Germania, Amburgo appeso a un filo: l'orologio infinito ha i minuti contati
di LUIGI PANELLAMai retrocesso nella B tedesca, stavolta il club anseatico sembra non avere scampo. E con esso il cronometro che allo stadio segna da 55 anni la permanenza nella massima serie. Il tutto in una annata da nobili decadute: retrocesso anche il Colonia, mentre il Kaiserslautern è precipitato addirittura nella terza serie
Il cuore più bradicardico del calcio tedesco potrebbe cessare di battere sabato prossimo intorno alle 17,30. Il campionato sarà appena finito, e c'è la concreta ipotesi che vengano tolte le batterie all'orologio del Volksparkastadion di Amburgo. Un ticchettio infinito, di una nobiltà che possono dare solo 131 anni di storia, ma soprattutto 55 con una caratteristica unica. Mai retrocesso in Zweite, la serie B tedesca, sola squadra nella storia della Bundesliga, neanche il blasonatissimo Bayern Monaco ha saputo fare altrettanto. Un cerchio che sembrava - e perché no, ancora sembra - lasciare sempre uno spiraglio affinché la chiusura non arrivasse mai. Miracoli in serie: lo scorso anno una salvezza arrivata a pochi secondi dalla fine, nel 2015, nel play out contro il Karlsruhe, il baratro ad un centimetro prima che una punizione di Diaz, un cileno che in quella stagione non aveva combinato niente, lasciasse proseguire come per magia quel …
Il cuore più bradicardico del calcio tedesco potrebbe cessare di battere sabato prossimo intorno alle 17,30. Il campionato sarà appena finito, e c'è la concreta ipotesi che vengano tolte le batterie all'orologio del Volksparkastadion di Amburgo. Un ticchettio infinito, di una nobiltà che possono dare solo 131 anni di storia, ma soprattutto 55 con una caratteristica unica. Mai retrocesso in Zweite, la serie B tedesca, sola squadra nella storia della Bundesliga, neanche il blasonatissimo Bayern Monaco ha saputo fare altrettanto. Un cerchio che sembrava - e perché no, ancora sembra - lasciare sempre uno spiraglio affinché la chiusura non arrivasse mai. Miracoli in serie: lo scorso anno una salvezza arrivata a pochi secondi dalla fine, nel 2015, nel play out contro il Karlsruhe, il baratro ad un centimetro prima che una punizione di Diaz, un cileno che in quella stagione non aveva combinato niente, lasciasse proseguire come per magia quel cronometro.
Stavolta però il discorso è ancora più arduo: l'Amburgo deve battere il Borussia Moenchengladbach e sperare che il Colonia già retrocesso (altro pezzo di storia in decadenza) vada a vincere a Wolfsburg. Anche un pareggio dei renani infatti non basterebbe all'Hsv (Hamburger Sport Verein il nome completo), condannato rispetto alla squadra della Bassa Sassonia da una differenza reti irrimediabilmente compromessa. La retrocessione, va detto, sarebbe l'epilogo logico di una stagione disgraziata, iniziata con un paio di vittorie, ma anche con un presagio: la rottura del crociato di Nicolai Muller, frantumato in seguito ad una esultanza senza limiti dopo una rete all'Augsburg. Il resto è stato un lento ma inesorabile scivolamento verso il basso, tra cambi di allenatore e tifosi prigionieri di un paradosso: gente pronta a contestare in maniera anche minacciosa, ma a conti fatti sempre vicini alla squadra. Dovessero sfangarla sabato, gli anseatici accederebbero accedendo al play out contro l'Holstein Kiel, che in quanto ad anzianità non scherza: 117 anni di storia ed un titolo vinto nel 1912.
Una parabola, quella dell'Amburgo, iniziata in Bundesliga il 24 agosto 1963, 1-1 contro il Preussen Munster. Altro calcio, basta pensare al modulo 2-3-2-3 schierato dal tecnico Martin Wilke: la rete amburghese fu realizzata da Dorfel, uno dei compagni di attacco del più grande giocatore di sempre dell'Hsv, quell'Uwe Seeler che già quell'anno vinse la classifica dei cannonieri con 30 reti. Ma Seeler non è l'unico mito. Avvicinandoci nel tempo, come dimenticare Manfred Kaltz, o il gigantesco Horst Hrubesh, protagonisti dell'ultima generazione veramente vincente, tra titolo tedesco e Coppa dei Campioni. Per non parlare degli allenatori. La Coppa dei Campioni dei 1983 vinta con la Juventus non fu solo il tiro di Felix Magath, ma anche strategia di Ernst Happel, uno che quando allenava aveva lo sguardo di Herbert von Karajan mentre scrutava i suoi professori d'orchestra. Un profeta del calcio totale, ma capace di un passo indietro per far mordere le caviglie di Platini - da Rolff - nella finale di Atene. Leggende che non sbiadiranno mai, neanche se l'orologio cessasse di battere. Più a rischio invece la mascotte Dino. Dinosauro, in onore della squadra incapace di retrocedere: stavolta però l'estinzione è dietro l'angolo.
