013-2014) e il biennio in nazionale, eccolo vincere la Premier League al Chelsea, sesto titolo inglese per i Blues, terzo negli ultimi sette anni.
E' stata una cavalcata magnifica, inesorabile, un dominio lungo 28 vittorie nelle 36 partite disputate fin qui, 5 sconfitte e tre pareggi. In pieno spirito contiano: a testa bassa, con ferocia agonistica, concentrazione somma, essenzialità tattica, il Chelsea ha superato via via ogni ostacolo, nonostante nella scorsa stagione la squadra si fosse piazzata al decimo posto. Invece Conte l'ha riportata al vertice del calcio inglese e dopo un mercato estivo tutto sommato scarno, ma impreziosito dal determinante acquisto di N'Golo Kanté, il fenomenale centrocampista francese che aveva trascinato anche il Leicester di Ranieri l'anno precedente.
Di fatto, la stagione si decide già il 24 settembre, anche se quel giorno nessuno lo sa. Dopo un buon avvio in Premier, il Chelsea incappa in due sconfitte consecutive: col Liverpool il 16 settembre e in casa dell'Arsenal il 24, ma quel giorno, nell'intervallo, già sotto per 3-0, Conte decide di cambiare il modulo e di passare al 3-4-2-1. La partita rimarrà sul 3-0 per l'Arsenal ma dalla partita successiva inizia la cavalcata e arrivano ben tredici vittorie consecutive, con striscia chiusa proprio il 31 dicembre. Dal 20 novembre, dodicesima giornata, con la vittoria per 1-0 sul campo del Middlesbrough, il Chelsea va in testa alla Premier e non la molla più. Con una squadra d'acciaio, che tranne per motivi di squalifiche o infortuni non modificherà più: Courtois in porta; Azpilicueta, David Luiz e Cahill in difesa; Moses, Kanté, Matic e Marco Alonso a centrocampo; Pedro e Hazard a supporto di Diego Costa. Le due intuizioni di Conte sono Azpilicueta, da una vita esterno, spostato al centro della difesa, e il rilancio di Moses, che da tre anni il Chelsea mandava in prestito perché nessun allenatore, Mourinho compreso, aveva saputo cosa farsene.
Il calcio essenziale di questo Chelsea è inavvicinabile per la maggior parte delle rivali inglesi, un po' come quello del Leicester l'anno prima. Difesa accorta con tre linee di oppositori a cominciare da Pedro e Hazard in cima, centrocampo da combattimento, rovesciamenti di fronte supersonici, poi negli ultimi trenta metri il trio d'attacco qualcosa combina di sicuro: finora Diego Costa ha segnato 21 gol (Coppa di Lega e Coppa d'Inghilterra compresa), Hazard 16, Pedro 12. Ma segnano anche i difensori, e parecchio: Cahill, letteralmente rifiorito con Conte dopo stagioni grigie, è a quota 8 gol, Marcos Alonso a 6. Non è stato immune da sconfitte il Chelsea, anzi: ben 5 e tutte dolorose, soprattutto quelle contro rivali dirette come Arsenal, Tottenham, Manchester United e Liverpool (più una col Crystal Palace), ma nel frattempo ha bastonato in casa e in trasferta il City e in assoluto la marcia degli uomini di Conte è stata di una regolarità entusiasmante. Per Antonio da Lecce, anche l'enorme soddisfazione di aver asfaltato le squadre di allenatori come Guardiola, Mourinho, Wenger e Klopp, chi da molti anni in Premier chi con stipendi molto superiori ai suoi, eppure tutti si sono dovuti piegare.
Ora verrà il momento delle passerelle finali, anche se manca un ultimo appuntamento assai importante. Niente più viaggi per il Chelsea: rimangono due partite in casa, pleonastiche, contro Watford e Sunderland, poi la grande finale di Fa Cup a Wembley, il 28 maggio contro l'Arsenal. Poi Antonio Conte passerà all'incasso, nel senso che cercherà di capire se le promesse che Roman Abramovich gli aveva sussurrato a inizio stagione verranno mantenute: Conte chiede più uomini del suo staff, più controllo sulle vicende tecniche al centro sportivo di Cobham, e ovviamente una serie di acquisti sul mercato perché la squadra ha bisogno di grossi rinforzi per essere competitiva il prossimo anno in Champions League: quest'anno ha potuto marciare con questa sicurezza perché non aveva l'impegno più importante, e perché Conte l'ha guidata alla perfezione. Ma Antonio pretende un salto di qualità. Altrimenti, con la stessa rapidità alla Giulio Cesare con cui è arrivato a Londra, ha visto e ha vinto, potrebbe tornarsene in Italia. Dove lo aspetta l'Inter, come ormai tutto il mondo sa.