Un anno difficile per le nobili tedesche. In attesa che il destino si compia per l'Amburgo, un altro si è già compiuto per il Kaiserslautern, retrocesso per la prima volta nella sua storia in Dritte Liga, la terza divisione tedesca. Un trauma al livello di quello amburghese: ultimo posto dopo una squadra costruita per vincere e tornare in Bundes. E anche qui è assolutamente proprio parlare di nobile decaduta. Basta pensare all'impresa del 1998, unica squadra neopromossa a vincere il piatto d'argento, oppure a giocatori come Miro Klose o come i cinque, a partire dai leggendari fratelli Walter, tutti in campo nella incredibile finale mondiale del 1954 vinta dalla Germania Ovest sull'Ungheria di Puskas. Che altro dire? Che per fortuna che c'è il Monaco 1860. I leoni il dazio alla decadenza lo avevano già pagato con una caduta libera, tecnica e finanziaria: retrocessi in Dritte, sfrattati dall'Allianz Arena, non avevano neanche trovato i soldi per iscriversi al campionato. Ripartiti dalla Regionalliga Bayern, hanno vinto il campionato, primo tassello di una lenta risalita.
Stavolta però il discorso è ancora più arduo: l'Amburgo deve battere il Borussia Moenchengladbach e sperare che il Colonia già retrocesso (altro pezzo di storia in decadenza) vada a vincere a Wolfsburg. Anche un pareggio dei renani infatti non basterebbe all'Hsv (Hamburger Sport Verein il nome completo), condannato rispetto alla squadra della Bassa Sassonia da una differenza reti irrimediabilmente compromessa. La retrocessione, va detto, sarebbe l'epilogo logico di una stagione disgraziata, iniziata con un paio di vittorie, ma anche con un presagio: la rottura del crociato di Nicolai Muller, frantumato in seguito ad una esultanza senza limiti dopo una rete all'Augsburg. Il resto è stato un lento ma inesorabile scivolamento verso il basso, tra cambi di allenatore e tifosi prigionieri di un paradosso: gente pronta a contestare in maniera anche minacciosa, ma a conti fatti sempre vicini alla squadra. Dovessero sfangarla sabato, gli anseatici accederebbero accedendo al play out contro l'Holstein Kiel, che in quanto ad anzianità non scherza: 117 anni di storia ed un titolo vinto nel 1912.
Una parabola, quella dell'Amburgo, iniziata in Bundesliga il 24 agosto 1963, 1-1 contro il Preussen Munster. Altro calcio, basta pensare al modulo 2-3-2-3 schierato dal tecnico Martin Wilke: la rete amburghese fu realizzata da Dorfel, uno dei compagni di attacco del più grande giocatore di sempre dell'Hsv, quell'Uwe Seeler che già quell'anno vinse la classifica dei cannonieri con 30 reti. Ma Seeler non è l'unico mito. Avvicinandoci nel tempo, come dimenticare Manfred Kaltz, o il gigantesco Horst Hrubesh, protagonisti dell'ultima generazione veramente vincente, tra titolo tedesco e Coppa dei Campioni. Per non parlare degli allenatori. La Coppa dei Campioni dei 1983 vinta con la Juventus non fu solo il tiro di Felix Magath, ma anche strategia di Ernst Happel, uno che quando allenava aveva lo sguardo di Herbert von Karajan mentre scrutava i suoi professori d'orchestra. Un profeta del calcio totale, ma capace di un passo indietro per far mordere le caviglie di Platini - da Rolff - nella finale di Atene. Leggende che non sbiadiranno mai, neanche se l'orologio cessasse di battere. Più a rischio invece la mascotte Dino. Dinosauro, in onore della squadra incapace di retrocedere: stavolta però l'estinzione è dietro l'angolo.
Un anno difficile per le nobili tedesche. In attesa che il destino si compia per l'Amburgo, un altro si è già compiuto per il Kaiserslautern, retrocesso per la prima volta nella sua storia in Dritte Liga, la terza divisione tedesca. Un trauma al livello di quello amburghese: ultimo posto dopo una squadra costruita per vincere e tornare in Bundes. E anche qui è assolutamente proprio parlare di nobile decaduta. Basta pensare all'impresa del 1998, unica squadra neopromossa a vincere il piatto d'argento, oppure a giocatori come Miro Klose o come i cinque, a partire dai leggendari fratelli Walter, tutti in campo nella incredibile finale mondiale del 1954 vinta dalla Germania Ovest sull'Ungheria di Puskas. Che altro dire? Che per fortuna che c'è il Monaco 1860. I leoni il dazio alla decadenza lo avevano già pagato con una caduta libera, tecnica e finanziaria: retrocessi in Dritte, sfrattati dall'Allianz Arena, non avevano neanche trovato i soldi per iscriversi al campionato. Ripartiti dalla Regionalliga Bayern, hanno vinto il campionato, primo tassello di una lenta risalita.