E' stata una cavalcata magnifica, inesorabile, un dominio lungo 28 vittorie nelle 36 partite disputate fin qui, 5 sconfitte e tre pareggi. In pieno spirito contiano: a testa bassa, con ferocia agonistica, concentrazione somma, essenzialità tattica, il Chelsea ha superato via via ogni ostacolo, nonostante nella scorsa stagione la squadra si fosse piazzata al decimo posto. Invece Conte l'ha riportata al vertice del calcio inglese e dopo un mercato estivo tutto sommato scarno, ma impreziosito dal determinante acquisto di N'Golo Kanté, il fenomenale centrocampista francese che aveva trascinato anche il Leicester di Ranieri l'anno precedente.
Di fatto, la stagione si decide già il 24 settembre, anche se quel giorno nessuno lo sa. Dopo un buon avvio in Premier, il Chelsea incappa in due sconfitte consecutive: col Liverpool il 16 settembre e in casa dell'Arsenal il 24, ma quel giorno, nell'intervallo, già sotto per 3-0, Conte decide di cambiare il modulo e di passare al 3-4-2-1. La partita rimarrà sul 3-0 per l'Arsenal ma dalla partita successiva inizia la cavalcata e arrivano ben tredici vittorie consecutive, con striscia chiusa proprio il 31 dicembre. Dal 20 novembre, dodicesima giornata, con la vittoria per 1-0 sul campo del Middlesbrough, il Chelsea va in testa alla Premier e non la molla più. Con una squadra d'acciaio, che tranne per motivi di squalifiche o infortuni non modificherà più: Courtois in porta; Azpilicueta, David Luiz e Cahill in difesa; Moses, Kanté, Matic e Marco Alonso a centrocampo; Pedro e Hazard a supporto di Diego Costa. Le due intuizioni di Conte sono Azpilicueta, da una vita esterno, spostato al centro della difesa, e il rilancio di Moses, che da tre anni il Chelsea mandava in prestito perché nessun allenatore, Mourinho compreso, aveva saputo cosa farsene.
Il calcio essenziale di questo Chelsea è inavvicinabile per la maggior parte delle rivali inglesi, un po' come quello del Leicester l'anno prima. Difesa accorta con tre linee di oppositori a cominciare da Pedro e Hazard in cima, centrocampo da combattimento, rovesciamenti di fronte supersonici, poi negli ultimi trenta metri il trio d'attacco qualcosa combina di sicuro: finora Diego Costa ha segnato 21 gol (Coppa di Lega e Coppa d'Inghilterra compresa), Hazard 16, Pedro 12. Ma segnano anche i difensori, e parecchio: Cahill, letteralmente rifiorito con Conte dopo stagioni grigie, è a quota 8 gol, Marcos Alonso a 6. Non è stato immune da sconfitte il Chelsea, anzi: ben 5 e tutte dolorose, soprattutto quelle contro rivali dirette come Arsenal, Tottenham, Manchester United e Liverpool (più una col Crystal Palace), ma nel frattempo ha bastonato in casa e in trasferta il City e in assoluto la marcia degli uomini di Conte è stata di una regolarità entusiasmante. Per Antonio da Lecce, anche l'enorme soddisfazione di aver asfaltato le squadre di allenatori come Guardiola, Mourinho, Wenger e Klopp, chi da molti anni in Premier chi con stipendi molto superiori ai suoi, eppure tutti si sono dovuti piegare.
Ora verrà il momento delle passerelle finali, anche se manca un ultimo appuntamento assai importante. Niente più viaggi per il Chelsea: rimangono due partite in casa, pleonastiche, contro Watford e Sunderland, poi la grande finale di Fa Cup a Wembley, il 28 maggio contro l'Arsenal. Poi Antonio Conte passerà all'incasso, nel senso che cercherà di capire se le promesse che Roman Abramovich gli aveva sussurrato a inizio stagione verranno mantenute: Conte chiede più uomini del suo staff, più controllo sulle vicende tecniche al centro sportivo di Cobham, e ovviamente una serie di acquisti sul mercato perché la squadra ha bisogno di grossi rinforzi per essere competitiva il prossimo anno in Champions League: quest'anno ha potuto marciare con questa sicurezza perché non aveva l'impegno più importante, e perché Conte l'ha guidata alla perfezione. Ma Antonio pretende un salto di qualità. Altrimenti, con la stessa rapidità alla Giulio Cesare con cui è arrivato a Londra, ha visto e ha vinto, potrebbe tornarsene in Italia. Dove lo aspetta l'Inter, come ormai tutto il mondo sa.